martedì 12 gennaio 2016

DAVID BOWIE – BLACKSTAR



Scrivere una recensione del nuovo disco di Bowie a poche ore dalla morte di Bowie non è affatto semplice. Il rischio, soprattutto, è quello di farsi trascinare dalla corrente impetuosa delle suggestioni malinconiche e farsi rapire dall’enfasi dello struggimento, che offusca la vista e il giudizio. Allora, prima di spargere incensi (e ne spargerò, ve lo prometto) è meglio prendere la distanza dalle cose e dire che cosa Blackstar non è. Blackstar non è il disco testamento, come molti in questi giorni amano definirlo. O meglio, lo è solo nella messa in scena, nel sincrono perfetto fra la sua uscita nei negozi e l’uscita di scena del Duca Bianco. Ascoltato e riascoltato, vi ho trovato tutto tranne che un’iconica resa dei conti, un tormentato bilancio o un lascito definitivo per i postumi. Blackstar è semmai un disco avanguardistico e interrotto: avanguardistico, perchè ci propone la nuova visione che Bowie aveva della sua musica e uno sguardo, quindi, rivolto a un futuro tutto da svelare; interrotto, perché è disco incompleto, che crea i presupposti di ciò che avremmo potuto ascoltare fra un anno o due, in una veste definitiva e magari prossima a quella perfezione, che qui talvolta manca. Blackstar non è un disco facile, è lontano da ogni desiderio di compiacere, da ogni schema immediatamente assimilabile. E’ piuttosto un opera faticosa, stordente, rumorosa, niente affatto accomodante verso le classifiche (ma ci finirà, statene certi) e verso coloro che magari si aspettavano un’altra immensa hit da regalare alla leggenda. In queste sette canzoni, Bowie insegue la sua visione, non si fa scrupoli a essere scorbutico e disturbante, cerca di dribblare l’ovvio, e quando ci riesce, rasenta il sublime. Blackstar non è nemmeno un disco perfetto, o almeno non lo è in quell’accezione che vorremmo utilizzare, tra squilli di tromba e rulli di tamburo, per declinare, come ultimo saluto, la genialità dell’artista che ci appena lasciati. La grandezza di Blackstar, infatti, non è la perfezione, ma il suo contrario: è il caos, il magma sonoro, la forza creativa (a volte confusa, certo), con cui Bowie guarda al di là del proprio destino, e ci racconta un’ipotesi di musica che non si aggrappa alle certezze, alle convenzioni, al passato, ma è capace di affrontare l’ignoto di un cielo nero, con il coraggio sconsiderato di uno Starman che non si piega al fato. Non sempre la visione è a fuoco, e alcune canzoni, Lazarus, mi pare, e Dollar Days, palesano un’improvvisa debolezza, un giustificato appannamento. E non me ne voglia, David, se mi permetto di dire che l’arrangiamento jazz rock, vorticoso e sincopato, di Sue (Or In A Season Of Crime) mi pare meno riuscito di quello già ascoltato nella versione contenuta in Nothing Has Changed. Eppure, Blackstar contiene delle vette inarrivabili, delle canzoni che ammaliano, fino a stordirci. La new wave 3.0 di Girl Loves Me, il drum’n’bass che sottende e quella voce tirata allo spasimo, che evoca Gabriel. I Cant Give Everything Away, che suona definitiva, come lo smaterializzarsi di un corpo e il dispiegarsi di ali verso l’infinito del cielo. Oddio, si, quando l’ascolti, le lacrime sono vere, e ti senti all’improvviso sereno, e senza peso, e perso nell’abbraccio di luce di una melodia estatica. E poi, c’è Blackstar, la title track, una canzone mausoleo, un reliquiario di ossidiana che custodisce le memorabilia di ciò che Bowie sarebbe stato nei prossimi dieci anni: lo sfumare del tormento nell’estasi (e viceversa), l’incastro delle melodie, le spinte più audaci dell’elettronica, penombre mediorientali, languide vibrazioni soul, un rock sfumato ed elusivo. Come a volerci dire, forte e chiaro, che non è un testamento, non è un disco semplice e non è perfetto. Blackstar è solo quello che doveva essere: l’ennesimo passo avanti di chi non ha mai pensato, nemmeno per un istante, di fermare il proprio cammino. In terra e verso il cielo, dove scoprirà, finalmente, se c’è vita su Marte.

VOTO: 7,5





Blackswan, martedì 12/01/2015

6 commenti:

Haldeyde ha detto...

Splendida recensione, come sempre.

mr.Hyde ha detto...

Ti ringrazio per avermi spinto ad ascoltare, intanto, Blackstar e Lucifer, proprio per quello che scrivi e come lo scrivi (con giusto sapiente distacco da quello che è successo ma con sensibilità)
Ho pensato: com'è cambiato Bowie!.. io avevo altro in testa..Ma non è un cambiamento di pelle, di costume come ci ha abituato nel corso di questi anni. E' cambiato come uomo, come succede ad ognuno di noi.

Salvatore Baingiu ha detto...

Un disco che suona come un addio.
Non smetteremo mai di ascoltare le sue canzoni e di percepire la sua influenza nell'arte.

Marco Goi ha detto...

Secondo me qualche segnale di disco testamento nei testi qua e là affiora...

Comunque per il resto sono stranamente d'accordo con una tua recensione. :) Un disco che guarda al futuro e risulta imperfetto, ed è proprio in questo che sta il suo fascino.

Andrea C. ha detto...

da fanatico di Bowie è una vera perdita. Restando sul disco, preferisco il precedente.

francesca ha detto...

Non ho ancora ascoltato il disco ma mi piace il tuo giudizio sul Duca. Lui era sempre un passo avanti,una continua anteprima creativa, uno a cui piaceva "gettare le basi" e chissà...
Francesca