domenica 9 novembre 2014

DAMIEN RICE – MY FAVOURITE FADED FANTASY




Ben vengano artisti come Damien Rice, capaci di dar voce al loro tormento interiore, di universalizzare gli autunnali paesaggi della propria malinconia, di mettersi a nudo, di esibire con pudicizia anche i romiti più nascosti dell’intimo, suggerendo un legame di condivisione con l’ascoltatore. Materia, questa, non facile da gestire: il percorso è sdrucciolevole e impervio, perdere la bussola è un attimo, come è un attimo travalicare quel confine sottile che separa il lirismo dal melodramma. Rice, classe 1973, due album all’attivo (splendido il primo, intitolato O), torna in studio dopo otto anni per riproporci il suo folk esile, eppure al contempo denso di emozioni, caratterizzato da interpretazioni vocali straordinariamente intense e da un suono che, quando si mantiene scarno, essenziale, riesce a colpire sempre nel segno. O, poc’anzi citato, è stato l’apice di scrittura del talentuoso songwriter irlandese; e, tutto sommato, anche il successivo 9, connotato da sonorità più elettriche, non aveva deluso le aspettative. Ma come si diceva, la materia non è fra le più semplici da elaborare: occorre avere le idee ben chiare, mantenersi a distanza, dominare il pathos. My Favourite Faded Fantasy è, in questo senso, il disco meno riuscito di Rice, vittima forse di un eccesso di elaborazione stilistica e di una irritante verbosità, come se negli otto anni trascorsi lontano dagli studi di registrazione si fosse creato un accumulo di idee davvero difficile da ordinare. Così, quando Rice asciuga il suono e fa le cose semplici, è capace di toccarci il cuore come aveva a suo tempo già fatto con canzoni del calibro di The Blower’s Daughter: il fragile arpeggio di chitarra che introduce la title track, la melodia contagiosa di I’ Don’t Want To Change You e l’intensità colloquiale di The Greatest Bastard portano alla luce una grande scrittura e sono i momenti più intensamente drammatici dell’album. Ma in altri frangenti, questa magia si perde tra arrangiamenti ampollosi e un vaniloquio prolisso che procura più di uno sbadiglio (It Takes A Lot To Know A Man, Trusty And True). Il risultato è dunque un disco riuscito a metà, che procede a corrente alternata, fra picchi di seducente lirismo e lunghi momenti di stanca inconcludente. Un accumulo eccessivo che soffoca l’urgenza e che ci lascia soddisfatti a metà.

VOTO: 6,5





Blackswan, domenica 09/11/2014

3 commenti:

Roberto Paglia ha detto...

Bel brano, la tua recensione mi ha incuriosito, grazie!

Marco Goi ha detto...

disco noiosetto.
il buon damien un'altra canzone come the blower's daughter non so se riuscirà a tirarla più fuori...

Antonello Vanzelli ha detto...

Il primo album è un capolavoro, ma questo disco rischia di dimostrare che il buon Damien ha un grande futuro...alle spalle.