sabato 16 marzo 2013

AT FILLMORE EAST – THE ALLMAN BROTHERS BAND



Duane accelera, sorpassa un’auto e al semaforo, che sta diventando rosso, va via dritto come un fuso. Quando guida la sua Harley modello Sportster, Duane si sente libero, la rockstar e il grande chitarrista non ci sono più, c’è solo un sogno di capelli al vento, l’adrenalina che sale impetuosa dal cuore alla testa, e l’orizzonte, là in fondo, da raggiungere, correndo più veloce del tempo, correndo più veloce di tutti. Siamo a Macon, Georgia, e sono le 17.45 del 29 ottobre del 1971. La strada si arrampica per una collinetta e poi discende, in un lungo rettilineo che chiama ancora velocità. Duane accelera, accelera di nuovo, anche se, in lontananza, vede un grosso camion che sta per attraversare l’incrocio. Se andasse più piano potrebbe frenare, salvarsi, opporsi alla morsa del destino che lo sta strappando alla vita. Invece, Duane accelera, probabilmente perché pensa che solo di slancio può superare l’ostacolo, come se fosse un peccato interrompere quella corsa nel vento. E’ la jam session della vita e Duane sta suonando il suo ultimo assolo. Gira la manopola dell’acceleratore con la stessa urgenza con cui muove le dita sul manico della Gibson. Lo spazio è poco, quasi un collo di bottiglia, lo stesso che lo ha reso il più strepitoso chitarrista slide che la storia ricordi. E’ un’attimo : le ruote della Harley perdono aderenza, la moto si ribalta e vola, insieme al conducente, per trenta metri. Duane morirà in ospedale, tre ore più tardi, per le gravi lesioni riportate. Il mese successivo, il 20 novembre del 1971, Duane Allman, chitarrista della Allman Brothers Band, avrebbe compiuto venticinque anni e quel compleanno, mai festeggiato, sarebbe stato probabilmente il più felice della sua vita. Duane è ormai considerato l’enfant prodige della scena musicale statunitense, tutti lo cercano e lui collabora con tutti : da Eric Clapton a Laura Nyro, da Johnny Jenkins a Otis Rush, da Aretha Franklin a Herbie Mann. Ma è con il fratello minore Gregg e i suoi Allman Brothers Band che Duane sta entrando nella leggenda del rock. A luglio, infatti, è uscito il terzo disco del gruppo, At Fillmore East, che a ottobre è già diventato disco d’oro. Registrato a New York nelle serate del 12 e del 13 marzo del 1971, At Fillmore East è considerato il più incredibile disco live della storia, un’opera destinata a far parlare di sé per decenni, una svolta epocale che segna il punto di non ritorno nell’evoluzione della musica americana. At Fillmore East è infatti l’album che codifica definitivamente la nascita di un genere e di un suono, il southern rock, ed è quello che spiega ad appassionati e musicisti l’esatto significato del termine jam. Non solo improvvisazione e nemmeno il susseguirsi sbrigliato di assoli finchè fatica non ci stremi : con gli Allman la jam è soprattutto uno spirito condiviso che fa da collante, una predisposizione naturale alla libertà espressiva, a spingersi oltre i confini, a cercare, in un’apparente anarchia di tempi e moduli, l’esatto punto di fusione in cui generi diversi (texas blues, jazz, hard rock, rock californiano) diventino un tutt’uno e parlino la medesima lingua. Come un viaggio a ritroso nell’alveo di un grande fiume di cui si cerca la sorgente, come la pennellata forsennata di un pittore visionario che quasi in trance riesce a rendere in colori e forme la forza primigenia, l’anteriorità ideale che l’ha spinto verso l’estasi dell’arte.





At Fillmore East nasce da un’idea del rock promoter Bill Graham, che organizza nel celebre locale di New York di sua proprietà due serate con un parterre de roi da brivido : Johnny Winter, Elvin Bishop Group e, appunto, gli ABB. E nasce tra diverse difficoltà, visto che Tom Dowd, produttore degli Allman, arrivato solo all’ultimo momento a New York di ritorno dall’Africa, va su tutte le furie quando scopre che per i due concerti la band aveva ingaggiato l’armonicista Thom Doucette e una sezione fiati capitanata da Rudolph Carter. Dopo una sfuriata epocale, Dowd caccia tutti e tiene il solo Doucette, che suonerà in alcuni brani (Stormy Monday, Done Somebody Wrong) senza però regalare alla performance un contributo paticolarmente consistente. Head liner delle serate è l’eroe di Woodstock, Johnny Winter, mentre gli Allman suonano per ultimi, ben dopo la mezzanotte. E siccome il gruppo quando saliva sul palco era un fiume in piena, lo show del 13 marzo si protrasse addirittura fino alle sei del mattino del giorno dopo, quando gli ABB furono raggiunti per l’ennesimo encore da Steve Miller al piano, Bobby Caldwell alla percussioni e Elvin Bishop alla chitarra. Nonostante fosse mattino, la gente, letteralmente impazzita, non se ne voleva andare, e leggenda vuole che fu Duane Allman a mandare tutti a casa, esclamando, con buona dose d’ironia :” Per stasera è tutto, grazie !”. D’altra parte, ciò a cui il pubblico aveva appena assistito era qualcosa di unico, uno spettacolo talmente intenso ed emozionante da far perdere il senso del tempo e dello spazio. Il disco originale prevede una scaletta di soli (si fa per dire) sette brani, ma assolutamente imperdibile è la ristampa in due cd del 2003, raccolta che contiene altre canzoni tratte da quei due concerti oltre a sei brani estratti da uno show che gli Allman tennero sempre al Fillmore East, il 27 giugno dello stesso anno, per celebrare la chiusura del locale. Difficile raccontare una sequenza di canzoni epocale, sulla quale si sono già spesi fiumi di inchiostro. Eppure, non si può omettere, anche in questa sede, di sprecare due parole sull’ascolto del disco. Il live si apre con Statesboro Blues di Willie Mc Tell e i quaranta secondi iniziali della slide di Duane sono fantascientifici, quaranta secondi che riscrivono la storia del blues o, meglio, ne tracciano le coordinate future : tutti ci proveranno ma nessuno riuscirà mai a tirar fuori il suono da una Gibson allo stesso modo di Allman-bottleneck. Di seguito ancora meraviglie blues : Done Somebody Wrong e la slide sempre scintillante di Duane, Stormy Monday di T-Bone Walker, You Don’t Love Me di Willie Cobbs, già onorata in Super Session dal trio Kooper/Bloomfield/Stills, in cui Duane e Dickey Betts vanno a braccio in una sensuale commistione di rock e blues che dura quasi 20 minuti. Hot ‘Lanta, che vede protagonista soprattutto l’hammond di Gregg, è solo (si fa sempre per dire) l’antipasto che anticipa il capolavoro del disco, In Memory Of Elisabeth Reed, a firma Betts. Sono tredici minuti in cui la musica tradizionale inizia a esplorare nuovi territori: è rock, è blues, è soprattutto jazz, è quel modo di suonare che prenderà da lì a poco l’appellativo di fusion. 






A proposito del modo in cui il brano viene suonato, Duane Allman raccontò di essersi ispirato a A Kind Of Blue di Miles Davis, un disco che conosceva a menadito. A intrigarlo era l’idea di Davis di gestire l’improvvisazione negli assoli: non lavorare sulla progressione di un accordo, ma concentrarsi invece su una singola scala o su una sequenza di scale, in modo da sbrigliare al massimo la fantasia e la libertà interpretativa. Chiudono il disco i ventitre minuti di Whipping Post, madre di tutte le jam, in cui al tiro incorciato delle chitarre di Betts e Allman, si aggiunge una performance magistrale della sezione ritmica capitanata dal basso potente di Berry Oakley, che un anno dopo farà la stessa tragica fine (anche lui in moto e peraltro a qualche isolato di distanza da quello in cui morì Duane) dell’amico chitarrista. Un’altra piccola storia legata a At Fillmore East riguarda la copertina dell’album. Il vinilevenne pubblicato con due foto in bianco e nero. Nella prima, il fotografo Jim Marshall, immortalò la band innanzi alle casse degli strumenti; nella seconda (quello sul retro), Duane pretese che lo stesso soggetto della cover fosse interpretato dai rodies, come sorta di ringraziamento per aver reso possibile lo svolgimento e la perfezione tecnica dello show. Dal momento che uno dei roadie più apprezzati e amati dal gruppo, Twiggs Lyndon, si trovava in prigione, Duane ebbe l’idea di mettere una foto di Lyndon in copertina, come se fosse appesa al muro su cui erano appoggiate le casse degli strumenti.
Duane Allman, come abbiamo raccontato, morì qualche mese dopo l’uscita del disco e non potè godersi il successo planetario che, letteralmente, travolse la band. Fu seppelito al Rose Hill Cemetery di Macon, dove in vita era solito rifugiarsi per meditare, suonare la sua acustica e godere di una pace che ancora non sapeva sarebbe stata, in poco tempo, eterna. Gli Allman al completo suonarono al suo funerale e la loro versione di Will The Circle Be Unbroken pare sia stata in grado di far piangere anche gli angeli.Che il cerchio si chiuda. Addio, Signore, addio. C’è una casa migliore che sta aspettando. In cielo, Signore, in cielo.”  
So Long, Duane.





Blackswan, sabato 16/03/2013

9 commenti:

Bartolo Federico ha detto...

tutti in ginocchio.

mr.Hyde ha detto...

Bel post davvero.Fa tanta rabbia che qualcuno muoia a venticinque anni specialmente quando è un artista di talento..
Quest' album purtroppo non ce l'ho e debbo procurarmelo,ora anche spinto dal tuo giudizio entusiasta.
Di LP degli Almann posseggo un doppio che contiene fra l'altro anche una bellissima e dilatata versione di "In Memory Of Elizabeth Red" di ben 17:21 minuti,
se a te o qualcuno dei tuoi lettori interessa:
http://myguitarists.blogspot.it/2011/06/si-parte-allman-brothers-band-live-72.html

Elle ha detto...

Maeestroo! Cosa sono i roadies??
Per il resto, ti credo e t'invidio perché hai ascoltato questo disco, ma invidio di più quelli che son stati lì fino alle sei del mattino a sentire canzoni lunghissime e bellissime!

Evil Monkeys ha detto...

Un album che dovrebbe passare la mutua, senza dubbio.
Suprema versione di Stormy Monday che mi fece capire una volta per tutte cosa era il blues e come andava suonato.
Però, devo ammettere, che alla lunga è veramente lungo; anche al di là del gioco di parole. Non è facile ascoltarlo tutto d'un fiato.
Forse non è un disco per un mondo frenetico come il nostro. E' un disco per un altro mondo; migliore.

Irriverent Escapade ha detto...

Aaaaaahh meraviglia.
Vado a cercarlo. E spero che la fortuna voglia che l'album contenga anche i pezzi con Steve Miller e Bobby Caldwell: mi sto leccando i baffi al sol pensiero :-)

Alligatore ha detto...

Pietra miliare, pietra miliare, narrata alla perfezione.

Massi ha detto...

Un gruppo e un album fenomenali e un ragazzo che aveva ancora tanto da dare al rock'n'roll

Adriano Maini ha detto...

Vita, eventi, personaggi, musicisti, canzoni, tutti superbi. Una volta di più, a me prima di questo post ignoti o scordati.

Ezzelino da Romano ha detto...

In linea di massima le jam mi hanno sempre smarronato, ma nel caso degli Allman diventavano effettivamente qualcosa di diverso e di più rispetto al solito.
Comunque, come si diceva un tempo, muore giovane chi è grato agli dei.
E se deve succedere dando una bella sgasata con la moto, che sia.
Rock on, Duane.