martedì 10 giugno 2014

JACK WHITE - LAZARETTO


 
 
Jack White è un artista le cui gesta vivono di un impatto mediatico di prima grandezza. Look alternativo, viso belloccio, immagine curatissima. Soprattutto, però, White possiede la grande capacità di vivere musicalmente sulla linea di confine fra passato e futuro, è stato, ed è, abile a rileggere le radici con una modernità che forse farà storcere il naso ai puristi ma che alla lunga paga, e paga benissimo. Furbo ? In parte si, ma non solo. Se c'è un merito che va riconosciuto al chitarrista originario di Detroit è quello di aver trovato un linguaggio che avvicinasse le giovani generazioni a generi che altrimenti sarebbero rimasti ancorati a un leggendario mondo antico. Geniale? Solo in parte. White non inventa nulla di nuovo, meglio chiarire subito prima di incorrere in equivoci, e ciò nonostante si presenta come un gran manipolatore di suoni (forse il più grande di tutti), un affabulante filologo che, pur nel rispetto della tradizione, riuscirebbe a far suonare originale e fresca anche una messa in latino. Lazaretto, clonazione perfezionata del precedente Blunderbuss (2012), conferma le immense doti di un musicista talentuoso, che col suo infinito armamentario di strumenti e di intuizioni, spazia fra generi disparati (blues, garage, rock 'n' roll) riconfermando uno stile ormai immediatamente identificabile. Uno stile unico, che unisce come un fille rouge i disciolti White Stripes, progetti stuzzicanti quali Dead Weather e Raconteurs, e questa nuova, assai riuscita peraltro, deriva solistica. Lungi dal poter essere definito un capolavoro (certe cose dei White Stripes e almeno un disco dei Dead Weather -Horehound- sono, a parere di chi scrive,  inarrivabili), Lazaretto, oltre a quanto già scritto poco sopra, ha il merito comunque di esibire una scaletta variegata e divertentissima, che alterna momenti ruspanti e riff impetuosi a suoni della tradizione e panorami di rilassata dolcezza, e che esprime un'urgenza disarmante che, a un ascolto più approfondito, appare però figlia di una ragionata elaborazione a tavolino. L'album tocca immediatamente il suo vertice con un uno-due da ko collocato all'inizio: il divertissement caracollante di Three Women e il funk-rock abrasivo della title track, che sorprende con un inusuale assolo di violino posto in chiusura di brano. Doppietta dal volume alto e dalle chitarre accattivanti, che si scioglie poi nel country soul di Temporary Ground (in duetto con la violinista Lillie Mae Rische), evocando fasti che furono di Gram Parsons e Emmylou Harris. Tanta roba, insomma, e non solo: Lazaretto è un disco che riserva un'altalenante successione di emozioni, che la voce di White riesce sempre a rendere al meglio, tanto nei momenti più tirati che in quelli maggiormente riflessivi. Con coerenza, continuità qualitativa e un suono, come si diceva, divenuto ormai un marchio di fabbrica, capace di replicarsi, album dopo album, senza tuttavia annoiare.

VOTO: 7





Blackswan, martedì 10/06/2014

4 commenti:

Marco Goi ha detto...

per me jack white è il chris martin del rock. sa copiare le idee degli altri, ma di talento suo ne possiede ben poco.
questo mediocre dischetto ne è l'ennesima conferma. suona talmente fresco che in molti brani sembra plagiare persino se stesso, e a me tutto ciò annoia, eccome se annoia :)

Blackswan ha detto...

@ Marco: il paragone mi sembra irriverente assai. I White Stripes hanno fatto cose egregie. E il buon Jack e'anche un ottimo chitarrista. Il disco non e'eccelso, ma discreto si.

El_Gae ha detto...

Diciamo che si ascolta molto volentieri perché è molto curato ed è, effettivamente, un gran musicista. Però gli manca un po' di "sporcizia" che lo renderebbe davvero un grande rocker.

Ezzelino da Romano ha detto...

A me lui piace.
Pulito e curato, è vero, forse un po' troppo, però a tratti mi ricorda Jimmy Page.
Riesce a mettere nei suoi pezzi quella nota che non ti aspetti e che per me è il talento.