martedì 3 settembre 2013

CHELSEA WOLFE - PAIN IS BEAUTY

Dopo aver ascoltato un disco così, la prima preoccupazione è stata trovare un modo adeguato per recensirlo. Parlarne bene ed essere d'accordo con la stampa giovane e di tendenza che di fronte a certi artisti figli di hype spropositati è pronta a infiorettare le recensioni di stratosferiche iperboli, oppure essere sincero, dire ciò che ne penso davvero e fare la figura del matusa sfigato o del rocker che non vede al di là della propria chitarra elettrica ? Bello o brutto, dunque ? Per non essere stritolato dal ferale dubbio, ho scelto la via di mezzo, e ho deciso di parlarne come di un disco così così, in modo da non far torto a nessuno oppure da farlo a tutti, che in fin dei conti è la stessa cosa. La Wolfe, diamo a Cesare quel che è di Cesare, è indubbiamente una ragazza talentuosa, ha una voce coinvolgente, sa anche scrivere belle canzoni, come peraltro ha già dimostrato in un ottimo disco come Apocalypsis (2011), e possiede quell'alone da femme fatale che tanto piace alla gente che piace. Però da qui a far fioccare gli 8 e i 9, di acqua sotto i ponti ce ne passa parecchia. Pain Is Beauty è infatti un lavoro altalenante, che alterna momenti notevoli (House Of Metal, Feral Love), a sciape ripetizioni degli stessi suoni (Kings, Reins) e a disarmanti vaccate (Destruction Makes The World Burn Brighter). Eppure il problema non è neppure questo, dal momento che un disco piacevole può anche reggersi, senza sfigurare, solo su quattro o cinque canzoni ben riuscite. I difetti di Pain Is Beauty semmai sono altri due : da un lato, un suono pieno ma algido all'inverosimile, che alla fin fine, invece di trasmettere brividi di inquietudine, procura parecchi sbadigli di noia; dall'altro, la proposizione, senza grosse impennate di ingegno, di una musica che, mutate mutandis, la suonavano, e anche meglio, già trent'anni fa (vi dice qualcosa una certa Siouxsie Sioux ?). L'impressione che ne deriva, allora, è quella di un'artista non da mai l'impressione di vivere sinceramente quel tormento interiore e quella crepuscolare ispirazione che hanno reso inarrivabili signore in nero del calibro di Lydia Lunch, Carla Bozulich e PJ Harvey (e più recentemente Soap & Skin) e che preferisca invece vestire i panni, meno rischiosi, dell'eterna promessa che ammalia, ammiccando a una tenebra che però non ci inghiotte mai. Non facciamone un dramma, per carità: Pain Is Beauty è un disco che si può ascoltare come l'abbrivio di qualcosa di più grande che prima o poi arriverà, anche se non contiene un solo motivo per alzarci in piedi e spellarci le mani in una standing ovation. Si merita però un bel sei politico, di quelli che non fan torto a nessuno. O forse lo fanno a tutti, chissà. Sempre meglio che passare come superato e anacronistico
 
VOTO : 6
 
 
 
 
Blackswan, martedì 03/09/2013

2 commenti:

Marco Goi ha detto...

disco bellissimo!
sei proprio un matusa ahaha :)

Blackswan ha detto...

@ Marco : è l'età anagrafica che mi condanna :)