giovedì 31 maggio 2012

CRASH OF RHINOS – DISTAL


Genere : Emocore : 
E' per me un grande onore presentarvi il post d'esordio di Flaneur, amico di vecchia data, nonchè grande conoscitore di orizzonti musicali.
Magari vi sarà capitato di buttare un occhio al box “Killers” che campeggia un poco più in basso sulla destra di questa pagina. Registro poco appariscente dei collaboratori che contribuiscono al mantenimento di questo blog.
Lì in mezzo compaio pure io, compreso in quel sestetto che ricorda  la lista dei componenti della band contenuta nel booklet di un cd. Provo ad immaginare l'indiscusso frontman Blackswan  armato della memorabile maple-neck Telecaster Esquire  di zio Bruce mentre picchia giù duro accompagnato da un manipolo di performer di indubbio valore. L' immagine che ne traggo suscita l'applauso spontaneo di chi, come il sottoscritto, è stato fino ad oggi semplice (e fortunato) spettatore.
Io e il frontman ci conoscemmo suonando in bettole virtuali. Postacci dimenticati da Dio. Incrociando frequenze scattò una profonda empatia, al punto che quando Black decise di esprimersi in uno spazio consono modulando i suoi riff su questo blog, mi domandò se desideravo partecipare.
Fu come se Scott Kelly mi avesse telefonato per implorarmi di suonare con i Neurosis:  la cosa mi lusingò al punto da farmi aderire all'invito con entusiasmo adolescenziale.
Ecco perchè sto nel booklet del cd. Il box in basso a destra, al quale io l'occhio ce l'ho buttato un sacco di volte. Con un certo disagio, confesso,  constatando che quel nickname  - che indosso come una maglia lisa da un tempo piuttosto lungo e che ha scandito molte mie frequentazioni online – giace privo di voce a fare inutile sfoggio di sé, come certi soprammobili che l'oblio quotidiano abbandona su una credenza. Muti testimoni di eventi, generosi nell'unico compito a loro delegato : raccogliere polvere.
Successe che, proprio mentre accettavo la proposta di Black, un'afasia sghemba si andava conclamando, ponendosi come un macigno tra me e la tastiera. Il gesto dello scrivere, medicina salvifica e fragile consuetudine che per  lungo tempo mi aveva accompagnato, si palesava improvvisamente come inaccessibile.
Ora, a forza di scorrere quanto scritto dai tanti che frequentano queste pagine, il desiderio di tornare a picchiare sui tasti si è nuovamente, timidamente affacciato. Sperimento un lieve imbarazzo nell'esordire in questa  “cucina di parole” così ben frequentata e spero perdonerete il modesto sermone introduttivo che ha l'unico scopo di familiarizzare un minimo con  la popolazione indigena, gli odori e i sapori che dimorano in questi metri quadri.
Mi auguro che quanto riuscirò a produrre risulti di vostro gradimento. So che non riuscirò a sostenere il ritmo produttivo quotidiano dello chef  Blackswan:  spesso mi domando quali miracolose pozioni assuma per sottrarsi al morso del dio Crono che ti bracca costantemente come un terzino sulla fascia. Tenterò ugualmente di condividere qualche pensiero in transito tra testa e cuore del “botanico da marciapiede” che alberga nel sottoscritto.
Ora, come prevedevo, non mi sovviene alcun buon excipit per chiudere il discorso.
Beh, insomma, eccomi qui...



Avvertenza.
Consumo il mio esordio in questo spazio con una non-recensione. Il disco che vado a proporre – infatti – è la mia colonna sonora quotidiana da parecchi mesi. Ciò rivela un feticismo da personalità borderline, So che dovrei discuterne con uno specialista...
Perdonate quindi l'enfasi e quel certo piglio drammatico con i quali ne argomento.  Semplicemente non riesco a parlarne che così, perché – come detto – questa non è una recensione. Una dichiarazione di amore, piuttosto.




Spero conveniate con me che Crash Of Rhinos è un gran bel nome per una band.
Evoca la scia di polvere sollevata dalla carica di un branco di perissodattili  e restituisce una seduzione cinetica  che è già un notevole presagio.
Il detto “nomen omen” sembra fatto su misura per questi cinque ragazzi di Derby – Inghilterra -  che danno vita ai Crash Of Rhinos ed esordiscono a inizio 2011 con un album ammaliante, “Distal”, per ricordarci che il termine “emo” non è solo etichetta utile a posers adolescenti in jeans skinny-fit   , ma elisione di “emocore”, biforcazione cruciale posta a metà degli anni '80 sul tortuoso cammino del punk-hardcore e spinta propulsiva capace di regalare nuova linfa creativa a un canone musicale i cui limiti intrinsechi si rivelavano lacci soffocanti.

“Distal” travalica la definizione accademica del genere e dilaga dopo ripetuti ascolti rivelando una ricchezza compositiva rara e una ispirazione superiore. La sezione strumentale sorprende per la presenza di due bassi, le cui armonizzazioni sono robuste fondamenta alle chitarre, il tutto suonato con tecnica mirabolante e passione sinceramente fuori dal comune.
Il cantato, mai temperato, scontorna  ad arte fuori dal segno tracciato dalla melodia, sembra non  starci dentro oscillando sull'orlo dello scream. Divampa nel frequente utilizzo delle “gang vocals”. perchè il testo mica può entrare in punta di piedi in questa ruvida materia sonora. Necessita di un eroismo non comune per farsi spazio a spintoni, conquistare visibilità. Allora cinque voci sono meglio di una – è la regola – nel dare vita a questa sorta di “coro trionfante” nel quale convivono, sovrapponendosi, gioia e disperazione.
Incastonato in una sezione ritmica ansiosa e calibrata al punto giusto per contenere le sterzate melodiche che segnano ognuna delle sette tracce che ne compongono la tracklist. “Distal” si propone  - privo ritocchi cosmetici  da  hit-parade - per quello che è : quaranta minuti  di musica “larger than life”.


L'opener “Big sea”  è il manifesto di quanto aspetta chi si sintonizza sulla frequenza di questa band. La batteria impone spazi stretti costringendo  bassi e  chitarre a un sovraffollamento che è già progetto di evasione risolutiva. Non appena pare di aver capito come funziona, la canzone sbanda e rallenta, si inerpica in un arpeggio che concede ossigeno e metri quadri vitali alla combo, per poi riassestarsi nel ritmo serrato e condurci verso un “outro” esteso e malinconico.
“Stiltwalker” parte velocissima, sotto la pressione dello scatto il pavimento  sonoro collassa giusto nel tinello sporco degli At The Drive In e costringe ad inginocchiarsi commossi di fronte alla perizia tecnica con la quale i cinque affrontano il cimento.
Accusato il colpo è vitale rifiatare. Allora ecco “Wide Awake”, misurata nel suo mostrarsi balsamo lenitivo, tregua e “Lifewood” che – malandrina – illude con l'inaspettata promessa dell'arpeggio iniziale per poi dilatarsi e esplodere  lasciandoti orfano non appena si esaurisce nei suoi tre minuti e mezzo e ti verrebbe voglia di riascoltarla immediatamente, ma “Gold On Red” ammicca già quale stele monumentale e rimbalza adrenalinicamente in tutte le direzioni, così “widescreen” da  mozzare il fiato.
“Closure”  è un tripudio di contrappunti ritmici: riff angolari si incastrano nel tessuto musicale ricamando un ordito  spiazzante per il segno e la precisa capacità evocativa. Poi, è un attimo,  siamo ai saluti finali : “Asleep”. Architettata alla perfezione per lasciare dentro una nostalgia sottile, come certo congedi che desidereresti procrastinare all'infinito. Sfuma nella nebbia ipnotica di arpeggio e voci, osmoticamente efficace nel trasmettere questa inaspettata dolcezza da intemperie nordica che è già rimpianto.

“Distal” mutua gli stessi mobili chiaroscuri di un cielo albionico,  sapientemente in bilico tra  lampi di luce selvaggia e malinconiche penombre. Arriva dritto al cuore lasciando un segno languido di attonita meraviglia.
Attraverso le finestre di questo edificio sonoro, si può scorgere un preciso frammento di mondo nel quale compiere un' incursione, terminato l'ascolto, appare quasi necessario.
E' sufficiente dirigersi alla porta, uscire. Cercare qualche amico, un buon pub. Una birra ristoratrice, carburante nobile per le parole. Il resto verrà da sé sul filo teso dell'ebbrezza alcolica, procrastinando il commiato, le pacche sulla spalla, l' abbraccio accorato. Quasi che si trattasse dell'ultima volta che ci si vede, immaginando che domani sia la fine del mondo e l'urgenza consueta non abbia ragione di essere. Non questa notte, almeno.


Il disco è diponibile in offerta libera – anche a zero money – sul bandcamp del gruppo qui.
A questo punto non concedergli un chance di ascolto sarebbe come una avemaria in bocca a un saraceno...



 FLANEUR,  giovedì 31/05/2012

8 commenti:

Blackswan ha detto...

Benvenuto,Fla.Spero sia il primo post di una lunga serie.:)
PS : ho colorato un pò per enfatizzare l'evento :))

Elle ha detto...

Beh allora bentornato, o benvenuto, finalmente si potrebbe dire, poi scrivi pure bene, perché non dirlo? Fortuna che t'è tornata la voglia (mo' la chiamo così). In realtà ho provato un brivido di paura quando ho letto “come un terzino sulla fascia” ho pensato: ma non è che ora ci parla di calcio?? E questo gruppo per me sconosciuto è pure di Derby, ce n’è abbastanza per scappare a gambe levate! Ma hai fatto bene a comparire proprio ora, perché Blackswan sta invecchiando, guarda come si veste per andare al lavoro, altro che pozioni miracolose, qui ci vorrebbe la fine del mondo e il suo ripristino :)
Adesso io mi ascolto buona buona questo disco, per ora ti dico che la prima canzone mi piace perché secondo me la voce non c’entra nulla con la musica, la seconda mi piace perché c’è solo la musica. Alla prossima dichiarazione d'amore!

Elle ha detto...

(ehi Black, scherzavo, con quella storia della vecchiaia, eh! mm.. e poi l'abbigliamento da fine del mondo è un complimento, ok? si capiva, no? mm vabbe'..)

Flâneur ha detto...

Qui un grazie a Black ci sta proprio. Grande come una casa.
Per il cappello introduttivo che allarga il girovita della mia vanità – già oversize – e per aver prodotto il mio vagito da blogger conto terzi.

Grazie a Elle. Per il primo commento, che emoziona come una sorta di imprinting di konradlorenziana memoria. :-)
Troppo buona.

Un appunto.
Black non invecchia. Ci tengo a precisarlo. Ci incontrammo l'ultima volta sotto i bombardamenti alleati e lui era preciso a quando ci si incrociò durante le guerre puniche, roba che nemmeno Christopher Lambert in Highlander. Pare sempre una sgarzola. Sarà per quelle magliette giovaniliste. ..
A dirla tutta, temo che io e lui ci si serva dalla stessa sartoria. Frequentazione binaria di un look vagamente “dégagé” che permette di recarsi al concerto preferito direttamente dal lavoro e senza passare da casa per cambiarsi. Ascella permettendo.

Per quanto riguarda la fine del mondo è sufficiente attendere. Io, comunque, il disco di ripristino ce l'ho. Basta chiedere e ve ne faccio una copia tarocca.
:-)

nella ha detto...

Eccomi qui , uno dei tanti saraceni che srotola l'Ave Maria"...e meno male che ho srotolato tutto il rosario , altrimenti avrei perso un prodotto sconosciuto, ma gradevole. Ben tornato e per me ben arrivato caro nuovo amico!

Ezzelino da Romano ha detto...

Posso solo dire che a me di Flaneur è sempre piaciuto tantissimo il nome.
E il nome che uno si da rivela molto di ciò che uno è.
Però temevo fosse un essere virtuale, e invece esiste e lotta insieme a noi.
Dunque bene bene bene, scrive bene, ha buone vibrazioni, è uno di noi.
Un abbraccio forte.
Nelle terre di Ezzelino sarai sempre al sicuro.

Elle ha detto...

Ed io che pensavo di essere l'unica già morta e risorta, o comunque immortale! Flâneur alle puniche c'ero anch'io, ma tu da che parte stavi? Bando al passato, pensiamo al futuro, io mi prenoto per il disco di ripristino :)

Flâneur ha detto...

@Nella : chiedo venia per il rosario. In effetti ci ho messo dentro tutto : versetti, meditazioni, preghiere, immagini, clausole, litanie... :-)
Grazie per l'accoglienza.

@Ezzelino : pronto a trasferirmi nelle terre promesse. Una curiosità : la gabella dell' IMU viene riscossa pure a tali latitudini?
Contraccambio l'abbraccio.

@Elle : io stavo seduto accanto a Annibale sull'elefante. Mi si riconosceva dalla tshirt dei Chartage Weapons, nota band punic-doom...
Roba pesa, come l'elefante. :-)