giovedì 2 aprile 2015

RYLEY WALKER - PRIMROSE GREEN



Chi ha una buona conoscenza, anche iconografica, della storia della musica pop, riconoscerà nella copertina di questo secondo album di Ryley Walker un serie di rimandi visivi ad artisti con cui il songwriter chicagoano ha più di un punto di contatto (uno su tutti il Van Morrison di Astral Week). L'artista immerso nella natura e un immediato richiamo a languide atmosfere tra il bucolico e lo psichedelico richiamano concettualmente la musica folk e una stagione musicale ricompresa fra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70. Basta, quindi, un occhio alla copertina per inquadrare, più o meno, il contenuto di questo secondo full lenght di un artista che meriterebbe più attenzione di quella che finora ha avuto. Ma andiamo con ordine. Primrose Green è un ottimo disco, derivativo e anacronistico finchè si vuole, ma estremamente raffinato nelle atmosfere e decisamente ben suonato. L'immaginario musicale di Ryley Walker ruota intorno a quella scena folk di cui si parlava poc'anzi (uno sguardo alla terra d'Albione e uno sguardo agli States), ma declinata con la libertà espressiva di chi il genere lo colorava contaminandolo col rock, il jazz e la psichedelia. Non c'è una canzone della scaletta di Primrose Green, infatti, che non abbia un suo nume tutelare: vengono in mente i Pentangle e il grandissimo Bert Jansch (la title track), Nick Drake (Hide In The Roses), Tim Buckley (Summer Dress) e John Martin (Sweet Satisfaction). Ed è forse a quest'ultimo artista che Ryley Walker sembra ispirarsi con maggior devozione, così che, per buona parte del disco, sembra di aver (ri)messo sul piatto dello stereo Solid Air. Tanto evidente, a volte addirittura smaccato, citazionismo rappresenta, dispiace scriverlo, un punto a sfavore per il giovane artista americano che, a livello compositivo, si muove su territori già abbondantemente esplorati. Walker è però un virtuoso della chitarra (acustica) ed è dotato di una padronanza tecnica che sbriglia nei frequenti momenti strumentali di cui è composto il disco. L'approccio jammistico è così l'aspetto migliore di Primrose Green, soprattutto in quei casi (la già citata Sweet Satisfaction), in cui la tessitura acustica del brano è disturbata da improvvise scariche di elettricità. In definitiva, ci troviamo di fronte a un artista che ha potenzialità smisurate e un bagaglio tecnico che gli consentirebbe di affrancarsi dalla tradizione e cercare un suo peculiare percorso. Primrose Green resta, invece, un disco riuscito ma troppo debitore verso il passato, troppo legato a un suono immediatamente riconoscibile in capolavori come Solid Air e Starsailor. Talento smisurato ma, almeno fino a oggi, non molta originalità: è comunque un bel sentire.

VOTO: 7





Blackswan, giovedì 02/04/2015

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