lunedì 16 settembre 2013

BLACK JOE LEWIS -– ELECTRIC SLAVE


In circolazione dal 2007, Black Joe Lewis, afroamericano di Austin (Texas), e suoi fedeli Honeybears, ci hanno regalato un pugno incandescente di dischi (da non perdereTell’ 'Em What Your Name Is del 2009 e Scandalous del 2011) in cui R&B, soul e funky venivano strapazzati da dosi massicce di garage rock. Black music, dunque, declinata in tutte le sue forme, con proprietà di linguaggio, approccio filologico di base (nonostante la notevole contaminazione) e strizzatina d'occhio soprattutto all'epopea Stax, ma anche un certo coraggio interpretativo attraverso il quale quella musica "antica" veniva riproposta con graffiante modernità. A volersi fermare solo al primo livello di lettura, sarebbe quindi facile sciorinare una serie di paragoni con grandi icone del passato quali James Brown, Howlin’ Wolf, George Clinton e compagnia cantante. Tuttavia, fin dagli esordi, Black Joe Lewis ha palesato una propensione naturale a uscire dal seminato, a tracciare un suo preciso percorso di originalità che l'avrebbe portato nel tempo a discostarsi sempre più da quei riferimenti tanto nobili quanto scontati. Electric Slave rappresenta quindi la radicalizzazione di un suono che è sempre stato ruvido e che oggi si è ulteriormente inasprito, intridendosi di distorsioni  chitarristiche e pasticche di acido. Soul, R&B e funky sono ancora presenti, certo, ma vivono come collante di una materia composta principalmente di rock e di blues, oppure fluttuano a mezz'aria, quasi fossero scorie rimasticate da un tritatutto garage punk di devastante potenza. Aprono il disco le distorsioni di Skulldiggin, e sembra di ascoltare il nuovo singolo dei Dead Weathers, quasi che quel riffone pesantissimo uscisse dalle dita di Mr. Jack White. Con Dar Es Salaam, invece, Black Joe riesce nell'intento di far suonare James Brown dai Led Zeppelin, mentre My Blood Ain't Runnin' Right evoca lo spirito dell'iguana Iggy Pop in un torrenziale finale che fonde proto punk e R&B. Tra le altre canzoni in scaletta, emerge anche, forse più convenzionale, ma decisamente trascinante, la funky disco di Come To My Party, che ricorda un pezzo dei Meters dalla frequenza cardiaca accelerata. C'è ovviamente molto di più in Electric Slave e questi sono solo alcuni degli episodi più riusciti di un disco anarcoide, sporco, violento e vibrante, che strapazza la musica nera e regala agli appassionati (non puristi) un nuovo eroe in cui credere. Uno degli allbum più adrenalinici del 2013 e sicuramente il migliore della già preziosa discografia di Black Joe.

VOTO : 8 




Blackswan, lunedì 16/09/2013

4 commenti:

Der Graf von Mailand ha detto...

Cazzarola cosa mi stavo perdendo!! L'avevo visto su uno dei siti che seguo ma non mi aveva colpito piú di tanto. Vado subito alla ricerca.Grazie Black.

Euterpe ha detto...

Decisamente intrigante!

LYSERGICFUNK ha detto...

Caro Blackswan, stavo per postare questo disco su condannatialloblio, ma poi ho optato per gli Stark Reality(a proposito te li consiglio caldamente).Cmq ero sicuro che Black Joe Lewis ti avrebbe emozionato....

Blackswan ha detto...

@ Der Graf : felice di aver dato un buon suggerimento :)

@ Euterpe : molto, molto intrigante davvero.

@ Lysergicfunk : Seguo Black Joe Lewis fin dagli esordi e mi è sempre piaciuto molto per quel suo modo di fondere black music e sporuizia garage. filo ad ascoltare gli Stark Reality :) grazie.