venerdì 26 aprile 2013

VARIOUS ARTISTS - SOUND CITY : REAL TO REEL

Nel 1969, a Los Angeles, nella San Fernando Valley, apre il Sound City, un piccolo studio di registrazione che diventa meta di pellegrinaggio della meglio gioventù musicale di quegli anni. Il posto, a sentire le storie di chi vi ha messo piede, è un buco puzzolente e umido. Eppure, gli artisti fanno la fila per registrare lì dentro, perchè i proprietari vi hanno installato un banco di registrazione all'avanguardia, una console Neve 8028 che è garanzia di precisione e morbidezza. Lì dentro, negli anni '70, Neil Young ci registra After The Gold Rush e i Fleetwood Mac il loro capolavoro, Rumours. Ma è soprattutto dopo gli anni '80, quando l'avvento dell'elettronica produce un invasivo appiattimento dei suoni, che i musicisti di razza sgomitano per registrare al Sound City : i guru Johnny Cash e Ry Cooder, ma anche gli alfieri dei nuovi movimenti, i Queen Of Stone Age (stoner), gli A Perfect Circle (post metal), i Rage Against The Machine (nu metal). Nel 1991, in quel piccolo angolo maleodorante di Los Angeles, grazie a un'intuizione del produttore Butch Vig, ci approdano anche i Nirvana che registrano il disco della leggenda, Nevermind. Quando nel 2011 il Sound City chiude i battenti, David Grohl non si dimentica dell'esperienza vissuta, acquista la mitica console e la porta nel suo studio, il 606. E siccome l'ex batterista dei Nirvana non è solo il fratello più scemo di Kurt Cobain (cos'altro mai dovrà fare ancora quest'uomo per scrollarsi di dosso l'ingombrante passato?), se ne esce con un'idea davvero niente male : restituire il favore a quel banco di registrazione, omaggiandolo con  un documentario e con una colonna sonora originale suonata dai Sound City Players, band composta per l'occasione da alcuni degli artisti che si sono avvalsi dei servigi della Neve 8028. Il risultato è un buon documentario e un ottimo disco, zeppo di canzoni che starebbero in piedi a prescindere e che in alcuni casi si rivelano gioiellini di notevole caratura. E' il caso di You Can't Fix This, la migliore del lotto, che gode del contributo vocale di un'inquietante (ma quando mai lo è stata veramente ?) Stevie Nicks, o Cut Me Some Slack, in cui sir Paul Mc Cartney si abbassa di trent'anni l'età anagrafica per dimostrare a Grohl, Novoselic e Smear che Helter Skelter è la madre di tutte le canzoni del loro repertorio. Un disco intenso e godibilissimo in cui le diverse esperienze dei musicisti coinvolti confluiscono in una miscela eccitante di power rock, punk, garage, grunge e stoner. Quasi un vademecum per chi pensa che gli anni '90 siano stati l'ultima grande stagione musicale della storia.
 
VOTO : 7
 
 
 
 
 
Blackswan, venerdì 26/04/2013

9 commenti:

Badit ha detto...

Una enciclopedia vivente del Rock!
La TREBLACK:)))

Euterpe ha detto...

Concordo sul pezzo migliore quell
oa cantato da Stevie Nicks, per il resto un po' una palla, per miei gusti

Evil Monkeys ha detto...

Ah, questo è proprio bello!
Thanksss

Blackswan ha detto...

@ Badit :facciamo pure un bigino :)

@ Euterpe : a me non dispiace affatto. certo, il pezzo con la Nicks è di un altro pianeta.

@ Evil : de nada :)

mr.Hyde ha detto...

Queste storie hanno un loro grande fascino.Il mondo dei supporti magnetici, come la 'bobina' che era il master da cui si sarebbe ricavato l'album, soppiantato dagli asettici studi in cui tutto è digitalizzato. Meno male che la buona musica rimane come questo bellissimo brano della inossidabile Stevie!.(Mi piace questa sua voce un po' rauca)

Blackswan ha detto...

@ Mr Hyde : Era davvero un altro mondo e quei suoni è importante che ci sia ancora chi cerca di custodirli. Stevie qui è al top !

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