giovedì 22 maggio 2014

THE BLACK KEYS - TURN BLUE




Qualcuno se li ricorda i Black Keys di Magic Potion, quell'heavy blues per chitarra elettrica e tamburi, rumoroso e villano, che puzzava lontano un miglio di America rurale, polvere e bourbon? Era solo il 2006 ma sembra siano passate un paio di ere geologiche. Eppure, senza tornare così tanto indietro nel tempo, appaiono sfumati anche i contorni dei due album successivi, Attack & Release (2008) e Brothers (2010), che già segnavano un deciso cambio rotta verso l'alternative, nonostante la credibilità di fondo si mantenesse intatta. Questo perchè il nome Black Keys appare irrimediabilmente legato al loro ultimo album, El Camino, risalente a tre anni fa. Un singolo bomba, Lonely Boy, un Grammy Award per miglior disco dell'anno, un milione e mezzo di copie vendute. Un bel colpo davvero, se non fosse che quel disco segnava il definitivo passaggio dei Black Keys dall'altra parte della barricata, quella dove la musica si fa furbetta e strizza l'occhio alle classifiche e al glamour. Niente di male, per carità: El Camino suona tutt'oggi divertente e divertito, soprattutto grazie alla capacità di Dan Auerbach di camminare in perfetto equilibrio tra ritmiche moderne e ammiccamenti classici, così da compiacere tanto i modaioli quanto gli appassionati di rock. Personalmente, attendevo Turn Blue con ansia: non tanto perchè pensassi a un ritorno alle antiche origini (che ormai rappresentano la storia di un altro gruppo), ma perchè mi aspettavo quantomeno il seguito di El Camino, un disco che, pur essendo conscio dei limiti artistici, mi tenne compagnia per parecchie settimane. Invece, il nuovo full lenght dei Black Keys, perde definitivamente ogni residuo vitale, la cui presenza si percepisce solo in sporadici lampi di classe, per far posto a un suono (complice la produzione di Danger Mouse, che a far danni riesce sempre benissimo) che è super stiloso e super plasticoso. Se si eccettua il brano iniziale, Weight Of Love, ottima prog-song in odore seventies, il resto del disco fila via liscio  come un fuso in un mare di mediocritas, senza un palpito che sia uno. Rock pettinato e patinato, basso che pompa, ammiccamenti soul-dance, e un pugno di canzoni che, sommate nei loro momenti migliori, non riescono a replicare la potenza di un singolo spacca classifica come Lonely Boy. Dovevamo capirlo subito come stavano le cose una volta ascoltato Fever, singolo piacione e senza palle, che già testimoniava un'ispirazione, se non proprio esangue, virata definitivamente verso il (quasi) mainstream. Si fosse trattato di un'altra band, avremmo anche chiuso un occhio; ma veder tanto talento sprecato, fa venir la strozza in gola.

VOTO: 5 






Blackswan, giovedì 

6 commenti:

Lucien ha detto...

Ce l'ho ancora in ascolto nel blog, ma in realtà ho già smesso di ascoltarlo. Condivido in pieno il giudizio: mi ha stancato subito; "Brothers" era altra merce. D'altra parte sono andati da Fazio ... (una garanzia!).
Danger Mouse mi va bene per Broken Bells, pessimo con Auerbach e Carney.

Blackswan ha detto...

@ Lucien: un disco che mi ha messo tristezza,artefatto e senz'anima.

Evil Monkeys ha detto...

Preferisco di gran lunga i primi, primissimi Black keys; ma per me loro possono fare ciò che vogliono e mai ne dirò male; anzi, a volte mi sembra che sia tutta "una montatura", così per vedere che effetto fa stare dall'altra parte...
Se poi hanno trovato la via della popolarità, meglio per loro, almeno avranno da fare campare bene la prole!))

Baol ha detto...

Ho amato ed amo Brother ed anche El Camino...questa tua recensione mi intristisce molto

Barbara Jurado ha detto...

Uh non mi aspettavo una stroncatura d'altronde il loro primo singolo fever non è che mi avesse particolarmente emozionata XD

Marco Goi ha detto...

mai piaciuti più di tanto. questo disco devo ancora ascoltarlo bene, ma per ora mi sembra che manchino le canzoni. la produzione del mitico danger mouse mi pare invece la cosa più interessante!