venerdì 20 giugno 2014

LINKIN PARK - THE HUNTING PARTY




E' fuori di dubbio che in quattordici anni di attività con sei dischi all'attivo la teoria dell'ibrido proposta dai Linkin Park, fin dal loro esordio datato 2000, abbia pagato moltissimo in termini economici e di consenso di pubblico. Rock, metal, hip hop, screamo, elettronica e tanto appeal radiofonico sono state le chiavi vincenti di una musica meticcia che è riuscita nel tempo a compattare schiere di adoranti fans. Merito anche, almeno per quanto riguarda gli ultimi tre album, della lungimirante visione di Rick Rubin, un nome e una garanzia legati a doppio filo con il successo. Ben altre riflessioni, invece, occorerebbe fare a proposito della rilevanza artistica del gruppo. Anche a prescindere dalla (terrificante, almeno nell'opinione di scrive) svolta elettronica di Living Things (penultimo full lengh datato 2012), i Linkin Park non sono mai riusciti a scrollarsi di dosso l'etichetta di band dal target post adolescenziale, bravi a eccitare gli animi alzando il volume dell'amplificatore e piazzando qualche grintoso riff, ma sostanzialmente incapaci di percorrere fino in fondo i sentieri della rabbia. Insomma, quel genere di musica che un liceale ascolta per impressionare la ragazzina di turno, ma che in fin dei conti non è mai capace di far male davvero. Da un punto di vista squisitamente qualitativo, The Hunting Party è certamente la cosa migliore che i Linkin Park abbiamo fatto dai tempi di Meteora, eppure nonostante ciò, si ha l'impressione che i sei ragazzi losangelini non riescano mai a decollare veramente, a superare cioè i confini di un prodotto che tende a ripetersi, uguale a se stesso, disco dopo disco. Di certo, le velleità elettroniche sono state almeno in parte accantonate, o meglio vengono diluite e gestite con attenzione e misura, così come appaiono ridotte all'osso anche le contaminazioni hip hop. Ed è altrettanto vero che per l'intera durata dell'album, e soprattutto nella prima parte, si respira un'aria di restaurazione metallica, come se per la prima volta da molto tempo Chester Bennington e Mike Shinoda avessero riesumato una sopita ferocia, di cui forse nemmeno loro si ricordavano l'esistenza (Keys To The Kingdom è la canzone più dura dell'intero repertorio della band). Tuttavia, superato il forte impatto emotivo del primo ascolto, il disco svela le pecche consuete di un nu-metal che stordisce per volumi ma non graffia mai, che vorrebbe far paura e poi invece ripiega, inevitabilmente e furbescamente, verso l'ammiccamento melodico che garantisce passaggi in FM (Until It's Gone) o verso strumentali pretenziosi che finiscono per suonare solo come bolsi riempitivi (Drawbar con Tom Morello). Un passo avanti rispetto alla media degli ultimi tre album, ma siamo ancora ben lontani dal disco della maturità.

VOTO: 6,5





Blackswan, venerdì 20/06/2014

2 commenti:

Marco Goi ha detto...

a un primo ascolto mi è sembrato deprimente quanto l'italia di ieri...
ma se ritrovo fiducia proverò a dargli un altra possibilità.

Antonello Vanzelli ha detto...

Devo ancora ascoltarlo, è una band che non ho mai amato nè disprezzato. E' in quel limbo di sufficienza che però non mi esalta. Certo, a differenza di quasi tutto il nu metal, sono ancora qui, con indubbia dignità d'intenti. Quindi tanto di cappello.