venerdì 12 agosto 2011

RUFUS WAINWRIGHT – ALL DAYS ARE NIGHTS: SONGS FOR LULU


Ho sempre pensato che Rufus Wainwright fosse un musicista che vive fuori dal tempo, come quelle nonnine che seppur lucidissime, preferiscono nutrirsi di ricordi ,della nostalgia dei giorni in cui tutto aveva un sapore migliore, un profumo più intenso. Quando le vai a trovare, tirano fuori la tovaglia di pizzo, l’argenteria buona, ti preparano il tè con un goccio di latte e ti rimpieno la pancia con quei biscotti al burro, tanto calorici quanto deliziosi. E intanto, ti raccontano storie antiche alle quali inizialmente presti poca attenzione, ma che presto finiscono per intrigarti, e quando poi ci ripensi, capisci di averle già infilate nel tuo bagaglio per la vita, perché in qualche modo ti hanno segnato. Le canzoni di Wainwright fanno un po’ lo stesso effetto:so che non hanno alcuna attinenza coi miei interessi musicali, le ascolto con una preconcetta predisposizione allo sbadiglio e poi, quando ci ripenso, non riesco più a levarmele dalla testa. Perchè Rufus è un artista di atemporale coerenza, perché possiede la sensibilità di un poeta, perché ha un tocco glamour che strabiglia, perché, diciamola tutta, ha acquisitoi cromosomi del genio per trasmissione ereditaria.E quindi può permettersi di abbinare un pop leggiadro a derive sperimentaliste, la torch song alla grandeur del musical, languori nazional popolari di musica classica a sonorità più convenzionalmente rock. E può rilasciare con la stessa disarmante semplicità, un disco come All days are nights , le cui note di pianoforte potrebbero risalire nel tempo fino agli inizi del secolo scorso o rappresentare il manifesto di una corrente neoclassica che nascerà fra qualche centinaio d’anni quando una palingenesi musicale avrà sepolto per sempre il nostro modo di produrre e ascoltare musica. Queste dodici canzoni ( uso impropriamente il termine “canzone” ), costruite eslusivamente sull'interplay fra pianoforte e voce, rappresentano il confine estremo a cui Wainwright porta la propria concezione di musica. Abbandonata ogni sensazione pop e la consueta complessità degli arrangiamenti, Rufus crea con All days.. un disco apparentemente scarno, concepito come un monologo teatrale, sicuramente notturno e cupo, di certo più melodrammatico che malinconico, riuscendo a fondere con naturalezza elementi intellettuali ( la rilettura di tre sonetti di Shakespeare, il risalto di un pianoforte suonato con la fisicità e la tecnica dei grandi ) agli struggimenti e al disagio per la perdita recente della madre, palpabile in tutti, gli intensi, passaggi vocali. Un lavoro di difficilissima assimilazione, che richiede una predisposizione anche fisica all’ascolto, e che produce nell’ascoltatore un lento ma progressivo coinvolgimento: si passa dall’incomprensione iniziale (inizialmente il disco mi ha disturbato ), allo stupore per melodie che si fanno magicamente sempre più liquide, per giungere la consapevolezza finale di essere innanzi ad un‘opera sofferta, priva di compromessi e traboccante di spiritualità.Così intensa, nella propria voluptas dolendi e nel proprio abbacinante respiro vitale, da rapirci, anima e corpo, in un’esperienza sonora che ci apparirà ( quasi ) definitiva.

VOTO : 8
Blackswan,giovedì 10/02/2011

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