domenica 14 giugno 2015

JIMMY LAFAVE – THE NIGHT TRIBE



Il texano Jimmy Lafave, qui al suo diciottesimo album, inverte la tendenza e alla veneranda età di sessant’anni ci consegna il suo disco più bello. Strano a dirsi, ma non sempre la maturità è sinonimo di stanchezza; anzi, a volte, il tempo riesce a liberare una creatività inespressa. Lafave è sempre stato un ottimo interprete, un artista di grande coerenza per gusto e stile e un artigiano del folk rock con il santino di Dylan infilato nel taschino della giacca. Il suo songwriting, però, non è mai riuscito a lasciare il segno, nonostante qualche prova di pregevole fattura. Alla fine, quando probabilmente ormai più nessuno se lo aspettava, Lafave ce l’ha fatta e questo ennesimo full lenght non solo si candida a restare nel tempo, ma ci consegna un artista che sembra aver imboccato la strada di una seconda,  e qualitativamente superiore, giovinezza. The Night Tribe è uno di quei dischi che quando inserisci nello stereo della macchina ti vien voglia di guidare per ore: puntare l’orizzonte, abbracciare gli spazi, andare all’infinito, non importa dove. Tredici canzoni di americana classica, ballate di pura classe, morbide, avvolgenti, in cui pianoforte e chitarre conducono l’ascoltatore somewhere in the middle of America. Un disco suonato meravigliosamente, in cui non c’è una virgola, un suono che sia fuori posto (ascoltate la cover di Journey Through The Past di Neil Young e resterete a bocca aperta). Ma questo, lo si sapeva già, era nelle corde del songwriter texano da tempo: levigare perfettamente le canzoni per coprire una creatività senza grandi picchi. Qui, invece, a convincere sono proprio le canzoni, che scorrono fluide, scintillanti, nobilitate da cristalline melodie. L’uno due iniziale, ad esempio, è da ko: il passo caracollante di The Beauty Of You e la dolcezza di Maybe evidenziano un scrittura mai così convinta, in cui il perfetto interplay fra le chitarre e il pianoforte (grande prova di Rodoslav Lorkovic) è il marchio di fabbrica di un disco lungo (quasi un’ora) ma intensissimo. Ci sono ancora dei momenti non molto brillanti (Talk To An Angel, ad esempio, è troppo zuccherina per essere credibile), ma sono solo attimi di una scaletta che tiene incollati allo stereo e in cui svetta Queen Jane Approximately, scintillante cover di Dylan (ma va?), in cui l’allievo non sfigura davanti al maestro. Che sia un episodio estemporaneo sarà il tempo a dircelo; di certo, Lafave sembra aver imboccato la via giusta per farsi notare dal grande pubblico e farsi amare visceralmente.

VOTO: 8





Blackswan, domenica 14/06/2015

Nessun commento: