venerdì 26 dicembre 2014

MIGLIOR DISCO 2014: LE SCELTE DEL KILLER – Dal 15 al 10



15) KENNY WAYNE SHEPERD – GOIN’ HOME

Ottima anche la scelta delle canzoni, visto che Sheperd è andato a pescare nel repertorio degli autori poc’anzi citati, evitando però scelte scontate (l’unica canzone conosciuta a chi frequenta poco il genere è You Can’t Judge A Book By The Cover di Willie Dixon, rifatta l’anno scorso anche dagli Strypes nel loro disco di esordio), per puntare invece su brani meno noti, ma non per questo qualitativamente meno validi. La band di Sheperd, poi, è un gruppo dai meccanismi oliatissimi, che suona a memoria, con impeto e tecnica sopraffina (alla batteria, per dirne una, c’è Chris Layton, ex componente dei Double Trouble di SRV). Il risultato finale è un disco di blues elettrico che possiede un’energia pazzesca, di quelli insomma che si ascoltano in piedi, pronti a caracollare al ritmo di uno scatenato rockin’blues  (la travolgente House Is Rocking di Stevie Ray Vaughn) o a imbracciare una air guitar per inseguire i frenetici assoli di Kenny Wayne e soci (l’Albert King di Breaking Up Somebody’s Home con Le chitarre di Sheper e Haynes che duettano alla grande, è meglio di un orgasmo). Goin’ Blues in definitiva risulta, a parere di chi scrive, il miglior disco inciso da Sheperd, il quale, quando maneggia la materia che conosce meglio, ci fa dire senza mezzi termini che probabilmente oggi il più grande di tutti è proprio lui (ascoltate l’assolo di You Done Lost Your Good Thing Now e capirete il perché). Travolgente, palpitante, filologicamente corretto, profondamente blues. Musica per vecchi un cazzo.


14) ANNA AARON – NEURO

Una scaletta importante, suonata magnificamente anche grazie a due ospiti come il batterista dei Cure Jason Cooper e il polistrumentista Ben Christophers, che regge dall’inizio alla fine, fondendo, tramite un’accurata produzione, componenti elettroniche e classiche ad altre più decisamente rock. Le ballate Case e Simstim poste a inizio e fine album, la straniante disomogeneità di Labyrinth (col suo piglio rock e le stravaganze percussive), la cupissima Neurohanger, ai limiti dell’industrial, la techno rivisitata di Girl, e le derive gotiche della già citata Stellaring che si aprono in un ritornello di chiarità assoluta, testimoniano di un disco che stupisce per varietà senza che però venga meno la coerenza compositiva dell’insieme. Lussureggiante, intenso, mistico, ricco di idee, Neuro si accredita, se non come il più bello, quantomeno come uno dei dischi più originali del 2014. 








13) MY BRIGHTEST DIAMOND - THIS IS MY HAND

Un suono che affonda le sue radici nella tradizione americana, ma che nello specifico viene rivestito di abiti elettronici e delle acrobazie vocali della Worden, giusto contrappunto all'esuberante presenza della sezione fiati. Sotto queste inusitate vesti, che assumono tinte meno sgargianti nella seconda parte del lavoro, si nasconde però l'anima di una musicista in continuo movimento, che accantonate anche le ultime reminiscenze dark wave, prosegue il proprio percorso spostandosi verso insediamenti più squisitamente soul e jazzy. Il risultato è un album che, come si diceva all'inizio, colpisce per scelte bizzarre e intuizioni fuorvianti, ma che, a poco a poco, svela una sottostante complessità melodica, vero nucleo pulsante del disco. Accostato inevitabilmente, e un pò banalmente, all'ultimo lavoro di St.Vincent (il mood meno intimista della prima parte del disco mi ha fatto però tornare in mente anche The Classic di Joan As Police Woman), This Is My Hand ha tutte le carte in regola (Love Killer e Before The Words, pur nella loro complessità strutturale, hanno un'incredibile appeal radiofonico)  per svelare l'originalità di My Brightest Diamond anche al grande pubblico. Sarebbe il giusto riconoscimento per un'artista che, ad oggi, si lascia alle spalle una prima parte di carriera praticamente senza sbavature.








12) SIMPLE MINDS – BIG MUSIC

Però Big Music è un disco pimpante e vitale, in cui l’ispirazione dei tempi d’oro a tratti sembra ritrovare la strada di casa. I Simple Minds tornano e, per parafrasare un loro celeberrimo pezzo, sono più che mai Alive And Kicking. Delle dodici canzoni in scaletta non riesco a parlare che bene. Nonostante certi arrangiamenti un po’ troppo pompati e caciaroni, nonostante un certo retrò-gusto cafone e smaccatamente anacronistico, le belle canzoni non mancano. La cover di Let The Day Begin dei Call, ad esempio, è energia pura, suona come una Waterfront 2.0 (ciò che peraltro era nelle intenzioni del suo autore, il compianto Michael Been). Un inizio perfetto, con l’elettronica in crescendo di Blindfolded e Midnight Walking, un finale da applausi, con il mid tempo malinconico di Spirited Away, e in mezzo canzoni che hanno il merito di farsi ricordare e far ricordare i bei tempi andati (Concrete And Cherry Blossom è per tutti quelli che cercavano un’altra Don’t You). E nonostante la brutta bestia della nostalgia riaffiori in continuazione (bello e doloroso al contempo, ascoltare echi di Sparkle In the Rain e New Gold Dream), Big Music si presenta come un disco che, pur zeppo di autocitazioni, suona dannatamente moderno. Tanto che se a pubblicarlo fosse stato un gruppetto di ggiovani pippette MTV addicted, ora si parlerebbe di miracolo. Invece per i Simple Minds ci limitiamo a rallegrarci, ma stiamo più schisci: da chi ha composto Someone, Somewhere In Summertime e East At Easter, ci si attendono sempre certi standards elevati. Il che, obiettivamente, non è più possibile. Ma va benissimo anche così: Big Music è un gran bel disco e io ho provato ancora l'ebbrezza dei miei quindici anni. Cappotto nero, anfibi, cresta e New Gold Dream dalla mattina alla sera. Un bel regalo di Natale.


15) SONS OF BILL – LOVE AND LOGIC

Se infatti la strumentazione utilizzata per la registrazione dei brani pesca a piene mani dalla tradizione a stelle e strisce (pedal steel, banjo, dobro), i Sons Of Bill cercano sempre soluzioni originali, facendo fluttuare suoni e melodie verso il blu acceso di certi cieli americani che paiono infiniti. Così, non sembra un azzardo poter parlare di Space Americana, soprattutto in quegli episodi che sono più decisamente marcati da influenze pinkfloydiane (Brand New Paradigm, Road To Canaan, Lost In The Cosmos. Light A Light) o che imboccano la strada di un etereo lirismo (Fishing Song, Hymnsong). Non mancano, ovviamente, citazioni che guardano a un passato nostrano (nel senso di americano), come nell’iniziale Big Unknown, in cui si ascolta qualcosa a metà fra i primi Rem e i Jayhawks, o in Arms Of Landslide, nella quale è chiamata ancora in causa l’ex band di Michael Stipe. Nel complesso, quest’ultima fatica dei Sons Of Bill, possiede però una compattezza stilistica inequivocabile che, sono pronto a scommetterci, lascerà a bocca aperta gli appassionati di genere. Love And Logic è un disco inaspettato e seducente, che va assaporato con lentezza, perché solo dopo numerosi ascolti si riescono a percepire tutte le sfumature di un suono tra i più originali della cosiddetta Americana 2.0. Quando, infine, avrete colto la visione d’insieme, vi renderete conto di avere tra le mani non solo una bellissima copertina, ma anche un gran disco, uno dei migliori di questo 2014.





Blackswan, venerdì 26/12/2014

2 commenti:

Nella Crosiglia ha detto...

Simple Minds a parte , tutta roba di nicchia, mio caro Balcky, che ascolterò molto volentieri con tutto il tempo che questa noiosa influenza mi dona con varie ed eventuali.
Felice che tu ti sia ricordato di me, ti auguro una brillante colonna sonora per i tuo futuro, con un abbraccio particolare!

Marco Goi ha detto...

grande anna aaron!
il disco dei simple minds non è male, peccato sia arrivato giusto con quegli appena 30 anni di ritardo... :)