giovedì 11 dicembre 2014

THE SMASHING PUMPIKINS - MONUMENTS TO AN ELEGY



Dimenticatevi gli anni '90, dimenticatevi Mellon Collie And The Infinite Sadness, dimenticatevi quello che era uno dei gruppi più eccitanti di quel decennio, capace di rinfocolare le ceneri del grunge con il nobile legno del progressive e la benzina del pop. Gli Smashing Pumpinks tornano a noi e non sono più gli Smashing Pumpkins. Non lo erano più nemmeno con Oceania (2012), anche se quel disco, quel buon disco, aveva punti di contatto con il passato che in Monuments To An Elegy vanno cercati con il lanternino. A capo del vaporetto c'è sempre e solo Billy Corgan, padre e padrone del progetto, da tempo liberatosi dal tormento di avere dei condomini ingombranti (qui c'è un gruppo di ossequiosi palafrenieri, tra cui Tommy Lee dei Motley Crue) e quindi unica vera costante in più di vent'anni di storia. Gli Smashing, insomma, sono solo Corgan e la sua inconfondibile voce, marchio di fabbrica che ti permetterebbe di identificare la band, nei secoli dei secoli, qualsiasi cosa faccia. E' proprio il timbro del calvo chitarrista a rappresentare il più solido punto di contatto con la precedente discografia, dal momento che un certo suono costituito da stratificazioni chitarristiche, vibranti dirompenze hard (qualcuno davvero si aspetta di ascoltare ancora una Zero?) e obliqui quanto raffinati sperimentalismi, vive ormai relegato a brevi momenti. Corgan è uno che ha sempre seguito la sua strada, provando a cambiare le carte in tavola in base al proprio istinto, tentando, disco dopo disco, di modellare la primitiva irruenza di Gish (1991) attraverso chiavi di lettura diverse, fossero queste il progressive (Mellon Collie), la potenza della ritmica (Adore), le suggestioni elettroniche (Machina). Oggi, le zucche, o meglio la zucca, cambia di nuovo, e ci regala un disco smaccatamente pop, deliberatamente retrò (l'eco degli anni '80 è una costante), volutamente accessibile. Non un gran disco, ma un buon disco si: compatto e coerente fino all'ultima nota, zeppo di ganci melodici paraculi ma irresistibili (Dorian), ricco di citazioni inaspettate, che pescano ricordi più nei Cure poppettari che nell'epica degli anni '90. Le chitarre restano in cantina e quando suonano, suonano come scorie genetiche refrattarie alla mutazione. In Monuments To An Elegy, le danze sono condotte dai sintetizzatori, che ci accompagnano in tutte le nove canzoni di un album concentrato in soli trentacinque minuti. Una concisione che, a differenza del passato, rende tutto essenziale, ci sgrava da filler ed esalta la buona vena compositiva degli Smashing (ops, Corgan). E' pop tout court, ma ci piace. Bella lì, Billy!

VOTO: 7





Blackswan, giovedì 11/12/2014

3 commenti:

Marco Goi ha detto...

oceania era pessimo!

questo nuovo invece è finalmente il primo disco degno di nota firmato dal buon billy da (almeno) un decennio a questa parte.
era ora!

Blackswan ha detto...

@ Marco: Oceania non era affato male, invece. Questo, è sicuramente meglio.

mr.Hyde ha detto...

In questo video si riconosce bene lo stile "Smashing Pumpkins"