domenica 8 febbraio 2015

RYAN BINGHAM – FEAR AND SATURDAY NIGHT



Se sei l’autore di un disco come Mescalito, ti piaccia o no, hai delle precise responsabilità verso il tuo pubblico. Il quale, cosa che succede anche al sottoscritto, si aspetterà sempre un livello compositivo della stessa qualità di quel folgorante esordio datato 2008 (che poi, in realtà, di esordio non si tratta perché prima di Mescalito ci sono anche tre album autoprodotti). Per quanto riguarda Ryan Bingham, quelle aspettative alte sono quasi sempre state rispettate; anzi, The Weary Kind, inserita nella colonna sonora di Crazy Heart, ha giustificato, per chi scrive, una concessione di credito nei confronti del songwiter texano, pressoché illimitata (canzone perfetta per un film favoloso).  Senonché,  la sua ultima fatica, datata 2012 e intitolata Tomorrowland, ci aveva restituito un autore un po’ spompato, incapace di rischiare veramente e fermo a clichè ben oliati, in una replica un po’ consunta di se stesso. Illuminato a tratti da ottime canzoni (Heart Of Rhythm, No Help From God), Tomorrowland non era certo un brutto disco, ma semplicemente un disco stanco, ordinario. Così, per quelli come me, che vivono meglio a questo mondo se hanno la possibilità di ascoltare almeno una volta alla settimana Southside Of Heaven, era tanta la voglia del vero Bingham e tanta la speranza di trovarsi di fronte a un nuovo, grande album. Sono però bastati i primi due ascolti di Fear And Saturday Night, a cui poi, ovviamente ne sono seguiti altri, per capire di essere nuovamente di fronte a un disco contraddittorio. Equilibrato nella struttura, che alterna momenti acustici (Broken Heart Tatoos) ad altri decisamente rock (Hands Of Time), e impolverate malinconie (Nobody Knows My Trouble) a solari country rock pronti a conquistare più di un passaggio radiofonico (Radio), Fear And Saturday Night non riesce tuttavia a uscire dagli schemi di genere, da quel suono, non rielaborato, ma riproposto abbastanza pedissequamente, che fa venir voglia di citare Bruce Springsteen e Steve Earle. Si sente che Bingham ci mette il cuore, è un artista sincero, incapace di ruffianeggiare: ma una voce come la sua, così ruvida ed espressiva, avrebbe bisogno di canzoni più coraggiose per esprimersi al meglio. Non mancano momenti emozionanti e davvero ben riusciti, come la citata Nobody Knows My Trouble, che apre il disco, il rock blues seventies di Top Shelf Drug (consueto ma grintoso) oppure la struggente Snow Falls In June. Tuttavia, il resto dell’album scivola via senza troppi palpiti, facendoci venire voglia di tornare là, a Mescalito, dove tutto è iniziato. Peccato.

VOTO: 6,5





Blackswan, domenica 08/02/2015

5 commenti:

Bartolo Federico ha detto...

Un onesto cantautore, ma assai gonfiato da certa stampa. Una voce che potrebbe fare faville con le canzoni giuste. Anche il suo album d'esordio è carino ma nulla più'. ciao nick

Blackswan ha detto...

@ Bartolo: non sono d'accordo: Mescalito è un disco fantastico, già ascoltato, forse, ma fantastico.

Bartolo Federico ha detto...

Non discuto i gusti personali, e rispetto il tuo punto di vista. Ma pur volendo sforzarmi, la mia linea del cuore resta piatta.

James Ford ha detto...

Mescalito grande, il resto decisamente meno potente.
Martedì, comunque, andrò a vederlo.
Dovessi esserci, mandami una mail così ci beviamo qualcosa!

Alessandro Raggi ha detto...

Moscalito grandissimo disco. Anche se è vero che ormai non si inventa pur niente, si possono ancora fare grandi dischi
Ciao!