martedì 21 giugno 2016

RED HOT CHILI PEPPERS - THE GETAWAY



C'era una volta una band chiamata Red Hot Chili Peppers, che nella seconda metà degli anni '80 e a inizio anni '90, in piena epoca grunge, spostava l'attenzione del mondo da Seattle a quello di Los Angeles, suonando un travolgente crossover, abbondantemente irrorato da benzina funk. Dopo due capolavori (Mother's Milk del 1989 e Blood Sugar Sex Magik del 1991) e l'abbandono del chitarrista storico, John Frusciante, uscito dal gruppo proprio nel momento della svolta, iniziò un oscuro interregno, con il funambolico Dave Navarro, ex adepto al culto di Jane, alle sei corde, e un disco, One Hot Minute (1995), che vendette la metà del predecessore, ma che oggi merita di essere rivalutato per quel suono virato al noise che rappresenta un unicum nella carriera della band. Da questo momento in poi, iniziò un'altra storia: John Frusciante ritornò all'ovile (sempre seguire la scia dei soldi) e i RHCP svoltarono verso il mainstream e il suono radio friendly, pubblicando un disco, Californication, che diede un colpo di spugna definitivo al passato. Californication, a onor del vero, era un grande album, non c'è che dire, ma segnò in modo indelebile la svolta pop della band, che condurrà, di lì a breve, anche all'inevitabile declino artistico (di soldi, invece, continuarono, e continuano, a farne tantissimi). Il resto della discografia è una parabola discendente verso l'inutilità, culminata con I'm With You, cacatina stitica datata 2011, e quest'ultimo The Gateway, che segna l'abbandono dello storico produttore Rick Rubin, in favore del più ggggiovane e hipster Danger Mouse (Nigel Godrich - Radiohead - si rende complice del disastro in fase di missaggio). Cambia qualcosa? Si, qualcosa cambia e in peggio. Il fatto è che ci troviamo di fronte a una band che raschia il barile di una creatività in debito d'ossigeno e se non era riuscito il buon Rick Rubin a tenere in piedi la baracca, figuriamoci Danger Mouse. Il quale, infatti, fa danni irreversibili, leccando all'inverosimile quello che era già piatto come il mare in bonaccia o un encefalogramma terminale. C'è più plastica in The Getaway, infatti, che in una confezione magnum di Lego: Danger (omen nomen) cerca di ringiovanire il suono per renderlo appetibile a un pubblico di quindicenni dalla bocca buona e, guarda un po’, centra perfettamente il bersaglio. Inodore e insapore come un'apericena prima di una capatina all'Hollywood, The Getaway si fregia di una produzione così arrogante e indisponente da far apparire un discorso di Renzi come un umile atto di contrizione. Tra ritornelli pacchiani, enfasi caramellosa, ritmiche dance ed elettronica a buon mercato, arrivare alla fine del disco è impresa per stomaci di ferro o per braveheart disposti a tutto (provate voi a tenere a bada gli istinti suicidi durante l'ascolto di Sick Love, uscita dalla penna di Elton John e Bernie Taupin). Insomma, sotto una patina rock, retaggio di un'epoca ormai lontanissima, batte forte il cuore pop di una band che viaggia sulle coordinate artistiche di una Katy Perry qualsiasi, tanto che, al confronto dei nuovi RHCP, anche gli U2 (e dico gli U2), sembrano ringhiare come un giovane combo di trash metal. Tuttavia, se vogliamo a tutti i costi inaugurare il momento Titanic, cioè quel momento della recensione di un brutto disco, in cui si buttano salvagenti a destra e a manca per vedere di salvare qualcosa, bisogna dire che la copertina non è male, che qualche giro di basso Flea ancora lo azzecca e che le prime tre canzoni del disco sono meno brutte di tutte le altre. A dispetto di quanto scritto sopra, sappiate però che The Getaway venderà benissimo, che Dark Necessities (quell'osceno handclapping mi porterà al delirio) ci frantumerà le palle per tutta l'estate, comparendo all’improvviso tra un Alvaro Soler e l'altro, e che Kiedis e soci avranno agio di comprarsi qualche altro appezzamento di terreno con villa, dalle parti di Malibù. Tuttavia, quando troverete sul web o sulle riviste specializzate una buona recensione del disco, ricordatevi che chi l'ha scritta, con molta probabilità, è stato profumatamente pagato per farlo oppure è così nostalgico dei vecchi tempi, da non rendersi conto che i Red Hot Chili Peppers da anni, ormai, sono più attenti al conto in banca che al pentagramma. Io, un disco così, non lo consiglierei nemmeno ai miei peggiori nemici. O forse si...

VOTO: 4

RECENSIONE PRIVATA di THE GETAWAY dei RED HOT CHILI PEPPERS indirizzata a Mino*, Gino** e Pino***

Ciao ragazzi, tutto bene? Vi scrivo per dirvi che ho ascoltato il nuovo lavoro dei Red Hot Chili Pepper ed è veramente favoloso, forse anche meglio di Blood Sugar Sex Magik. Grandi canzoni, pezzi infuocati, devastanti tirate funk rock e una produzione scarna, essenziale, che mette in luce tutta la carica di una band mai in palla come oggi. Insomma, i Red Hot sono tornati quelli di un tempo e fra le note di questo disco si torna a respirare l'aria di quei mitici e selvaggi anni '90 che ci piacevano tanto. Un unico avvertimento: il disco non scaricatelo, non fate i braccini corti, andatelo a comprare. E' talmente bello ed emozionante che non può mancare nella vostra discografia. Fidatevi. Un abbraccio affettuoso dal vostro amicone.

*   Mino è quel figlio di troia che mi ha fottuto la donna
**  Gino è quel bastardo che mi ha rigato la macchina
*** Pino, invece, non mi ha mai fatto nulla. Mi sta sul culo così, al naturale.





Blackswan, martedì 21/06/2016


9 commenti:

Alligatore ha detto...

Signora mia, non ci sono più i Red Hot di una volta :)

Lucien ha detto...

Una sofferenza, soprattutto pensando ai Red Hot pazzeschi che ho adorato negli anni 90'. Si sono venduti un tanto a nota...
Per fortuna non l'ho comprato!

Bill Lee ha detto...


Fanno tutti così.
Comunque grazie della recensione, correvo il rischio di ascoltarlo, 'sto disco, ma il disgusto con cui l 'hai recensito mi ha convinto di no.

Berica ha detto...

Il mercato degli adolescenti è molto ambito.

Blackswan ha detto...

@ Alli: direi proprio di no :)

@ Lucien: e hai fatto benissimo. I bei tempi sono lontani anni luce...

@ Bill Lee: consiglio vivissimo: dedicati ad altro :)

@ Berica: purtroppo, si :(

melonstone ha detto...

ma soprattutto, quando inserisci nel gruppo Klinghoffer dai subito un segnale chiaro: farò a meno del rock, del funky, di un suono decente e di una chitarra...

Granduca di Moletania ha detto...

Black, non avrei mai voluto dirtelo, ma quello che ti ha bruciato il poster di Zanetti..... beh, è stato proprio Pino.
:))

Un abbraccio.

Anonymous ha detto...

"Stadium Arcadium" lo avevo buttato via dopo circa 20 giorni, "I'm With You" dopo una settimana, "The Getaway" dopo 3 giorni. Mai ascoltato una porcata di disco del genere (io che pure ne ho avuti a tonnellate); quello che mi fa rabbia e' leggere in giro sul web commenti entusiasti sull'opera da parte di media organ venduti (come hanno fatto loro al business delle major dopo BSSM, accecati dalla voglia di denaro e fama) e magari di qualche pischello dell'era 2.0 che se gli fai ascoltare "Mother's Milk" ti dice che fa schifo.

Blackswan ha detto...

@ Melonstone: :)))

@ Granduca: ecco chi è stato! Quel bastardo ! :)

@ Anonymous: purtroppo, caro Anonymous, la critica musicale spesso è prezzolata. Oppure, cosa che mi sono sentito dire anche io, " se ne devi parlare male, meglio non parlarne". Certo, per scrivere bene di un disco così, ci vuole davvero il pelo sullo stomaco...