domenica 16 febbraio 2014

WARPAINT – WARPAINT




Il primo ascolto del secondo capitolo della discografia delle californiane Warpaint (sotto contratto però con la britannica Rough Trade) mi ha lasciato perplesso. Ecco, mi sono detto, il disco perfetto per far gridare al miracolo gli alternativi da sushi bar:  estetica esasperata (a partire dalla copertina) e quel suono dark ambient molto modaiolo che abbiamo già ascoltato un milione di volte almeno, in tutte le sue possibili declinazioni. Poi, però, siccome i dischi vanno ascoltati più e più volte finché non se ne viene a capo,  si scopre che sotto la patina stilosa esiste un cuore che batte, intelligenza e, perché no, visione. Le dodici canzoni che compongono la scaletta del disco, infatti, possiedono una cattiveria di fondo a tratti destabilizzante (CC), manifestano attacchi da sindrome bipolare (il pulsare delirante di Disco//Very) che spiazzano anche l’ascoltatore più scafato, si infilano nel tunnel dell’ovvio per uscirne repentine con uno scatto di originalità che non ti aspetti (Love Is To Die). Le Warpaint citano, ma lo sanno fare con gusto, senza perdere il timone del progetto: per inclinazione artistica rimandano soprattutto ai Blonde Redhead, ma richiamano alla mente anche i Massive Attack nel trip hop ipnotico di Hi, o i Radiohead nell’acustico monocromatico di Teese. Nonostante ciò, le quattro ragazze risultano, ad esempio, decisamente meno derivative e mostrano un piglio personale più facilmente identificabile rispetto alle Savage, altro gruppo dark oriented al femminile con cui si sono tentati da ultimo impropri imparentamenti. Warpaint, a conti fatti, risulta un disco che possiede un metodo più che un’anima, un rigore quasi matematico nel creare suggestioni che non hanno nulla a che fare con la malinconia, come un ascoltatore distratto potrebbe pensare, bensì creano una tessitura onirica dall’andamento cupo e invasivo. E’ un disco dal pulsare continuo, sorretto da una linea di basso che è la vera chiave di lettura di un monocorde stato emotivo, in cui le variazioni sul tema dipendono esclusivamente dalla frequenza del battito. In questo, e nient’altro, risiede la bellezza del disco: nella consapevolezza, cioè, di definire un percorso e  uno stile che si perfezionano, ascolto dopo ascolto, canzone dopo canzone, fino all’uno-due finale di Drive e Son, vertici di una scaletta che convince in crescendo.

Voto: 7,5





Blackswan, domenica 16/02/2014

1 commento:

Marco Goi ha detto...

meno male che non ti sei fermato al primo ascolto...

già adesso, un serio candidato al titolo di mio disco dell'anno!