lunedì 8 agosto 2016

A THOUSAND HORSES - SOUTHERNALITY



Ok, Dave Cobb sta diventando per la musica americana più classica quello che Brendan O’Brien fu per il grunge: il faro, il suono oppure, molto più semplicemente, l’uomo giusto al quale portare una manciata di canzoni e chiedere, semplicemente, di portarle più in alto di dove sono.
Il fatto è che a Cobb, come accadde negli anni ’90 a O’Brien, questa magia spesso riesce. Ad usufruire del suo talento, tra i tanti di questi anni, anche una band di Nashville (ovviamente il buon Dave fa sede nella capitale dell’industria discografica americana) nata sotto il nome di A Thousand Horses, composta da quattro ragazzotti del sud (più due ottimi turnisti dietro le pelli della batteria ed alle tastiere) con la testa un po’ ai Lynyrd Skynyrd ed un po’ ad un certo country/rock da classifica.
Il buon Cobb deve aver fatto un paio di ragionamenti: il primo è che gli Skynyrd non hanno mai avuto una band che facesse successo percorrendo direttamente la loro strada, i loro suoni e la loro estetica (e qui di plagio o, se volete, di ispirazione non nascosta ce n’è tanta). Il secondo è che per una volta poteva divertirsi a produrre una band col la corrente elettrica ben attaccata, che mastica rock’n’roll e che il country che ha nelle vene lo avrebbe volentieri lasciato da parte a favore di un approccio bello rock.
Chiamatelo come volete, ma “Southernality” (2015, Republic Nashville) è pieno zeppo di clichè, idee già sentite e ritornelli sin troppo orecchiabili, possiede però un fascino, un tiro ed una idea di fondo che non passa inosservata. Intanto, i ragazzi ci danno dentro, piazzando all’inizio una botta molto figlia degli Stones in periodo Nellcote: “First Time” vibra, le chitarre non si risparmiano, la batteria pesta e l’organo tiene incollato il tutto. Novità? Nessuna, a dire il vero, ma chi ascolta questa roba di solito non è molto attento nemmeno agli aggiornamenti di Windows. Segue una “Heaven is close” veramente paracula, che inizia benissimo con acustica e voce (scordatevi però gli arpeggi melensi, qui è subito ritmo) per poi trasformarsi in una specie di gospel. Il ritmo non si abbassa mai, ed anche quando la vicenda si fa anonima (“Tennessee Whiskey” ad esempio) il lavoro di Cobb si fa apprezzare, per cui non viene voglia di maledire la spesa per il disco.
Certo, la voce di Michael Hobby a volte fa finta di aver bevuto quel whiskey che in realtà non ha nemmeno assaggiato, però il solo fatto di voler rispettare l’eredità degli Skynyrd ce li fa prendere sotto l’ala protettrice, ovviamente incuriositi da ciò che sarà nel disco n°2 dove, con o senza Cobb, qualche fantasma nell’armadio dovrà scomparire e lasciare spazio a una maggiore personalità.
Però per le ferie di agosto, durante qualche alcoolico aperitivo al tramonto, ‘sta roba qua ci sta alla grande.

VOTO: 6





Melonstone, lunedì 08/08/2016

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