venerdì 23 settembre 2016

WILCO - SCHMILCO



Jeff Tweedy ha ormai condotto i suoi Wilco in quel circolo di band culto della musica americana attuale. Se dovessi fare un paragone per la devozione dei fans e per le aspettative che ogni nuova uscita discografica alimenta, mi verrebbero in mente i Pearl Jam; sono band, insomma, che ha costruito (eccome), in oltre venti anni di carriera, una reputazione mai svenduta al mainstream e soprattutto fondata su dischi che rappresentano quanto di meglio i famosi anni ’90 hanno saputo sfornare.
Ora, recensire Schmilco non è impresa facile, perché non si può non contestualizzarlo. Fosse, infatti, stato partorito come opera prima da una band all’esordio, me la sarei cavata con un’attrazione fatale per l’alt-country, genere che, per essere chiari, sembra aver fatto i suoi giorni ed essere stato omogeneizzato all’interno del moniker “americana”. Solo che Shmilco è il nuovo disco degli Wilco e la nota più importante è che fa seguito, in maniera molto veloce ed inattesa, a quel Star Wars  pubblicato come un fulmine a ciel sereno nel luglio 2015 (cioè un anno fa) e che, sinceramente, mi aveva lasciato molte perplessità. Ecco, dimenticatevi quel disco, perché Shmilco ne è l’esatto contrario: acustico, paziente, in una parola sola alt-country. Soprattutto, l’impressione è che Tweedy, nonostante le fughe post-rock degli ultimi lavori, sia ancora sublime quando si cimenta nella situazione che meglio conosce, chitarra acustica e voce a disegnare melodie che sembrano sbilenche ma che al terzo ascolto entrano prepotentemente nel cervello. Dunque, una specie di disco solista? Assolutamente no. Provate ad isolarvi dal mondo esterno ascoltandovi questo album in cuffia: scoprirete arrangiamenti al limite del maniacale, con organi che entrano ed escono dal mix in maniera soffusa, chitarre che reggono la struttura e soprattutto un batterista che, disco dopo disco, attraverso il proprio talento, rende ogni canzone un pezzo unico da ascoltare.
Così canzoni come “If I ever was a child” o “Cry all day” sono firme indelebili del talento di Tweedy, così come fa parte della discografia recente degli Wilco la rumorosa “Common Sense”, che comunque sembra addomesticare i suoni al tepore confidenziale del disco. Il problema, perché qualche problema c’è, è che la seconda parte della scaletta non è così ispirata e anzi risente di una scrittura omologata alla grande sequenza iniziale. Considerato che Shmilco esce fuori dalle session di Star Wars (“mirabile dictu” dicevano i latini) forse Tweedy avrebbe potuto ugualmente far uscire due dischi in breve tempo, mescolando però un po’ più le carte, perché qualche virata elettrica del suo predecessore avrebbe reso meno monotono il finale di Shmilco. Però, visto che la classe non è acqua, non si può chiedere di più a chi sta sui palchi da così tanto tempo e ha ancora (senza dubbio) la penna buona per scrivere queste cose. Ultima nota, la copertina di Joan Cornellà, con una vena ironica che mi fa pensare che gli Wilco, forse, un disco come Star Wars non lo partoriranno più, avendo ritrovato la vecchia, cara, retta via.    

VOTO: 7





Melonstone, venerdì 23/09/2016

2 commenti:

Marco Goi ha detto...

Dopo Bon Iver, ci ritroviamo d'accordo anche sui Wilco, tornati a fare un buon disco che fa dimenticare il d'altra parte dimenticabile Star Wars.

Comincio ad avere paura! :D

Blackswan ha detto...

@ Marco: ma se leggi bene la firma in calce all'articolo, scoprirai che non l'ho scritto io :)