venerdì 8 novembre 2013

ARCADE FIRE - REFLEKTOR


 
Ci fu un periodo, quando andavo al liceo, nel quale vissi praticamente di rendita, godendo degli allori che avevo accumulato con un paio di interrogazioni andate particolarmente bene. La prof mi teneva in alta considerazione ed ero reputato, mio malgrado, uno degli alunni più promettenti della classe. Capita l'antifona, dopo quel brillante esordio, cominciai a fare il minimo indispensabile, ma me la cavai sempre egregiamente perchè mantenevo un bassissimo profilo (understatement, dicono gli inglesi), pisciando nel vaso in modo appropriato. Questo breve excursus autobiografico, del quale immagino non importi niente a nessuno, mi è solo servito per esplicitare un paragone con gli Arcade Fire, una delle band più osannate dell'ultimo decennio. Gli esordi sono folgoranti: due dischi, Funeral e Neon Bible, uno più bello dell'altro, grazie ai quali la band canadese ha creato un sound inconfondibile (e per certi versi innovativo), mettendo in scena un art rock corale, in grado di far coesistere barocchismi policromatici e retrostanti languori malinconici. Un livello qualitativo altissimo, la cui eco non è sfuggita alla critica specializzata, sempre alla ricerca di una new sensation, e al pubblico degli appassionati, che nella musica degli Arcade Fire ha trovato (a ragione) una risposta all'esigenza di poter ascoltare canzoni in grado di suggestionare tanto il cuore quanto il cervello. Poi, la svolta. Senza nulla togliere al talento della band, che pare in re ipsa, l'eccesso di elogi ha finito per rompere il giocattolino, e invece di continuare a seguire la rotta tracciata coi primi due album, Win Butler e compagni hanno iniziato a convincersi di essere bravi, troppo bravi, terribilmente bravi. Così The Suburbs, che possedeva un inizio fenomenale (la title track e Ready To Start sono due gemme di bellezza quasi ineffabile), diventava, canzone dopo canzone, sempre più pretenzioso e verboso, somigliando al concionare aulico di quegli accademici di lungo corso che siamo soliti sbeffeggiare appellandoli come tromboni. Cosa aspettarsi da questo nuovo Reflektor, mi domandavo attendendo con ansia l'uscita del disco? Saranno gli Arcade Fire che ho amato, quelli di Wake Up per intenderci, oppure il gruppo borioso a cui tutti continuano a rendere omaggio in virtù dei due primi splendidi album ? Purtroppo, la seconda che ho detto. Questo disco, permettetemi il paragone irreverente, mi ricorda molto il senso della provocazione contenuto nella Merda d'Artista di Piero Manzoni : in base alle logiche di mercato, anche un'opera scadente e banalotta trova comunque consenso di pubblico e critica solo perchè creata da un artista affermato. Il quale puà vendere tutto, anche escrementi, sicuro comunque di avere adeguati riscontri. Così gli Arcade Fire, dall'alto dello scranno accademico, vendono per alta cucina una sbobba insipida cucinata con tutti gli avanzi trovati in frigor. Ovviamente, il piatto è servito con grande eleganza e attenzione quasi maniacale a quei suoni di tendenza che piacciono alla gente che piace : samples, elettronica a go go, overdubs, florilegio d'archi e un certo piglio trash da dancefloor. Ma nonostante gli sforzi di apparire glamour, versatili ed eccentrici, il risultato finale è di una mediocrità disarmante. Nel marasma generale, non c'è una canzone che riesca a farsi notare, non uno scatto d'ingegno che ricordi i momenti migliori della band. A voler salvare il salvabile, scelgo Here Comes The Night Time e You Already Know, che restano comunque episodi minori. Il resto del disco, invece, palesa solo una sicumera che mi ricorda quel pessimo vizio italico con cui gli arroganti apostrofano i loro interlocutori : lei non sa chi sono io ! Tutte chiacchiere e distintivo, risponderebbe De Niro/Al capone come in un'epica scena de Gli Intoccabili. Era meglio tenere un basso profilo e vivere di rendita. Invece 'sta noia ammorbante, dispiegata peraltro in due cd (ah, cosa riesce a combinare il senso dell'onnipotenza!), mette tutto a repentaglio. Aridatece Funeral !
 
VOTO : 4,5
 
 
 

 
 
Blackswan, venerdì 08/11/2013

3 commenti:

Marco Goi ha detto...

hai praticamente espresso lo stesso concetto che ho espresso io, solo che io mi riferivo all'ultimo disco di lady gaga. :)

secondo me questo reflektor invece è un grande disco. troppo ambizioso, con diversi riempitivi nella seconda parte, però le canzoni fenomenali ci sono, eccome: afterlife è un capolavoro e anche altri brani come reflektor e joan of arc sono notevoli.

Angelo.G ha detto...

Nella recensione ho apprezzato molto l'utilizzo della parola "frigor".

Euterpe ha detto...

cominciavo a pensare di essere il solo a pensarla in un certo modo.