martedì 19 aprile 2016

DEFTONES - GORE



Dal grande e confuso calderone denominato nu metal (per i neofiti, una sorta di crossover fra rap, funky e metal), tra la prima metà degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio, uscirono alcune band che incisero profondamente sulla storia del movimento. Vengono in mente i Korn e il loro esordio datato 1994 (Korn),  vero manifesto del genere, i Rage Against The Machine e il loro rapcore militante e barricadero, i System Of A Down e il loro metal speziato di folk armeno, e poi, i Deftones, bizzarra enclave di Sacramento, in cui convivevano le istanze metal più dure e i giovanili ascolti new wave del cantante Chino Moreno. I Deftones, a differenza di Rage Against The Machine e System Of A Down, nonostante svariate traversie (tra cui la morte del bassista Chi Cheng, avvenuta nel 2013, dopo quattro anni di coma) sono riusciti a trasportare il marchio di fabbrica fino ai giorni d'oggi; e, a voler spulciare le rispettive discografie, sono riusciti a invecchiare con una dignità e una qualità compositiva che ai Korn, anch'essi padri putativi del genere, è invece venuta a mancare, a voler essere buoni, fin dall'inizio del nuovo millennio. Certo, vertici assoluti come Adrenaline (1995), Around The  Fur (1997) e il superbo White Pony (2000) restano e resteranno irraggiungibili. Eppure, nonostante qualche episodio prescindibile (Saturday Night Wrist del 2006 e Diamond Eyes del 2010), i Deftones riconfermano oggi il confortante stato di forma già palesato con il tenebroso Koi No Yokan, penultima prova in studio, risalente al 2012. Gore, non c'è che dire, è un buon disco, di una tacca abbondante superiore al suo predecessore. Registrato fra la fine del 2014 e l'agosto del 2015, questo ultimo full lenght, con qualche differenza rispetto a Koi No Yokan, rappresenta come di consueto la sintesi delle tante differenti anime che compongono la band: le stratificazioni di chitarre e i riff pesissimi di Stephen Carpenter fanno così da contraltare alle aperture melodiche congeniali a Moreno e agli evocativi soundscapes strumentali figli della libertà espressiva di Delgado. La band appare coesa e volitiva, la voce di Moreno è come sempre duttile e in grado di cambiare più registri (dallo screaming al melodico anche nella stessa canzone), il basso a sei corde di Sergio Vega pompa che è una meraviglia, le chitarre di Carpenter rombano e affondano il colpo, Delgado si cimenta nel consueto lavoro di cucitura e Abe Cunningham si conferma una dei migliori batteristi in circolazione. Il saliscendi è continuo, graffi feroci si alternano a momenti melodici in classico stile Deftones, come avviene nell'iniziale e paradigmatica Players/Triangles, primo arioso singolo estratto dall'album, che mi ha ricordato alcuni momenti emo alla Dredg. Ci sono anche alcuni episodi non particolarmente riusciti (Pittura Infamante, Xenon), ma il disco regge alla grande con episodi che, pur non apportando sostanziali novità, palesano una buona dose d'ispirazione: le spire claustrofobiche di Acid Hologram, lo spiazzante controtempo della nervosa Geometric Headdres, le melodie di Phantom Bride, impreziosita dall'assolo di Jerry Cantrell (Alice In Chains) e la conslusiva Rubicon, che chiosa la scaletta esprimendo al meglio il Deftones-pensiero. Insomma, un disco davvero niente male per una band che, seppur in circolazione da vent'anni, sembra aver mantenuto la lucidità necessaria per continuare a tenersi stretta quella fama meritatamente acquistata a inizio millennio.

VOTO: 7





Blackswan, martedì 19/04/2016

2 commenti:

Andrea C. ha detto...

White Pony è un bellissimo album. poi li ho persi di vista.

Blackswan ha detto...

@ Andrea: questo disco è l'occasione buona per riprendere l'ascolto :)