sabato 2 gennaio 2016

MIGLIORI DISCHI 2015: LE SCELTE DEL KILLER - LA TOP FIVE



 

5) CHRIS STAPLETON - TRAVELLER

...Non si tratta però di un album che si sviluppa in modo uniforme: la scrittura di Stapleton è volubile, molto legata alla tradizione country, ma capace anche di sconfinare nel southern (Might As Well Get Stoned), di graffiare col rock (Parachute), di corteggiare il soul nella superba rilettura di Tennesse Whiskey, già portata al successo da George Jones. Per più di un'ora, si susseguono tutte quelle suggestioni che chi sogna l'America a occhi aperti ben conosce. Si viaggia in libertà, capelli al vento, su una decapottabile in fuga su qualche statale circondata dal nulla (la title track); o si sorseggia una birra ghiacciata, seduti in veranda, al tramonto, innanzi a una distesa di grano (l'evocativa Daddy Doesn't Pray Anymore). E' l'America più vera, quella che guarda alle radici, che ci stringe la gola con sconfinate malinconie, che ci gonfia il petto di epica e ruvidi sentimenti, che ci riscalda il cuore con la fiamma di un bourbon tracannato in un sorso (Whiskey And You). Un disco di emozioni, prima che di grande musica, un itinerario attraverso gli States, che suggerisce il ricordo a chi quella terra già la conosce, ma che farà sognare anche quelli che preferiscono viaggiare comodamente seduti sul divano di casa. 






4) BILL FAY – WHO IS THE SENDER?

...Se Life Is People si muoveva ancora entro territori musicali più contigui (ma senza esagerare) a una formula canzone prossima al folk – blues di ispirazione americana (la presenza di Jeff Tweedy non era un caso), questo nuovo lavoro si fa decisamente più straniante, dribbla ogni possibile coordinata di riferimento, pone al centro del modulo espressivo il pianoforte e gli archi, sbriciola la consuetudine in un impasto sonoro che lo stesso Fay definisce alternative gospel, tende all’assoluto accostando epica delle emozioni e spiritualità (laica). In tal senso, l’iniziale The Geese Are Flying Westward può essere utilizzata come chiave di lettura di tutto il disco: un ascolto a testa in su, compresi nel raccoglimento della nostra malinconica finitezza, a cercare nel cielo il volo di un uccello che ci doni un pensiero di eternità e ci liberi dalle catene del nostro destino. La prima di un filotto di canzoni che si muovono sul confine fra estasi e tormento, su quel fragile equilibrio tra speranza e disillusione che anima le nostre vite, inducendoci a lacrime di consapevolezza e a brevi istanti in cui ci sentiamo leggeri e parte del tutto, natura nella natura, sole nel sole (Underneath The Sun). Fra le note di Who Is The Sender? emergono echi della miglior musica ascoltata in questi quarant’anni in cui Fay ci ha lasciati in attesa: c’è il Peter Gabriel tormentato di Here Comes The Flood e Family Snapshot (la già citata Underneath The Sun), ci sono quei soundscapes scorbutici che identificavano il songwriting di Vic Chesnutt (il sottofondo noise nella coda della visionaria How Little?) e percepiamo una tendenza al crescendo minimalista (solo apparentemente una contraddizione in termini) che evoca gli scozzesi Blue Nile. Trattasi tuttavia di mere speculazioni, un tentativo di spiegare una musica che ha ben poco a vedere con le parole (già fin troppe, le mie) e con le nostre abitudini sonore, ma vive semmai dentro di noi come un sentimento, in quel preciso punto fra cuore e cervello, ove nasce la brama di bellezza. Fragile e potente, colta e popolare al contempo, la scrittura di Bill Fay, centellinata nei decenni, finisce per svuotarci (come già fece in passato) di tante fallaci convinzioni, imponendoci un livello d’ascolto che è un armonioso e totalizzante insieme di struggimento, libertà, partecipazione, aspirazione, misticismo e poesia. 






3) THE APARTMENTS – NO SONG, NO SPELL, NO MADRIGAL

...Otto canzoni che non sono plumbee e contrite come ci sarebbe potuto aspettare, ma che nemmeno celebrano con enfasi una rinascita. No Song, No Spell, No Madrigal ha invece il passo di un uomo che torna a camminare sulle proprie gambe, ad attraversare quei boulevard parigini che erano i luoghi di una giovinezza ormai lontana. C’è grazia, e misura, e una nota sottostante di nostalgia, che nasce da un incanto perduto, da una passione non obliata, ma solo stemperata dall’età adulta. La tensione non è mai invasiva, non viene imprigionata dallo struggimento. C’è semmai uno sguardo che si scioglie in un sorriso triste, quello sguardo affettuoso e consapevole con cui la maturità si guarda dietro le spalle, ricordando i giorni andati, con pacatezza. Non ci sono lacrime in No Song, No Spell, No Madrigal, ma un’eleganza espressiva che rende sostanziale la perfezione della forma, con la consapevolezza che per raccontare il dolore, bisogna soprattutto saperlo scrivere bene. Delle otto canzoni che compongono la scaletta non ve n’è una, mi pare, che non sia decisiva, che non sappia raccontarci una storia, che non finisca per trovare riparo nei nostri cuori. Le poche note di piano che innescano il crescendo di Twenty One, la marmellata amara dal retrogusto eighties di Black Ribbons, il pulsare romantico della title track, la consanguineità ai Blue Nile di Paul Buchanan della straordinaria Looking For Another Town sono alcune delle cose più emozionanti ascoltate quest’anno.






2) SUFJAN STEVENS - CARRIE & LOWELL

...Se prima l'idea era quella di ricerca e movimento, oggi Stevens punta a un'affabulante stasi. Eppure, la bellezza di Carrie & Lowell non si coglie immediatamente, occorre scartare con accuratezza la confezione per gioire del regalo che cela. Undici ballate folk pop, coerentemente lo-fi, indipendenti nell'accezione più nobile del termine, quella cioè che richiama le atmosfere del Sundance Film Festival, fragili nell'impianto strumentale ma al contempo fameliche di emozioni; undici canzoni che nascondono la loro bellezza dietro un'omogeneità sonora ovattante, che piano piano si sgretola, facendo emergere personalità melodiche ben distinte fra loro. Come il tepore della primavera schiude la fredda terra in un rinnovato afflato vitale, permettendo ai fiori di sbocciare, così il nostro paziente ascolto disvela lo stordente susseguirsi di emozioni di cui Carrie & Lowell è pregno. Sentimenti di afflizione, tenerezza, affetto, rammarico e nostalgia sono illuminati da una luce tenue ma persistente, come fossero acquarelli i cui colori vengano esaltati da un tratto deciso, intento a contenere più che a sfumare. Ispirato dalla morte della madre (Carrie), avvenuta nel 2012, e dedicato al rapporto di amicizia col marito di lei nonchè suo padrino (Lowell), Carrie & Lowell inanella alcune delle migliori canzoni scritte da Sufjan nel corso della sua carriera, alcune così pure e cristalline da farci dimenticare tutto ciò che è stato prima, come se l'artista di origini persiane non avesse più un passato artistico, e fosse solo qui, ora, colto per sempre nell'attimo. Death With Dignity, Should Have Know Better, Drawn To The Blood, Fourth Of July, Blue Bucket Of Gold sono così clamorosamente belle da lasciarci senza fiato, privati di relativizzazioni, in balia dell'assoluto: canzoni leggere come foglie secche sospinte nel vuoto dal soffio del vento, frementi di vita come ondivaghe spighe di grano al tatto della mano, incombenti come un dolore risaputo e costante dell'anima. Emozioni pure, che trascendono l'arte.







1) ALGIERS – ALGIERS

...Da Atlanta, Georgia, tre ragazzi, il cantante Franklin James Fisher, il bassista Ryan Mahan e il chitarrista Lee Tesche, giungono a noi con una ventata di incredibile freschezza e un disco che, è proprio il caso di dirlo, rappresenta un unicum nel panorama odierno. Gli elementi che confluiscono in Algiers sono noti: gospel e blues, e poi industrial, post punk, goth rock, noise rock. L’innovazione sta, però, nell’aver pensato di far convivere la grande tradizione afroamericana con suoni lontanissimi per collocazione geografica e dimensione temporale. Il risultato è spiazzante, emozionante e, ne converrete, disturbante: come ascoltare le canzoni della grande Mahalia Jackson suonate dagli Einsturzende Neubauten nella sala d’attesa dell’inferno. Il gospel degli Algiers perde ogni connotazione religiosa e ne assume semmai una politica (il gruppo è apertamente e dichiaratamente marxista); e soprattutto sembra rappresentare un’umanità di replicanti in lugubre viaggio verso l’eterna dimora. Ecco, allora, che l’iniziale Remains suona esattamente come il passo dolente di un gruppo di schiavi destinati non ai campi di lavoro ma alle fiamme dell’inferno, mentre Blood è un piano sequenza sulle fucine dell’Ade, catena di montaggio della dannazione eterna. E anche quando rientrano in un alveo più convenzionale (Games), gli Algiers creano una ballata spettrale di sangue, catene e dolore che non lascia scampo. Non c’è una sola canzone in questo disco, che non sia decisiva e al contempo inquietante, un solo minuto che scorra inutile. Algiers ci prende con forza, stupra le nostre consuete capacità di ascolto, imponendoci un’attenzione uditiva e immaginifica che pensavamo aver perso per sempre. New Orleans e Berlino, chitarre lancinanti, campionamenti, sintetizzatori, spirituals, elettronica, industrial noise: se non è innovazione questa, ditemi voi cosa lo è.






Blackswan, sabato 02/01/2016


7 commenti:

Salvatore Baingiu ha detto...

Perfetto, ho unito i brani della classifica precedente a questa degli album e mi sono fatto una bella playlist su youtube.
Ingordigia musicale. ;)

Giorgio Cocco ha detto...

Liste di fine anno, molti le ritengono sciocche ed inutili esibizioni del gusto personale, a me invece, son sempre piaciute proprio per questo. Fanno incazzare quando non ritrovi i titoli che ti hanno reso più sopportabile l’anno passato e fanno piacere quando viceversa li ritrovi messi lì in bella copia, per modo di dire, certificati  Nel primo caso ci si sente fuori dal mondo (Lista Pitchfork 10 su 100, lista Sentireascoltare 3 su 50, con Mucchio e Rumore non è andata molto meglio), nel secondo caso invece ci si sente a casa. I dischi di Courtney Barnett (meravigliosa questa ragazza!) , Sonics (meravigliosi questi ragazzi ), London Souls, Yawpers, Anderson East, Clutch e, potrei continuare, finalmente tutti insieme nella stessa lista. Dischi belli, bellissimi di questo 2015 fecondissimo. Finalmente qualcuno che, controcorrente, se ne strafotte di pop sintetico, elettronica a manetta e hip hop. Algiers e Sufjian Stevens che anche voi avete messo in cima alla lista a me non fanno impazzire, però ci possono stare. Io avrei messo qualcuno tra Rocket from the Tombs, Jon Spencer, King Gizzard & The Lizard Wizard, Nikki Hill, Leon Bridges, Wanton Bishops o chessò, il grande Paul Weller… ma va bene così, parliamo la stessa lingua. Lessico condivisibile, questo è ciò di cui hanno bisogno gli appassionati come me e penso tanti altri che non ne possono più di sciacquette scosciate, delinquenti comuni rimandati alle medie e sperimentatori folli. Grazie per Anderson East e parecchi altri che ho incontrato per la prima volta sul vostro spazio. Complimenti, a presto.

Marco Goi ha detto...

Mi aspettavo che avresti messo Sufjan Stevens al primo posto e invece no. Sorpresa!

Il disco degli Algiers non mi aveva colpito particolarmente quando era uscito, ma andrò a riascoltarlo...

giuseppe ha detto...

algiers??? ma chi superxxazzolinacomesefosseantani sono questi??? per me orrendi -

Blackswan ha detto...

@ Salvatore: Siamo due ingordi, allora :))

@ Giorgio: Siamo perfettamente in linea. Preferisco anche io la buona musica alla musica che fa solo curriculum. I buoni dischi possono essere anche molto semplici e diretti e privi di quell'appeal alternative che ormai sembra essere l'unico senso al tutto.E' stato un anno di ottime uscite e purtroppo qualcosa è rimasto fuori e altro a me è parso migliore di tanti altri dischi incensatissimi, che non mi hanno lasciato un brivido che sia uno. Grandi dischi anche quelli da te citati. Forse, e lo dico da welleriano della prima ora, Saturns Pattern non mi sembra il suo disco più riuscito. Detto questo, grazie dei complimenti e un augurio di un 2016 ricchissimo di ottimi ascolti.:)

@ Marco: Sufjan ha fatto un grande disco, ma secondo me gli Algiers hanno creato un suono, cosa non semplice in questi anni dove tutto si riclica senza troppa fantasia :)

@ Giuseppe: Per gli Algiers, vedi il commento poco sopra. Ma come vedi un grande disco come quello degli Apartments c'è. Un buon 2016 anche a te :)

Massimiliano Manocchia ha detto...

Be', caro Nick, a te devo due tesori, che hai piazzato al numero 1 e al numero 2... e un terzo tesoro (che io piazzo al numero 1): la tua amicizia. Grazie. Massi.

Blackswan ha detto...

@ Massimiliano: Grazie, caro Massi. Ricambio con affetto :))