sabato 28 dicembre 2013

2013: LE SCELTE DEL KILLER. DALLA n° 10 ALLA n° 6





10) MAVIS STAPLES – ONE TRUE WINE
Attento a mantenere un perfetto eqilibrio fra tradizione gospel e modernità, il buon Jeff sfodera un variegato repertorio di chiatarre acustiche ed elettriche (ascoltate il lavoro sui feedback nellla strabigliante Every Step, la migliore del lotto), scrive per Mavis tre brani di assoluto lignaggio (sono sue, oltre Every Step, anchel a conclusiva One True Vine, che da il titolo al cd, e Jesus Wept), e pesca dal cilindro un pugno di brani tradizionali e qualche cover, belle da leccarsi i baffi (la sontuosa riproposizione di Can You Get To That dei Funkadelic, annata Maggott Brain). Soprattutto, Tweedy, adagia letteralmente il suono dell'intero disco sull' espressività vocale di Mavis: non forza mai la mano, lascia semmai che la musica scorra fluida sulle tonalità basse, vellutate e introspettive di una voce matura e carica d'esperienze di vita. Black on black, nero su nero, gospel e soul al limitare del crepuscolo, brividi d'inchiostro che increspano la pelle. Uno dei dischi migliori di questo 2013, sofisticato ed evocativo, ricco di sfumature da assaporare lentamente, ascolto dopo ascolto. Tanto emozionante da farci venir voglia di cantare un osanna nel nome di Dio. Lunga vita a Mavis Staples. Alleluja !

9) TAMIKREST – CHATMA
Le dieci canzoni che compongono la scaletta del disco, per una durata di poco più di quaranta minuti, ci prendono per mano e ci conducono attraverso territori nei quali solo una mente bolsa e priva di fantasia riuscirebbe ad annoiarsi e a non provare sotto pelle quei palpiti di vitalità di cui questa musica, nonostante nasca in un territorio martoriato dalla violenza, si nutre. Un coloratissimo caleidoscopio di blues, rock, funk, psichedelia si fonde con la tradizione tuareg, il djembè e i caratteristici youyou si intrecciano all'elettricità delle chitarre e di bassi pulsanti. Con orgoglio e consapevolezza. Bastano solo tre brani, quelli iniziali, a trasformare in oro un disco che surclassa di un bel pò la maggior parte della produzione rock blues del 2013. Come se Clapton e Hendrix fossero in jam session con il vento del deserto, il rock dei Tamikrest si perde nel tempo e realizza quell'integrazione culturale che dovrebbe essere, a ogni latitudine, il soffio egalitario che anima il mondo. Imperdibile.





8) WILLIE NILE – AMERICAN RIDE
Con American Ride, Nile centra un nuovo capolavoro, quasi un trampolino di lancio per un futuro che, se rispetterà anche solo in parte i contenuti di quest’ultima fatica, sarà a dir poco pirotecnico. Non è difficile trovare una definizione per spiegare la musica del nostro piccolo eroe newyorkese : in Nile vive un’idea di rock umorale, sincero, energico, fatto di slanci e di un’ attitudine a stare sul palco e quindi a suonare ogni canzone, anche in studio, come se fosse live. Mi piacerebbe parlare, e credo di non andare troppo lontano dal vero, di un musicista che ha trovato la giusta formula alchemica per fondere magnificamente le sciabolate punk della prima Patti Smith o dei Clash coi palpiti da heartland rock di springsteeniana memoria. Basta ascoltare l’uno – due da ko delle iniziali This Is Our Time e Life On Bleecker Street o l’intensa If I Ever See The Light per rendersene conto. Eppure Nile, è un rocker che sa maneggiare altrettanto bene il passo lento della ballata, tanto da riuscire a inanellare due autentici gioielli come l’on the road della title track, scritta a quattro mani con Mike Peters (ex-Alarm), e la struggente dedica d’amore di She’s Got My Heart, una canzone capace di gareggiare per bellezza con le più struggenti melancholy songs di Springsteen. Verrebbe  voglia di raccontare ogni singolo brano di questo straordinario disco, a partire dal divertissement rockabilly di Say Hey e dallo swing pianistico e solare di Sunrise In New York City, fino all’epica rock di Holy War e al folk della conclusiva There’s No Place Like Home, omaggio alle radici della tradizione musicale a stelle e strisce. Ma invece di farvi perdere tempo con troppe e inutili parole, vi invito semplicemente a comprare il disco. Lo ascolterete allo sfinimento, sono pronto a scommetterci una birra. Perché American Ride è uno di quei pochi cd di questo 2013 che resisterà al logorio del tempo.

7) DAWES – STORIES DON’T END
Come dicevo, le dodici canzoni di Stories Don’t End raccontano l’epica della west coast, quegli anni fantastici in cui Crosby, Stills e Nash passavano le serate a casa di Joni Mitchell a tracciare le coordinate di un nuovo suono. Tuttavia, i Dawes stupiscono sia per la padronanza degli arrangiamenti, in perfetto equilibrio fra suono vintage e alternative moderno, sia per il gusto nel cesellare melodie, in cui la tradizione del country rock americano è ripulita dalla polvere e declinata con morbidi accenti pop soul (merito soprattutto della voce in-cre-di-bi-le di Taylor Goldsmith). Vorrei poter trovare un difetto alla scaletta del disco, evidenziare qualcosa di cui parlar male, vestire il ruolo del critico che bacchettando acquisisce autorevolezza. Ma è davvero impossibile trovare un solo passaggio a vuoto in un disco così perfettamente riuscito, così ben suonato, equilibrato e omogeneo in tutte le sue parti, da poter essere definito già un piccolo classico di questa seconda decade del nuovo millennio (merito soprattutto di un approccio in cui prevale l’understatment, il basso profilo di chi non deve dimostrare più nulla a nessuno). Sono talmente belle queste canzoni, che tutte meriterebbero lo spazio di un piccolo racconto. Eppure basterebbe citare la delicata malinconia di Something In Common, la sorellina minore di Desperado degli Eagles, il pop obliquo e caracollante di Just Beneath The Surface, che suona come se gli Arcade Fire mettessero mano a un pezzo di Jackson Browne, i cromatismi leggiadri di From A Window Seat, che non avrebbe sfigurato fra Guinnevere e You Don’t Have To Cry nel primo album dei CS&N, il mid tempo rock dell’esuberante Most People e il minimalismo soul della superlativa Just My Luck, per rendersi conto di quante sorprese si celino nei solchi di Stories Don’t End. Un disco che in assoluto meriterebbe 8 e relativamente ai miei gusti particolari un 10 tondo tondo. Se faccio la media, spero che nessuno ci resti male.





6) MOONFACE – JULIA WITH BLUE JEANS ON
Tuttavia, basta poco per innamorarsi di queste dieci canzoni che, soprattutto se ascoltate in cuffia, esprimono una forza emotiva stordente, nascosta però fra le pieghe di un ordito musicale all'apparenza fragile, e la cui percezione, almeno durante i primi ascolti, è quasi esclusivamente istintuale. Eppure, ogni volta che Julia With Blue Jeans On finisce nel lettore, il disco cresce, prende forma, dispiega in modo chiarissimo i confini entro cui si muove un'anima musicale sensibilissima, poliedrica e recettiva. Dieci brani per la durata di 48 minuti il cui merito è soprattutto quelle di essere semplicemente belle. Quando poi si asciugano le lacrime che velano gli occhi di emozione e si cerca di mettere dei punti fermi, le canzoni che compongono Julia disvelano un cuore delicatamente pop (che forma potrebbe prendere questa scrittura se fosse supportata da arrangiamenti e strumentazione più corposa?), che fa pensare a Ben Folds (November 2011) o al Rufus Wainwright di All Days Are Night, ma che finisce per pompare anche una linfa musicale più colta, quella che circola dalle parti di Erik Satie e Philip Glass (il tocco al piano di Krug è notevole, come dimostrano alcune code strumentali in odore di classica). Difficile trovare il meglio di un disco in cui ogni singola nota è in grado di produrre palpiti e suggestioni. Ma se fosse indispensabile citare qualche brano, sceglierei la dura requisitoria introspettiva di Barbarian ("I am a barbarian sometimes"), la suite di Dreamy Summer e la dolente title track, con un crescendo finale da pelle d'oca. Autunnale e intenso, un grande disco.




Blackswan, sabato 28/12/2013

2 commenti:

Marco Goi ha detto...

vedo che per la top 10 sei tornato il solito vecchio blackswan. per quanto mi riguarda, non ci siamo assolutamente. :)

Blackswan ha detto...

@ Marco: Ma se è tutta musica indie e di tendenza ??' :)