martedì 12 novembre 2013

DISCOGRAFIE : BLACK COUNTRY COMMUNION





Genere : Hard Rock
Periodo di attività : 2010 – 2013

Durati il tempo di un caffè al bar, i Black Country Communion sono la dimostrazione che ogni tanto anche un supergruppo può avere un cuore che pulsa e non essere solo il frutto di estemporanee logiche commerciali. Composto da Joe Bonamassa (chitarra, voce), Glenn Hughes (voce, basso), Derek Sherinian (tastiere) e Jason Bonham (batteria), il progetto BCC nasce da un’idea del produttore Kevin Shirley che ascolta Bonamassa (uno dei migliori chitarristi rock blues in circolazione) e l’ex bassista dei Deep Purple, Gleen Hughes, jammare insieme negli studi hollywoodiani di quest’ultimo. Al gruppo si uniscono, sempre su suggerimento di Shirley, Jason Bonham, figlio del grande John Bonham, batterista dei Led Zeppelin, e Derek Sherinian, ex tastierista del gruppo prog metal dei Dream Theater. La formula proposta dal gruppo è figlia delle passate esperienze musicali dei singoli : un solido hard rock tinteggiato di blues, che guarda agli anni ’70 e rese leggendarie band come i Deep Purple e i Led Zeppelin. Anacronistico ? No, se a suonarla sono quattro musicisti che non si limitano a pavoneggiarsi per le indubbie doti tecniche, ma che sfoderano un piglio gagliardo e una potenza di fuoco esaltata da una serie di performance live di tutto rispetto.

L’esordio porta il nome della band, Black Country Communion (2010, voto : 7,5), e spazza via ogni perplessità degli scettici che vedono nella band solo una macchinetta creata ad hoc per meri fini commerciali. La band è affiatatissima e le esecuzioni sono tecnicamente ineccepibili; ma ciò che davvero stupisce è l’alta qualità dei brani in scaletta e l’ardore che permea il disco dalla prima all’ultima nota. L’uno – due iniziale (Black Country e One Last Soul) metterebbe ko anche l’ascoltatore più distratto, mentre Song Of Yesterday, la migliore del lotto, ci regala uno degli assoli più convincenti della carriera di Bonamassa, che quando suona con emozionato trasporto dimostra di avere pochi eguali al mondo. 




Forse Hughes e Bonamassa sanno che il progetto ha vita corta e spingono a più non posso sull’acceleratore. Non passa nemmeno un anno ed esce nei negozi 2 (2011, voto : 7) secondo capitolo della saga Black Country Communion. Il canovaccio dell'hard-rock-blues della migliore tradizione inglese degli anni' '70 è stato tirato fuori dal cassetto e rimesso a lucido, con un occhio di riguardo al suono Led Zeppelin: in The Battle For Hadrian's Wall si ammicca alla deriva folk del terzo album degli Zep, mentre qui e là spuntano tiratissimi riff di pageiana memoria (Man in the Middle) o certe aperture orientaleggianti alla Kashmir (Save Me). Un citazionismo che non è però stucchevole nè fine a se stesso, ma che esalta una band affiatata e vogliosa, che mette in evidenza, con l' artigianale perizia dei bei tempi andati, doti compositive che pur non brillando per originalità sanno comunque colpire nel segno. Quando poi dagli amplificatori Marshall parte l'assolo assassino di Bonamassa (An Ordinary Son) è il momento della standing ovation e dei fuochi d'artificio. 






Con solo due album all’attivo, ma come da miglior tradizione seventies, i BCC si autocelebrano con Live Over Europe (2012, voto : 7,5), un granitico doppio dal vivo della durata di circa un’ora e quaranta. Diciassette canzoni in cui è esibito tutto, ma proprio tutto, il repertorio che fa spellare le mani dagli applausi a coloro che sono cresciuti ascoltando dischi leggendari come Made In Japan, The Song Remains The Same e On Stage. Intro sinfonica,  uan pletora infinita di assoli che portano la durata media dei brani oltre i cinque minuti, fuorvianti incipit strumentali che, poi, all’improvviso, svelano il riffone di turno. Il tutto condito con sonorità che inevitabilmente richiamano alla mente i dischi degli Zep e dei Purple, e che vivono di originalità e modernità soprattutto nel verbo chitarristico del grande Joe Bonamassa, qui più incisivo che mai. Live Over Europe (c'è anche la versione in dvd) soddisfa pienamente le aspettative di tutti gli amanti del genere : è divertente, è ben suonato (Glenn Hughes, ragazzino di sessantanni, canta  come un ventenne indemoniato, e va via di acuti di cui ormai Gillan si è scordato da tempo immemore), ha una scaletta che alterna focose cavalcate a lentoni da cantare tutti in coro e con gli accendini accesi. 


Tra le chicche, il collaudato incipit di Black Country e One Last Soul, la potenza di fuoco senza compromessi di The Outsider e Man In The Middle, il soul al vetriolo di The Great Divide, e una chilometrica versione di Song Of Yesterday, in cui Bonamassa stempera la tensione malinconica della versione in studio con un bel taglio di vitale energia. Il live si chiude con la cover di Burn dei Deep Purple, che pur pagando un debito di brillantezza all’originale (in cui Hughes duettava a colpi di vertigine con Coverdale), resta comunque un gran bel sentire. Siamo ai saluti, ma c’è tempo per regalare un’altra gioia ai fans. Esce Afterglow (2012, voto : 7,5) e invece di tirare i remi in barca, i quattro fenomeni pagaiano che è un piacere. Che i ragazzi sapessero suonare divinamente se ne sarebbe accorto anche un sordo e quindi la considerazione lascia il tempo che trova, è inutile e gratuita. Stupisce semmai il piglio e la freschezza di queste undici canzoni (prodotte magnificamente dal solito Kevin Shirley – già Aerosmith, Hoodoo Gurus, Slayer e Iron Maiden) che non mostrano un punto debole che sia uno, che hanno un bel suono vintage ma mai arcaico, e che si colorano della sbrigliata e sudata freschezza di una jam improvvisata su due piedi (ascoltate la funambolica Common Man, e il rincorrersi degli assoli, nei quali i Deep Purple all’improvviso si trovano a braccetto con uno scintillante funky rock). Aggiungiamoci anche che finalmente Sherinian si è guadagnato lo spazio che si meritava (e il suono ne ha guadagnato perché è diventato più pieno) e che Hughes azzanna alla gola le canzoni con un’ugola che, strano a dirsi, è migliorata con l’età, e avremo il quadro completo. Anzi no, dimenticavo: le ballate sono state praticamente accantonate, così come le aperture più melodiche, e i quattro picchiano come fabbri dall’inizio alla fine con un piglio da rocker di razza (la conclusiva Crawl, col suo riff bluesy e sabbathiano e gli arabeschi fulmicotonici di Bonamassa, ne è la prova provata). Il gruppo, nemmeno troppo sorprendentemente si scioglie : Hughes pretende più impegno da Bonamassa, ma quest’ultimo è un vagabondo del rock e non intende prendere domicilio definitivo. I Black Country Communion sono quindi arrivati al capolinea. Hughes, pare abbia intenzione di continuare con Bonham e Sherinian ma sotto un altro nome. Staremo a vedere. 





DISCOGRAFIA ESSENZIALE :

BLACK COUNTRY COMMUNION (2010)


Blackswan, martedì 12/11/2013

5 commenti:

Berica ha detto...

Questo rock sa come invecchiare bene!

Blackswan ha detto...

@ Berica : è invecchiato benissimo ! :)

gioia ha detto...

Qui Black non ci arrivo (ascoltato diligentemente TUTTO!).
Roba troppo densa per una maestra con un sacco di vizi :))))

Blackswan ha detto...

@ Gioia : Appunto : un pò di densità serve a compensare la leggerezza dei vizi :)

Ezzelino da Romano ha detto...

Il rock non invecchia, caso mai matura.