domenica 14 settembre 2014

INTERPOL – EL PINTOR




Sono passati ben dodici anni da Turn On The Bright Lights (2002) e di strada gli Interpol ne hanno percorsa parecchia, non sempre in modo coerente. Pur nel suo smaccato citazionismo (Chameleons, Joy Division, e io ci metterei anche i Sound di Adrian Borland), quell’esordio aveva riscritto le coordinate della dark wave, adattandola all’ipercinetismo della società 2.0, tutta tecnologia, voyeurismo e algido glamuor. Una malinconia al neon che rappresentava la vera grandezza degli Interpol: raccontare nuovamente la notte, immergendosi nell’inchiostro nelle contraddizioni newyorkesi, in perenne bilico tra grandeur, elegante patina e frenesia metropolitana. Pur replicando alcuni connotati che erano stati il cardine del suono Joy Division (la voce baritonale di Paul Banks, la centralità della sei corde), gli Interpol però spogliavano la proposta musicale da ogni accento presbiteriano, giocando semmai sull’interplay tra due chitarre, e dando vita a un suono stratificato, pieno, supportato da beat ansiogeni e propenso a una prosa dai toni vagamente epici. Antics (2004), nonostante l’ottimo livello qualitativo, palesava una normalizzazione del suono e una linearità compositiva, per così dire, rassicurante. Cessato l’effetto sorpresa, nei successivi dieci anni gli Interpol hanno rilasciato solo due dischi, entrambi figli dell’incertezza sulla strada da imboccare: Our Love To Admire (2007), primo disco con una major, denotava una certa ripetitività e un piglio maggiormente rock e decisamente meno umbratile; Interpol (2010), invece, andava in direzione opposta, verso soffocanti lande new wave, suonando cupo, claustrofobico, ma privo di pathos e, a dir la verità, assai bolso. Cosa sono dunque diventati gli Interpol nel 2014? Che disco è El Pintor? Ci troviamo di fronte, a parere di chi scrive, a un album dal carattere fortemente contraddittorio, come palesa fin da subito il titolo, evidente anagramma del nome della band, e che, ritengo involontariamente, ci suggerisce al primo sguardo l’ambiguità della proposta. Da un lato, infatti, gli Interpol hanno definitivamente cristallizzato un suono, il loro suono: le dieci canzoni dell’album, da questo punto di vista, sono straordinariamente coese e rappresentano la summa di dodici anni di carriera. Ecco gli Interpol, impossibile confonderci con qualche altra band, questo suono è solo nostro, ogni citazionismo è stato riassorbito e poi eliminato come corpo estraneo. La contraddittorietà, sta però nel fatto, che reso perfetto l’involucro, il contenuto è oltremodo povero. Se già in passato si era sospettata una progressiva mancanza di ispirazione, El Pintor la palesa definitivamente. Delle dieci canzoni si salvano solo le stratificazioni chitarristiche di My Desire e in parte l’accelerazione iniziale di All The Rage Back Home. Il resto della scaletta è in evidente affanno, tiene il passo pesante di chi è stremato e non vede l’ora di arrivare al traguardo, si ripete senza convinzione, con una stanchezza di fondo percepibile fin dai primi ascolti. Questo disco, in definitiva, ricorda molto da vicino l’impressione che ebbi quando, durante lo scorso tour, andai a vedere gli Interpol suonare dal vivo: maestrini perfettini e un po’ petulanti che ripetono, senza uno sbavo, la solita lezione mandata ormai a memoria. Consoliamoci quindi con lo splendido packaging del cd: come dicevo, qui conta solo la confezione.

VOTO: 5  





Blackswan, domenica 14/09/2014

4 commenti:

Marco Goi ha detto...

un disco che non sta entusiasmando neanche me.
però se non altro all the rage back home è una bella bombetta!

Blackswan ha detto...

@ Marco: un disco davvero fiacco.Hanno fatto cose migliori e anche questo singolo è così così.

Haldeyde ha detto...

Blackswan, la mia ingenerosità nel commentare i tuoi post è dovuta ad una mia distanza di generi, anche se ogni tanto mi hai deliziato con qualcosa di classicamente progressive.... Ma ti assicuro che le tue recensioni sono tutte da manuale.

Blackswan ha detto...

@ Haldeyde: troppo buono :)