martedì 10 dicembre 2013

JACK BUGG – SHANGRI LA



A distanza di poco più di un anno dall’omonimo album d’esordio, torna con un nuovo disco una delle più giovani (e interessanti) promesse del panorama rock mondiale. Nel caso specifico, tuttavia, il termine promessa, nonostante i diciannove anni del nostro, potrebbe suonare improprio, visto che Bugg di cose importanti sembra averne già dimostrate parecchie. Diversamente non si spiegherebbe come mai questo implume songwriter sia stato investito dell’onore di aprire in solitaria il concerto degli Stones all’Hyde Park di quest’estate; né, e questo è l’aspetto più saliente, che un santone della produzione come Rick Rubin, abbia preso il ragazzo sotto la propria ala protettrice, invitandolo nei propri studi di registrazione (appunto i mitici Shangri La di Malibu evocati dal titolo del disco) per produrre questo secondo lavoro. Che, a ben ascoltare, non si discosta poi di molto dal suo precedente, se non per una leggera virata del suono verso atmosfere più marcatamente rock. Musica derivativa, un occhio puntato su quegli anni ’50 e ’60 che la facevano da padrone nelle discografie di nonno e di papà, un altro invece più attento agli sviluppi del brit rock delle ultime generazioni (Arctic Monkeys e Oasis) e un pugno di innocue canzoni che, per quanto non indimenticabili, hanno dalla loro una certa freschezza sia sotto il profilo interpretativo che compositivo. E forse è proprio questo l’aspetto più soddisfacente del disco: e cioè, che nonostante la presenza di una vecchia volpe dell’artificio come Rubin, Bugg riesca a mantenere una sorta di ingenuità post adolescenziale di fondo che tiene a freno possibili derive egotiche dovute a tanto prematuro e inaspettato successo. Sotto questa luce, allora, risultano assai piacevoli sia il Dylan elettrico scimmiottato nell’iniziale There’s A Beast And We All Feed It che il punk allo zucchero filato di What Doesn’t Kill You o la conclusiva Storm Passes Away, caracollante e anacronistico country folk alla Johnny Cash. Tuttavia suonano meglio, a parere di chi scrive, le canzoni che sono cronologicamente più vicine ai tempi e al mondo di Jake Bugg, o nelle quali il songwriter di Nottingham, pur guardando al passato, rallenta il passo. Così i brani più riusciti in scaletta risultano la convincente rilettura del brit pop in quota Oasis di Simple Pleasures o ballate speziate di weat coast (James Taylor?) come Kitchen Table e Me And You. Un’ultima annotazione: curioso che quest’anno le pagine delle riviste specializzate si siano trovate a parlare (bene o male, poco importa) di così tanti giovani artisti under 20 provenienti dal Regno Unito: il primo full lenght di King Krule, l’esordio degli Strypes e questo secondo disco di Jake Bugg. Che qualcosa stia bollendo in pentola ?
VOTO: 6,5 





Blackswan, martedì 10/12/2013

3 commenti:

Marco Goi ha detto...

il bugg ha fatto due dischi discreti, però troppo derivativi e niente finora che lasci il segno...

molto meglio il mitico king krule!

Euterpe ha detto...

Album bellissimo e diverso rispetto al primo.
Derivativo sicuramente, ma chi non lo è dal 1990 ad oggi?
Per me con Bowie disco dell'anno.

Blackswan ha detto...

@ Marco : se è per questo è abbastanza derivativo anche King krule.Anche se il suo disco è migliore di questo.

@ Euterpe : infatti, ormai derivano tutti. A mio modesto avviso, nessuno dei due è imprescindibile.