domenica 18 gennaio 2015

SLEATER KINNEY – NO CITIES TO LOVE



Appesa nel mio studio, fra i poster e le foto degli “eroi” musicali che hanno accompagnato la mia vita, c’è anche una bella immagine delle Sleater Kinney, a ricordo di un amore nato nel lontano 1996 ma ancora in grado di suscitare palpitanti emozioni. Crocevia della morte fra la rabbia militante delle riot grrrl (le Bikini Kill e le Babes In Toyland stanno solo a un tiro di schioppo) e le derive rumorose della Gioventù Sonica, le tre ragazze di Olympia ci hanno regalato almeno un paio di dischi (Call The Doctor e Dig Me Out) da conservare fra i capitoli più preziosi della nostra discografia nineties. Poi, a partire da Hot Rock del 1999, un po’ si sono perse, accantonando la ferocia iniziale per abbracciare una forma canzone più convenzionale e meno urticante. L’ultimo capitolo della loro storia risale al 2005, ed è segnato da The Woods, quello che per molti rappresentava il disco della rinascita (un nuovo suono, caratterizzato anche da assoli di chitarra e arricchito da scorie psichedeliche) e che invece segnò, tra lo stupore e il disappunto dei numerosi fans, il loro scioglimento. Orfani di tanto amore, abbiamo atteso quasi dieci anni, ma oggi i nostri sogni si sono avverati: Corin Tucker, Carrie Brownstein e Janet Weiss tornano a noi con No Cities To Love, un disco che fin dalle prime note ci rimanda immediatamente al loro momento di maggior creatività. Se qualcuno pensava che dieci anni di silenzio e la raggiunta maturità (le tre ex ragazze sono ormai tutte ultraquarantenni) avrebbero fiaccato lo spirito e la tensione che animava Dig Me Out, è servito: queste dieci canzoni, per una durata complessiva di poco più di trenta minuti, sono infatti ciò che maggiormente si avvicina alla forza iconoclasta di quel fantastico disco. In No Cities To Love c’è tutto lo Sleater Kinney pensiero: lo stridere disturbante delle due voci (la Tucker a ringhiare la melodia e la Brownstein a giocare sul contrappunto disturbante), gli spigoli acuminati di riff assassini, l’ardore scompigliato di assalti sonori all’arma bianca, i testi abrasivi e senza fronzoli (si parte con lo sputo in faccia al capitalismo di Price Tag). Mezz’ora di corsa forsennata, senza un attimo di pausa, nemmeno per pisciare: si parte a cento all’ora, il piede pigiato a tavoletta, e si finisce in derapata, con i freni che stridono lancinanti e il motore, esausto, che fuma. Urgenza, urgenza e poi ancora urgenza, le Sleater Kinney 2.0 hanno nuovamente vent’anni, sentono ancora il bisogno primordiale di fare casino, di strattonare le melodie, afferrarle per i capelli e trascinarle in quel magma rumoristico che è la linfa vitale del rock. Da tempo non ascoltavo un disco pervaso da tanta credibile cattiveria, così genuinamente sferragliante, così modernamente retrò (Hey Darling ringhia alle radici del punk). Un disco da mettere sul piatto, infilarsi le cuffie e alzare il volume al massimo, fino a farsi sanguinare le orecchie. Tanti anni fa le Sleater Kinney cantavano: “Voglio essere la tua Joey Ramone, con le mie foto appese alla porta della tua camera”. Bè, io quella foto ce l’ho da una vita e oggi mi pare più bella che mai.

VOTO: 9





Blackswan, domenica 18/01/2014

4 commenti:

Alligatore ha detto...

Forti le Sleater Kinney... mo me lo segno!

Marco Goi ha detto...

anche a me è sembrato un disco "senza un attimo di pausa, nemmeno per pisciare".
ottima frase, bravo blackswan! ;)

dopo la delusione dei pixies l'anno scorso, questo è davvero un ritorno come si deve.

copp ha detto...

Completamente d'accordo con questa recensione...anche io quella foto ce l'ho in camera (il poster di One Beat, con la foto più bella che potessero mai fare, quella nella sala prove) e questo disco mi ha scaldato il cuore e le orecchie. Non vedo l'ora di vederle live per la prima volta, a Parigi

Blackswan ha detto...

@Coop: avevo qualche remora prima di ascoltarlo, subito fugata, però. E anche adesso è uno dei dischi che passano regolarmente nel mio ipod. Buon ascolto (anche perchè la cornice parigina dev'essere magica). :)