mercoledì 13 maggio 2015

FAITH NO MORE - SOL INVICTUS



L’eterogeneo panorama musicale degli anni '90 era un susseguirsi di piccoli grandi momenti che resero quel decennio l'ultimo in grado di generare qualcosa di nuovo: il suono di Seattle e le sue propaggini radiofoniche (post grunge), la (presunta) disputa fra Blur e Oasis e la brit pop invasion, l'avanzata inarrestabile delle armate nu metal e le sperimentazioni malinconiche dei Radiohead. Poi c'era chi cercava strade d'espressione oblique, chi innestava un genere sull'altro e imbastardiva il suono. Lo chiamavano crossover e vedeva fra i suoi alfieri gruppi in odore mainstream (Red Hot Chili Peppers, Incubus), geniacci dissacratori (Perry Farrell dei Jane's Addiction e Les Claypool dei Primus) e, quindi, loro, i Faith No More, capitanati da quel cappellaio matto che prende il nome di Mike Patton. Musica schizofrenica, instabile, in bilico fra metal, funk, sperimentazione e ghigno iconoclasta, e due album, Angel Dust (1992) e King For A Day (1995), fra i più interessanti di quella stagione. A diciotto anni dall'ultimo disco in studio (Album Of The Year risale al 1997), i Faith No More si chiudono in garage, come una band di teenagers degli anni '60, tengono nascosta la reunion a stampa e ad amici, lavorano su un pugno di canzoni originali e si ripresentano al mondo con un album nuovo di zecca dal titolo Sol Invictus. A volte ritornano, si diceva qualche tempo fa. Oggi, invece, tornano proprio tutti, e ogni volta, al di là del clamore e di quello speranzoso affetto che accompagna sempre il ritorno dei miti del passato, si insinua in noi il subdolo (e spesso confermato)  timore dell'operazione commerciale fine a se stessa. Timore, nello specifico, fugato immediatamente da i due singoli che hanno anticipato il full lenght, la spiazzante Motherfucker e la nerboruta Superhero (una sorta di Epic 2.0) e poi dall'ascolto di tutto il disco. Perchè, diciamolo subito, non sembra essere passato un giorno dall'uscita di Album Of The Year e la band è più in forma che mai, l'inconfondibile timbro vocale di Patton si è solo un poco ispessito ma resta assai brillante, di idee valide ce ne sono parecchie (Mike Patton, in questi vent'anni, ha messo in piedi progetti e collaborazioni a iosa) e di buone canzoni pure (Rise Of The Fall, Black Friday). Resta, e non potrebbe essere altrimenti, la sensazione di deja vù. Ma questo è un problema limitato a coloro che hanno vissuto in prima persona il decennio e sono fans del gruppo dalla prima ora. Per tutte le giovani leve, abituate a suoni ingessati e ovvietà assortite, Sol Invictus rappresenterà un'inconsueta botta di adrenalina. Bentornati.

VOTO: 7





Blackswan, mercoledì 13/05/2015

3 commenti:

Antonello Vanzelli ha detto...

Uno dei miei gruppi preferiti in assoluto. I primi due singoli mi hanno fatto venire l'acquolina in bocca. Non leggo la tua recensione altrimenti mi faccio influenzare, ma il 7 mi sembra di buon auspicio all'ascolto :-)

Margherita Devalle e Marta Stone ha detto...

7 meritato...o forse anche più:)
Qui il nostro nuovo format live + intervista se ti va di darci un occhio https://youtu.be/g-cJOg7X_UM

Alessandro Raggi ha detto...

da sempre uno dei miei gruppi preferiti. spiazzanti e senza regole, i Faith no more degli anni '90 rivisti erano ancora più geniali. Anche io ho sentito solo il singolo, e se il buongiorno si vede dal mattino....Piccola curiosità: Mike Patton è sposato con una (ormai) signora di Fabriano, all'inizio degli anni 2000 lo incontrai in un bar del centro, foto di rito e qualche chiacchiera: simpaticissimo, un gran signore che parla italiano come un marchigiano..ed ho detto tutto!! :-)