mercoledì 18 maggio 2016

SOUL ASYLUM – CHANGE OF FORTUNE



Giunti all’undicesimo album in studio, dopo la bellezza di trentacinque anni di carriera, viene spontaneo chiedersi se l’esistenza in vita dei Soul Asylum abbia ancora un senso. Se, cioè, tanta longevità sia il prodotto di una forza d’inerzia senza più sussulti, o se, invece, David Pirner, unico superstite della line up originaria, sia in grado di giocarsi nuovamente qualche mano vincente al tavolo della creatività. D’altra parte, nelle ultime due prove in studio (Silver Lining del 2006 e Delayed Reaction del 2012), il sospetto che fossimo al raschio del barile era ben motivato: la band aveva convinto poco, mostrando la corda di un songwriting involuto e di maniera, orientato definitivamente verso un pop rock più attento ai passaggi radiofonici che ai contenuti (a parziale attenuante del momento non felicissimo, va citata anche la dolorosa perdita del bassista Karl Mueller). I fasti ruggenti degli esordi, quando i Soul Asylum ringhiavano, crudi e puri, sotto l’egida del nume tutelare Bob Mould, apparivano, insomma, uno sbiadito e nostalgico ricordo; così come, alla luce degli ultimi full leght, anche il grande successo commerciale di Grave Dancers Union (1992), benedetto peraltro da un Grammy Award per il singolo Runaway Train, sembrava, più che un titolo nobiliare di cui fregiarsi, un’ormai irripetibile chimera.
Change Of Fortune, ennesimo album ritagliato a immagine e somiglianza di Pirner (nel frattempo, ha salutato anche l’ottimo chitarrista Dan Murphy), non è quella che si dice una rivoluzione copernicana: chi si aspettava una resurrezione o, quanto meno, un importante scatto in avanti, non resterà certo folgorato come San Paolo sulla via per Damasco. Eppure, pur viaggiando ben distante dai migliori Soul Asylum di sempre, Pirner ci mette l’entusiasmo e la grinta di chi ha voglia di tornare a ritagliarsi un posto al sole. Insomma, sgomita volitivo. E lo fa con il consueto armamentario di chitarre rombanti e di melodie a presa immediata, di quelle che, se non facciamo troppo gli schizzinosi, finiamo a canticchiare sotto la doccia, già dopo un paio di ascolti. Il bersaglio a cui punta Change Of Fortune si chiama ancora power pop (rock), ma la band è attenta a prendere bene la mira, riuscendo a colpire il centro, grazie a canzoni come Supersonic, Dealing e Ladies Man, per citarne alcune, che hanno un gran tiro e, soprattutto, suonano divertenti. Una scaletta, dunque, decisamente radio friendly,  senza clamorose vette, ma tutto sommato credibile, nella quale trova spazio anche Can’t Help It, un ruggito punk che riporta agli albori della band e che farà scendere qualche lacrimuccia ai fans della primissima ora. Insomma, non siamo di fronte al disco della svolta, ma nemmeno a un gruppo completamente bollito. Così, se provate a pensare ai Soul Asylum come una delle rock band in circolazione più brave a suonare il pop, Change of Fortune non vi sembrerà poi così male.

VOTO: 6,5





Blackswan, 18/05/2016



1 commento:

Alessandro Raggi ha detto...

ci sono dischi che rappresentano la nostra vita, un po' come quelle t-shirt estive che ritrovi nell'armadio e che ti fanno tornare a quella volta che....beh, ci fu un'estate del mio Liceo in cui sopra il lettore cd viaggiavano tre dischi, come se fossero una cosa unica ed indissolubile: "August and everything after" dei Counting Crows, "Ten" dei Pearl Jam e "Grave Dancers Union" dei Soul Asylum. Per un giovane chitarrista di Provincia quello era il mondo fantastico, lontano dal casino del metal e distante dallo schifo commerciale. Questi suonavano con le Fender e le Gibson, con amplificatori Marshall, Fender e Vox, e soprattutto suonavano senza troppi fronzoli, come i ragazzi che hanno urgenza di dire qualcosa fanno in piena sincerità. Dunque da lì non ho più lasciato nemmeno i Soul Asylum, perchè "Let your dim light shine" era un altro capolavoro incompreso, una grezza gemma piena di chitarre e ritornelli. Oggi sono distanti da quei Soul Asylum, ma la voce graffiante di Pirner mi ricorda ancora quell'estate, quell'amico che purtroppo non c'è più, 6 ragazzi che mettevano su la prima band ed un gruppo elettrogeno che serviva a dare corrente per suonare. Grazie Blackswan della recensione, ti abbraccio!