mercoledì 6 maggio 2015

JULIAN BARNES - IL SENSO DI UNA FINE



La vita di Tony Webster è stata un fiume relativamente tranquillo, da costeggiare al riparo di scelte ragionevoli e sistematici oblii. Ora però la lettera di un avvocato che gli annuncia un'inattesa quanto enigmatica eredità sommuove il termitaio poroso del passato, e il tempo irrompe nella noia del presente sotto forma di parole risalenti all'adolescenza, quando Tony procedeva all'educazione morale, sentimentale e sessuale che ne avrebbe fatto, inavvertitamente come spesso accade, l'adulto che è. Il percorso a ritroso nelle zone d'ombra della vita, con i suoi dolori inesplorati e i suoi segreti, diventa cosi riflessione sulla fallacia della storia, "quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione", secondo il geniale amico dei tempi del liceo, Adrian Finn. Ed è dunque a quel punto di congiunzione, ai ricordi imperfetti come ai documenti inadeguati, che il vecchio Tony deve ora guardare per comprendere le vicissitudini del Tony giovane. Come ha potuto la ragazza di allora, Veronica Ford, preferirgli l'amico raffinato e brillante, Adrian? Ci sono solo Camus e Wittgenstein dietro l'estrema decisione di Adrian? Da che cosa ha voluto metterlo in guardia tanti anni prima la madre della ragazza? Perché a distanza di quarant'anni Veronica ritorna nella sua vita con un bagaglio di silenzi e il rifiuto di dargli ciò che è suo? Gli indizi da studiare tessono un filo d'Arianna di reminiscenze inaffidabili. 

Chiudo l'ultima pagina del libro e non capisco se Il Senso Di Una Fine, opera che è valsa a Julian Barnes il Man Booker Prize nel 2012, sia un romanzo troppo sopravvalutato oppure un piccolo capolavoro. Probabilmente, a ben rifletterci, nessuna delle due cose. Di sicuro, però, non è un libro banale e, al netto di molti difetti (almeno nell'ottica di scrive) impone tante riflessioni, cosa che, a prescindere dalla caratura artistica di un'opera, è comunque un merito non da poco. La storia di Tony Webster è divisa in due soli capitoli, per un totale di centocinquanta pagine. Nella prima parte, ambientata nella swinging London degli anni '60, Tony è un giovane e presuntuoso liceale, animato da velleità filosofiche che condivide con gli amici (tra cui il brillante Adrian), insieme alla scontata passione per il sesso, aspirazione in parte irrealizzata, fino a quando non conosce e si innamora di Veronica. Il secondo capitolo, invece ci porta ai giorni d'oggi. Tony è ormai anziano, ha un divorzio alle spalle, una figlia e dei nipoti, con cui vive una rapporto di educata incomprensione, e passa le giornate in un consolante tran tran, in attesa della fine dei suoi giorni. Poi qualcosa succede, qualcosa di così inaspettato da sovvertire le certezze di un'intera esistenza. Julian Barnes è abile a creare una crescente suspence, che trasforma la narrazione in un piccolo thriller esistenziale, e riesce a intorbidire le acque, sballottando il lettore (anzi, meglio: prendendolo per il naso) e centellinando i misteri, fino a uno spiazzante finale. E qui casca l'asino: perchè l'epilogo, senza dubbio sorprendente, è pero talmente artefatto, forzato e strumentale al senso del libro, da risultare inverosimile. A un primo piano di lettura, quello che si sofferma sulla trama e sul retroscena finale, il romanzo di Barnes potrebbe quindi deludere; così come non riesce ad accendere gli animi una prosa impeccabile, stilisticamente perfetta, ma un filo compiaciuta e un tantino fredda. Tuttavia, Barnes, pur con l'artificio della suspence, riesce a innescare nel lettore più di una riflessione. E' il tema del ricordo, soprattutto, a divenire il perno centrale della narrazione, a spingere il lettore a porsi domande, la cui risposta non è poi, o almeno non dovrebbe esserlo, così scontata. In cosa consiste la nostra vita se non in un accumulo di ricordi? Quanto di vero c'è nelle nostre esistenze e quanto invece è ricostruito artatamente sulla base di ricordi nostri e altrui che il tempo cristallizza in una versione non fedele agli eventi? Quanto, e quante volte, manipoliamo i nostri ricordi perchè l'esistenza ci appaia diversa da quella che è (stata) realmente oppure per trovare una giustificazione alle nostre scelte passate? Quante volte un ricordo può sovrapporsi a una verità impedendoci di vederla con chiarezza, rendendoci ciechi di fronte alla nostra mediocrità e al dolore altrui? Ecco, il ricordo è la chiave per comprendere, l'unico strumento (ampiamente fallace) che abbiamo per dare il senso a una fine, il senso alle nostre vite e, probabilmente, un senso a questo romanzo. Che, come dicevamo, non è del tutto centrato ed efficace. Eppure, la sottigliezza filosofica con cui Barnes costruisce la propria tesi e lo sguardo cinico, spietato e ironico con cui inchioda il protagonista alla propria inettitudine, rendono la lettura de Il Senso Di Una Fine intrigante e coinvolgente.


Blackswan, mercoledì 06/05/2015


2 commenti:

Sæglópur ha detto...

A me è piaciuto molto.
Non sono una fanatica delle storie, per cui mi importa poco che tutto nella trama torni alla perfezione.
Cerco dei temi, cerco la letteratura... E questo romanzo ce l'ha senza dubbio.

Blackswan ha detto...

@ Saeglòpur: anche a me è piaciuto molto,ma cerco sempre di dare soggettivamente il parere più obbiettivo possibile :)