domenica 28 dicembre 2014

MIGLIOR ALBUM 2014: LE SCELTE DEL KILLER – Dal 10 al 6



10) TOM OVANS - LAST DAY ON EARTH

Poi, Ovans, possiede una voce che tramortisce, cruda, alcolica, graffiante, capace di un timbro colloquiale, quasi dimesso, che all'improvviso si inalbera in fiotti di roca rabbia. In questa lunga scaletta (quella del primo disco più elettrica mentre quella del secondo decisamente più acustica), c'è tutta l'America che vale la pena di conoscere: la provincia rurale, l'afrore del Mississippi, la desolazione di autostrade perse nel nulla, la polvere di un peregrinare antico che si attacca agli stivali e ti brucia la gola. Chitarra, slide, lap steel, armonica sono tutto il mondo di Ovans, un mondo a cui approcciarsi con filologico stupore perchè capace di narrare la storia e le tradizioni di una nazione molto meglio di tanti libri. Soprattutto, e questo è il motivo più importante fra tutti, è che Ovans è uno di quegli artisti che non ha nulla da perdere perchè alla musica ha dato tanto, senza aver ricevuto nulla in cambio. Ci si presenta nudo, a mani vuote e con un cuore grondante di dolore. Non c'è trucco e non c'è inganno: qui si canta la vita, così com'è, senza artifici o abbellimenti stilistici, come se fosse l’ultimo giorno da vivere su questa disgraziata terra. Allora, canzoni come War e Caroline, lo sferragliamento neilyounghiano della title track e il disincanto malinconico di California's Not What It Used To Be (da quanto Dylan non scrive una canzone così?) ci svelano tutta la forza dirompente di un disco capace di sfiorare vette eccelse con accordi e parole da pochi cents. Chi ama la musica americana e la schiettezza se ne innamorerà perdutamente: sono palpiti veri.


9) THEE SILVER MT.ZION MEMORIAL ORCHESTRA - FUCK OFF GET FREE WE POUR LIGHT ON EVERYTHING

Soprattutto, poi, in un disco come Fuck Off Get Free... in cui l'estetica sonora del gruppo supera definitivamente gli angusti recinti di genere per elevarsi a uno status più alto, ove le definizioni perdono decisamente significato. Siamo di fronte, infatti, a un'apocalisse cacofonica, a un caos organizzato di chitarre, violini, voci e pianoforte, in cui folk, blues, rock e post-core si fondono in una sinfonia estrema di dissonanze e disperazione, per sciogliersi poi in languide suggestioni e fremente romanticismo. Sei canzoni (si fa per dire) per cinquanta minuti di musica che spinge la melodia, sempre cupa o estatica, comunque mai indulgente nei confronti dei desiderata dell'ascoltatore, verso i confini estremi che separano la convenzione dallo sperimentalismo puro. Succede così nei primi due brani, Fuck Off Get Free… e Austerity Blues, che ci scaraventano per venticinque minuti in una tempesta elettrica stratificata, in cui folk e blues vengono martoriati da un ardore tanto selvaggio da percuotere anche anima e orecchie. Un uno-due anarcoide e destabilizzante che basterebbe da solo a farci gridare al miracolo, se non fosse che dopo c'è altro, molto altro. Un mondo parallelo, verrebbe da dire, che contraddice tutto ciò che abbiamo ascoltato finora: tre brani più morbidi, ma egualmente appassionati, che dopo il naufragio ci conducono verso un approdo più rassicurante (e quasi sinfonico) ma non per questo meno suggestivo. Il risultato finale è un disco complesso perchè libero di essere, bellissimo perchè di una sincera e cristallina purezza. Un disco che restituisce forza e autorevolezza al rock,  da tempo mai così integro e lontano dalle mode del momento.







8) GROUPER – RUINS

Una fuga ad Aljezur, in Portogallo, per allontanarsi dalla visione disarmante di un monumento eretto in nome dell’amore e ore trasformato in rovine. Un folk minimale e intimista, lontano anni luce dall’ambient dei lavori precedenti, pianoforte e voce, per provare ad allentare la stretta del dolore attraverso la potenza evocativa della musica. Mettersi a nudo, osservare le ferite, cercare il lenimento delle note, risollevarsi, trovare una nuova luce, il riscatto. Il buio di un nuovo edificio, ove nascondersi e registrare su un quattro piste ciò che non è più, ciò che non saremo mai più. Tutt’intorno, l’eco di una natura leopardiana, che incombe nel gracidare delle rane, ricordandoci che la sofferenza degli uomini e la loro distruzione è necessaria perchè la specie si conservi. Si parte dal rintocco funebre dell’iniziale Made Of Metal, si percorre una strada che dall’oscurità conduce attraverso i fantasmi che infestano le rovine, si giunge a un nuovo inizio (la conclusiva Made Of Air), in cui l’anima evapora verso un barbaglio di sole. In mezzo, sei canzoni sgranate, dolenti, gravide di immani silenzi, dagherrotipi di un mondo non più riproducibile, di una vita ormai trascorsa, che solo il tempo ci restituirà, benigna, nella dolcezza malinconica di sfumati ricordi. Ma prima occorre passeggiare sulle rovine, ferirci gli occhi alla vista dei nostri detriti, superare lo sfacelo del nostro dolore. Perché il metallo si trasformi in aria e ci lasci liberi.



7) COUNTING CROWS - SOMEWHERE UNDER WONDERLAND

Un lavoro essenziale e diretto che, per converso, si apre con Palisades Park, una delle canzoni più lunghe e complesse della discografia dei corvi: otto minuti abbondanti, eppure non una nota in più o fuori posto, una piccola suite in cui tutto è necessario, un capolavoro a incastro (intelaiatura jazzy, digressioni improvvise, ritornello scalpitante) in cui domina la voce multiforme di Adam Duritz, che sceglie però la strada della narrazione a scapito della consueta recitazione. E che Palisades Park sia una canzone immensa, non vi sono dubbi: finisce e hai già voglia di riascoltarla, e a ogni nuovo ascolto scopri un particolare che ti era sfuggito, un'intonazione, un leggero controtempo, un palpito, un battito del cuore. Tanto bella che se anche il disco finisse ora, saremmo definitivamente appagati, inebriati da un ritorno che nessuno avrebbe scommesso così intenso. C'è dell'altro però, ci sono altre otto canzoni (siamo al minimo storico) che costituiscono una scaletta coesa, compatta, sostanziosa, a tratti, persino possente. Earthquake Driver e Dislocation mostrano i muscoli del rock ma possiedono anche grandi potenzialità radiofoniche; Scarecrow pesca un ritornello dalla melodia cristallina; Elvis Went to Hollywood regala un inusitato tripudio di chitarre; God Of Ocean Tides ritorna esattamente là, dove tutto ebbe inizio, somewhere in the middle of America, mentre il country rock di Cover Up The Sun suona come un classico dei Greatful Dead in prospettiva 2.0. Concludono il disco John Appleseed's Lament, l'unico brano "normale " in scaletta, e Possibility Day, in cui Duritz vola altissimo, regalandoci una delle "sue" canzoni, quattro minuti acustici, intimi, commossi. Pronto ovviamente a essere smentito da chiunque, ho l'impressione che per trovare un disco dei Counting Crows così bello e convincente debba tornare indietro nel tempo fino a Recovering The Satellites. Era il 1996 e sono passati quasi vent'anni. Tuttavia, questa resta una delle poche band del pianeta che, quando è in credito di ispirazione, riesce ancora a far battere il mio cuore di un amore appassionato e sincero.
Un grande disco.









6) MARIANNE FAITHFULL – GIVE MY LOVE TO LONDON

E c’è la voce, poi, quella voce, così sgraziata, roca, aspra, feroce. Una voce che afferra le canzoni alla gola e, letteralmente, le sbrana. Canzoni bellissime, come quelle che costituiscono la scaletta di Give My Love To London, e che la Faithfull ha però il potere di spogliare della loro immanenza portandole a un livello superiore di spiritualità. Una tendenza all’assoluto, che parte dalle proprie rovine interiori, dal proprio doloroso vissuto, e che la voce, quella voce, rende universali, come se l’abisso da cui provengono fosse l’habitat naturale del genere umano. Scrivono per lei penne ispiratissime: Nick Cave, Steve Earle, Roger Waters, Anna Calvi, Ed Harcourt, ognuno con il suo stile ben definito, che diventa addirittura inconfondibile, nel tratto dell’ex-Pink Floyd (Sparrows Will Sing) e in quello di Re Inchiostro (l’incedere presbiteriano di Late Victorian Holocaust). Eppure, ciò che resta dopo ogni ascolto, ben aldilà della qualità dei singoli brani, è solo lei, Marianne: un dolore, un’esistenza, una voce. Le cicatrici interiori ci sono tutte, e si specchiano nelle rughe del volto, si riverberano nello spleen malinconico che avvolge di tenebra il disco. Ciò che però il tempo non ha toccato è l’intensità interpretativa di un’artista discesa negli inferi e poi risorta. Con quella voce.


Blackswan, domenica, 28/12/2014

5 commenti:

Offhegoes ha detto...

Tom Ovans spettacolare.... Superato Dylan....
E i Counting Crows finalmente tornati.... Si sono fattinaspettare ma ne e' valsa la pena!
Alla Faithfull onestamente preferisco Lucinda Williams il cui album di quest'anno meets both the spirit and the bone 😀
Il mio podio 2014 e' femmina....Lucinda,Lana et Counting Crows 😎
Abrazo fuerte hermano

Marco Goi ha detto...

ma salendo in classifica i dischi non dovrebbero migliorare, anziché peggiorare?

gli album di grouper e marianne faithfull se ascoltati interamente sono garanzia di coma assicurato :D

Nella Crosiglia ha detto...

Ma non avevo postato qualche cosa?
Ho sbagliato blog?
Che strane coincidenze...
Beh saluto di cuore Tom Waits e l'avevo proprio dimenticato....

Blackswan ha detto...

@ Offhegoes: i primi cinque domani, ma credo che le nostre scelte siano in linea, soprattutto su Lucinda :) Abbraccio

@ Marco: effettivamente mancano Taylor Swift e Avicii, ma credo ci penserai tu a metterli in buona evidenza :))

@ Nella: mi sa che la febbre ti abbia tolto un pò di lucidità. Hai pubblicato sul post precedente e qui di Tom Waits non c'è nemmeno l'ombra :))

Nella Crosiglia ha detto...

Sempre positiva la mancanza di lucidità, spesso ti fa vedere più chiaro del vero!
Seratissima, amico caro!