giovedì 1 dicembre 2016

METALLICA - HARDWIRE TO SELF DESTRUCT



Istruzioni per l’uso. Per apprezzare quel che c’è da apprezzare in Hardwire To Self Destruct, undicesimo capitolo nella discografia della band losangelina, sarebbe assolutamente fuori luogo tentare improbabili paragoni con dischi come Kill’Em All o Ride The Lightning. I bei tempi, è il caso che ce ne facciamo una ragione, sono finiti per sempre, e la forza d’urto selvaggia di quel suono ora vive quasi esclusivamente nelle intenzioni che sottendono questo nuovo full lenght. Se, invece, si inserisce Hardwire nell’onda lunga di una rinnovata ispirazione, iniziata otto anni fa con il dignitosissimo Death Magnetic, ecco allora che è possibile dare a questo disco la giusta prospettiva e una corretta valutazione. Gli eventuali detrattori (il malvezzo di accanirsi a prescindere contro nuovi dischi di blasonate glorie del rock è tipico di certi recensori affetti da snobismo indie) cercheranno di demonizzare l’eccessiva lunghezza del disco (un’ora e dieci di musica distribuiti in due cd), per rimarcare una creatività lacunosa e vittima di continui cedimenti. Un’obiezione, questa, solo in parte corretta: che le dodici canzoni in scaletta non siano tutte all’altezza prescinde dalla lunghezza dell’opera e dipende semmai da un certo imbolsimento di idee (vi avrebbero fatto schifo dodici canzoni tutte ispirate?). A difesa dei Metallica, vorremmo, invece, sottolineare che in fin dei conti la band ha fatto il proprio dovere, regalando ai fans ciò che gli spettava e ciò che si attendevano: materiale a sufficienza per consolarsi della lunga assenza (otto anni) e da mettere, poi, in cascina in vista del prossimo iato (che spereremmo più breve). E poi, a conclusione del pistolotto, andatevi a riguardare i minutaggi dei precedenti dischi: tutti, più o meno, superano i settanta minuti di musica. Fatte queste, a nostro avviso, doverose premesse, bisogna arrivare al nocciolo della questione che qui interessa. Che disco è Hardwire? Se avevate apprezzato Death Magnetic ascolterete con piacere un album che ne è il degno successore, animato però da un pizzico di vitalità in più. Il lavoro in fase di produzione, infatti, garantisce la forza bruta che ci si aspettava, ma anche un suono equilibrato, muscolare e pesante ma in grado di soluzioni melodiche che a qualcuno potrebbero far venire in mente il celebre Black Album. Non tutto, ovviamente, è centrato: il secondo cd si apre con due pezzi di una modestia imbarazzante (Confusion e Manunkind), ma grazie a Dio poi prosegue su standard discreti (Here Comes Revenge, Am I Savage? E Murder One), regalandoci anche una gemma finale da archiviare subito come un istant classic della band: Spit Out The Bone. Il primo cd, per converso, è di buon livello e affermare il contrario è solo perché si commette l’errore che dicevamo in apertura. Lo speed metal di Hardwire con cui si apre l’album possiede di per sé un valore programmatico: ecco siamo tornati e siamo ancora in forma strepitosa. Chiaro: non basta alzare i volumi per dimostrare potenza. Ma qui l’ispirazione è alta e viene ribadita anche in tutta la prima parte del disco, a partire dalla superba Atlas, Rise! Il passo elefantiaco di Now That We’re Dead (ma occhio ai cambi tempo) e la ritrovata verve melodica rappresentano l’abbrivio ai successivi tre brani (Moth Into Flame, l’articolata Dream No More e Halo On Fire) tutti all’altezza della fama della band, e suonati con un antico fervore. Non stiamo certo parlando di un capolavoro e l’intenzione di chi scrive non è quella di fare l’apologia di un gruppo che segue con infinito affetto fin dai lontani anni ‘80. Immagino, tuttavia, che tante giovani band pagherebbero di tasca propria per esordire con un disco come Hardwire. Il quale, nonostante i difetti e qualche cedimento creativo, resta il lavoro credibile e grintoso di una band che ha ancora qualcosa da dire. Bentornati!

VOTO: 7





Blackswan, giovedì 01/12/2016

4 commenti:

Ezzelino da Romano ha detto...

Sarà un limite mio, ma a me continuano a sembrare mica tanto buoni.
Non adesso, da sempre.
Alcuni pezzi indubbiamente riusciti (Enter Sandman, Sad but True, Nothing else matters) ma per il resto un suono che trovo banale.
Poi probabilmente avrà ragione Blackswan quando dice che proprio quel suono grezzo e sporco è la loro forza.
Però, per dire, sempre sul genere grezzo e sporco mille volte meglio i Motorhead (ciao Lemmy, come va lì dall'altra parte?)

Marco Goi ha detto...

Istruzioni per l'uso: mettersi prima i tappi alle orecchie.
aahahah :D

Angelo G. ha detto...

Scusa, ma perché hai messo la copertina al rovescio come se l'immagine fosse allo specchio?

Antonello Vanzelli ha detto...

Sto ancora metabolizzandolo, serve un po di tempo per capire la portata di un disco così. Le sensazioni dopo i primi ascolti, però, sono decisamente positive :-)
Ciao!