mercoledì 4 febbraio 2015

BENJAMIN CLEMENTINE - AT LEAST FOR NOW



Basta aprire una a caso delle tante riviste specializzate, sia cartacee che web, e puntualissimi, spuntano un articolo o una recensione su Benjamin Clementine. The new sensation, the next big thing, il fenomeno di questo 2015 ancora agli albori. Naturalizzato francese, nato a Londra, dove peraltro vive, pianista, cantante e compositore, Clementine ha al suo attivo due Ep, di cui si è fatto subito un gran parlare. Difficile che non fosse così: questo ventiseienne di colore possiede le stigmate della popstar e tutti i numeri per una luminosa carriera. Presenza scenica importante, attitudini da mattatore (guardatevi la sua esibizione al Later With Jools Holland), ottimo pianista di inclinazione classica (completamente autodidatta) e una discreta cultura che si riverbera in testi influenzati da grandi scrittori quali William Blake e C.S.Lewis. Soprattutto, Clementine sfoggia un'incredibile voce da tenore, grande estensione e accenti drammatici, in grado di ricordare un timbro posto esattamente a metà strada fra quello di Nina Simone e quello di Antony Hegarthy. E non è solo la voce, ma il modo di usarla che piace tantissimo, perchè Clementine si cimenta in interpretazioni capaci di stravolgere le consuete metriche del cantato. In ciò, è aiutato dalle canzoni, che palesano una scrittura capace di alternare momenti pop (mi sono venuti in mente Rufus Wainwright e John Legend) a un grande impianto stilistico che rilegge modernamente il soul e il r'n'b. Non mancano poi accenni di classica, visto che lo strumento principe di At Least For Now è il pianoforte e tra le fonti di ispirazione di Clementine vengono annoverati Erik Satie e Luciano Pavarotti. Fatte le premesse del caso, è indubbio che quest'opera prima non sia passata inosservata e, per tutti i motivi suesposti, sia in grado di accendere di interesse coloro che amano musica di qualità, lontana dai soliti schemi. A voler essere pignoli, però, At Least For Now non è esente da difetti. Dopo svariati ascolti, ho avuto infatti la sensazione di trovarmi di fronte a una bellissima donna, i cui lineamenti acqua e sapone siano stati coperti però da un trucco troppo abbondante. Come in certi dischi di Antony, l'eccesso di pathos e una certa sovrabbondanza espressiva finisce per imbolsire il risultato finale, che sarebbe ottimo, se i suoni e il trasporto emotivo fossero tenuti un pò più sotto controllo. Ad ogni modo, siamo di fronte a un buon disco, che fa dell'originalità il suo punto di forza.

VOTO: 7+





Blackswan, mercoledì 04/02/2015

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