mercoledì 24 febbraio 2016

WOLFMOTHER - VICTORIOUS



Quando nel 2005 uscì l'omonimo esordio dei Wolfmother, devo ammettere che ne rimasi favorevolmente impressionato. Quel disco era un incredibile coacervo di citazioni, pescate a mani basse dall'hard rock anni '70: ciò nonostante, l'approccio mi parve così divertente e divertito, e lo spirito così sinceramente entusiasta, che mi sentii risucchiato nuovamente in quella gloriosa stagione di basettoni, zeppe e zampe d'elefante. Insomma, quantunque i Wolfmother apparissero come il gruppo più derivativo del mondo, il corretto taglio filologico e la rozza, ma efficacissima, applicazione dello stesso, mi fece innamorare di un album che non aveva alcun merito se non quello di raccontare i Blue Cheer e i Led Zeppelin alle nuove generazioni che non li avevano mai ascoltati prima. Quanto può durare un'operazione di questo tipo? Poco, pochissimo. Se l'avessero finita lì, se si fosse trattato di un episodio isolato o l'estemporaneo progetto parallelo di chi ha una propria casa madre, forse adesso ci ricorderemmo dei Wolfmother con sincero affetto. Invece, sull'onda di quell'eclatante e inaspettato successo, Andrew Stockdale, padre e padrone del marchio di fabbrica, dopo aver cambiato la formazione iniziale, ha proseguito sulla medesima strada, dissipando, con due dischi, invero parecchio modesti (Cosmic Egg del 2009 e New Crown del 2014), quel patrimonio di simpatia accumulato con il primo album. Né, mi pare, abbia giovato molto per Stockdale tentare la carta solista, visto che Keep Moving del 2013, pur meritevole negli intenti, palesava una certa confusione a livello compositivo, come se il quarantenne chitarrista originario di Brisbane non sapesse bene che pesci pigliare. Alla luce di quanto sopra, Victorious appare un pò come l'ultima spiaggia e non è un caso che la produzione sia stata affidata a Brendan O'Brien, uno che avrà anche la mano pesante, ma  soprattutto ha le idee molto chiare e riesce a spremere il sangue dalle rape. E a questo punto, arriviamo al disco, che potrei anche censurare come l'ennesimo passo falso della band, sicuro che nessuno avrebbe nulla da ridire. Invece, non posso farlo, perchè in Victorious, a differenza delle ultime prove, ho trovato un rinnovato entusiasmo e alcuni aspetti positivi. La produzione di O'Brien, infatti, giova al quadro d'insieme, garantendo alle dieci tracce dell'album un'omogeneità di suoni costantemente in bilico fra appeal radiofonico e ruvidezze hard. Stockdale, dal canto suo, arricchisce la solita zuppa con nuovi ingredienti, spostando il tiro dai consueti clichè seventeis verso composizioni che si aprono a uno stile più moderno e forse, lo sapremo in futuro, più personale. Così, se l'iniziale Love That You Give è la sorella minore di Woman e la title track suona potente e ariosa, indossando abiti prog, Baroness, ad esempio, sposta il tiro verso sonorità AOR, giocandosi le carte migliori su un ritornello piglia tutto. Lo stesso tentano di fare Best Of A Bad Situation sul versante power pop e Pretty Peggy, balata zuccherina che tira in causa Coldplay e Mumford & Son, ma con meno originalità (anche se da un punto di vista squisitamente commerciale, i due brani citati si pongono come punto di forza del disco). Victorious, quindi, è tutto sommato un disco con cui i Wolfmother tentano un piccolo azzardo e mettono sul piatto qualche buona canzone, mantenendo una dignità di fondo compensata però da alcune incertezze sul piano compositivo. Insomma, a dispetto del titolo, i Wolfmother paiono ancora lontani da una rotonda vittoria; tuttavia, rispetto alle passate sconfitte, questo disco si chiude con un sostanziale pareggio che fa bene al morale. Impossibile parlarne bene, ma altrettanto ingiusto recensirlo male.

VOTO: 6





Blackswan, mercoledì 24/02/2016


2 commenti:

Salvatore Baingiu ha detto...

A me piace tantissimo la voce del cantante, in particolare c'è un pezzo che ha cantato nel primo album da solista di Slash che mi gasa a bestia. Comunque ammetto, band che ho sempre apprezzato, vagamente cloni dei Led Zeppelin è vero, ma ormai nella musica sono davvero poche le band che inventano. Si va avanti a campionature, citazioni, omaggi...

Blackswan ha detto...

@ Salvatore: si, i Wolfmother sono decisamente derivativi, ma come ho scritto il loro esordio l'ho trovato divertentissimo. Poi, si sono persi. Questo disco è così così: diciamo che non lo tempo fra i miei dischi più pregiati :)