lunedì 2 giugno 2014

DAMON ALBARN – EVERYDAY ROBOTS




Nella disputa fra Oasis e Blur che infiammò l’Inghilterra nella prima metà degli anni ’90 mi sono sempre schierato a favore dei primi. I Blur mi piacevano, certo, ma preferivo di gran lunga l’approccio musicale degli Oasis, che ai miei occhi apparivano un filo più rock e decisamente più bohemiens. In seguito, la storia diede ragione a Damon Albarn e alla sua vitalità creativa: i fratelli Gallagher si persero in un mare di mediocrità dopo un paio di album davvero notevoli, mentre i Blur, e in seguito i Gorillaz (uno dei fenomeni mediatici più interessanti del nuovo millennio), mantennero standard qualitativi costantemente alti. Everyday Robots, che possiamo definire come il vero primo album solista di Albarn (Democrazy era una raccolta di demo e Dr Dree una bizzarria assolutamente anomala rispetto agli standard del cantautore inglese), è la sintesi di ventitre anni di carriera e racchiude la summa delle esperienze di un musicista che ha raggiunto ormai la piena maturità. Una maturità svelata dal linguaggio di chi finalmente sa raccontarsi senza filtri, in modo colloquiale e comprensibile a tutti, e da un suono (e accidenti che suono!) che sa essere minimale e al contempo pieno e sostanzioso, e che si gioca le carte migliori nel cesello dei particolari, senza tuttavia mai perdere di vista il quadro d’insieme. Un disco adulto e misurato, in cui Albarn impasta il proprio vissuto artistico senza rinnegare alcunché ma trovando invece una nuova consapevolezza. In questo senso, all’interno della medesima scaletta, convivono elettronica e pop-rock, jazz e campionamenti, folk e soul, gospel e world music, in una sinossi il cui equilibrio è temperato dallo sguardo malinconico e disilluso della mezza età. Non esiste più la rockstar dietro le canzoni di Everyday Robots, ma semplicemente un uomo, un crooner meno baritonale ma quanto mai espressivo, che racconta se stesso e il mondo che lo circonda, l’incomunicabilità (Hostiles), la solitudine (Lonely Press Play), la dipendenza dalle droghe (You And Me), e che nonostante ciò è ancora in grado di divertirsi e divertire (Mr. Tembo) e di sorridere nello squarcio di sole finale di Heavy Seas Of Love, brano santificato dalla collaborazione con Brian Eno. Il mood che pervade il disco tuttavia è decisamente malinconico, anche se Albarn gestisce la materia da consumato artigiano, tenendo a distanza melodramma e pathos, preferendo la prosa alla poesia, il ragionamento all’impeto. L’andamento folk etereo, quasi onirico, di Hostiles, il beat notturno di Lonely Press Play, il pianoforte jazz di the Selfish Giant, la disperazione trattenuta di You And Me (sette minuti di esplicita confessione sull’abuso di eroina: “carta stagnola e accendino, la nave va da una parte all’altra”) e quella di Hollow Ponds, con l’assolo di corno francese a richiamare il Miles Davis del Concierto De Aranjuez, rappresentano i vertici di un disco bellissimo e alcune delle cose migliori composte nell’ormai più che ventennale carriera. L’eterno ragazzo, l’enfant prodige del brit pop, l’irrequieto Peter Pan dei mille progetti e delle altrettante collaborazioni, sembra aver trovato la dimensione più congeniale alla seconda parte della sua carriera artistica. Come un fuoco che non divamperà più ma la cui fiamma continua a scaldare con seducente intensità. La discrezione consapevole di una classe infinita.

VOTO: 8,5





Blackswan, lunedì 02/06/2014

7 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Ottimo album, sì anch'io preferivo gli Oasis sarà perché li avevo scoperti prima? Probabile :)

La firma cangiante ha detto...

Cercherò di ascoltarlo quest'album, anche io come te ero partito dalla parte degli Oasis che ancora rimpiango, ai loro album ho legato tantissimi bei ricordi. Poi il talento di Albarn si è rivelato più o meno costante, quello dei due fratellini Gallagher un poco meno.

Marco Goi ha detto...

preferivi i pur ottimi oasis ai geniali blur?
chissà perché non mi stupisce... :)

non mi stupisce nemmeno il fatto che damon abbia tirato fuori un altro grandissimo disco, quanto il fatto che tu l'abbia apprezzato eheh

Blackswan ha detto...

@ Barbara: decisamente un gran disco, che cresce, ascolto dopo ascolto.

@ Firma: i fratellini a cui anche io sono legato da ottimi ricordi, si sono persi quasi subito, mortacci loro...

@ Marco: io la bella musica l'apprezzo sempre, sei tu che fai un pò di fatica :)

Offhegoes ha detto...

Io invece ero "blur" a manetta....adoro Damon credo sia un artista eclettico ed eccezionale oltre che un ragazzo molto intelligente, cosa che non sono i fratelli gallagher....
Detto cio album bellissimo e tristissimo :))

Offhegoes ha detto...

Io invece ero "blur" a manetta....adoro Damon credo sia un artista eclettico ed eccezionale oltre che un ragazzo molto intelligente, cosa che non sono i fratelli gallagher....
Detto cio album bellissimo e tristissimo :))

.liv. ha detto...

Non ho mai veramente capito la diatriba degli anni novanta visto che Blur e Oasis erano (ai miei occhi) diversissimi. Occhei, valeva la pena tenere un occhio sugli Oasis, almeno all'inizio, ma mi era chiaro gia' allora che i Blur (Albarn?) avevano dentro qualcosa di acerbo che prima o poi sarebbe maturato...

Questo ultimo devo ancora sentirlo: provvedero'.