domenica 1 gennaio 2017

I MIGLIORI DISCHI DEL 2016: LE SCELTE DEL KILLER (DALLA 10 ALLA 1)





10. JUDY COLLINS & ARI HEST – SILVER BLUE SKIES
Nasce così Silver Skies Blue, che è in assoluto il primo disco della Collins realizzato interamente in condominio con un altro artista e con molte delle canzoni in scaletta scritte a quattro mani. Non tutto il materiale è nuovo: le bellissime The Weigh e Aberdeen provengono dal repertorio di Hest, Strangers Again, presente nell'edizione deluxe, è la title track del disco precedente, mentre la malinconica Home Before Dark è la rilettura di un vecchio brano della Collins preso da Fires In Eden, full lenght del 1990. Poco importa, perchè questi brani si amalgamano perfettamente con le nuove canzoni, formando una scaletta omogenea, in cui il fille rouge è l'interplay fra le due voci, il soprano cristallino della Collins (a cui il tempo ha tolto poco o niente) e il timbro da crooner di Hest. Disco di ballate, suonate con eleganza da un ottimo gruppo di sessionisti (Russel Walden al pianoforte, Zev Katz al basso, Doug Yowell alla batteria e Gerry Leonard alla chitarra elettrica), Silver Skies Blues si muove attraverso quei territori folk pop nei quali la Collins si destreggia alla perfezione, evocando nostalgici echi californiani (I Choose Love), sfiorando mood ombrosi (la citata The Weight) e schiudendosi in ariosi e solari soundscapes (Drifting Away). A vestire i panni dell'avvocato del diavolo, si potrebbe forse obiettare che arrangiamenti appena più asciutti avrebbero giovato maggiormente alla resa finale del disco. Ma, in fin dei conti, si tratta di inezie. Quel che conta davvero sono le canzoni, e in Silver Skies Blue sono tutte bellissime.


9. BEN GLOVER – THE EMIGRANT
The Emigrant è, dunque, una sorta di American Land (non a caso abbiamo parlato di Seeger e Springsteen), un racconto di emigrazione che, però, perde i toni epici e acquisisce, invece, il tratto delle riflessione intimista, per raccontare l’uomo che si trova ad affrontare la perdita delle proprie radici, il cambiamento, la sofferenza per adattarsi, la speranza di una nuova vita. Dieci ballate in bilico fra folk irlandese e americana, in cui è la splendida voce di Glover, calda, carezzevole e graffiante, a condurre l’ascoltatore verso momenti di lirismo assoluto. Il classico The Auld Triangle (già nelle mani dei The Dubliners e di Luke Kelly), And The Band Played Walzing Mathilda  (resa celebre dalla versione dei Pogues), l’alcolica Moonshiner (la cui origine, se irlandese o statunitense, è ancora controversa) vivono di nuova luce poetica a fianco a nuovi brani straordinari, come la commovente Heart In My Hand, scritta a quattro mani con Mary Gauthier (vi troverete un retrogusto alla Waterboys), o A Song Of Home, in condominio con Tony Kerr, che chiama in causa addirittura Dylan. Come per il disco degli Orphan Brigade, The Emigrant esce sotto l’egida dell’italianissima Appaloosa Records, che ha curato l’edizione italiana del disco, inserendo nel booklet la traduzione (nello specifico, indispensabile) dei testi.


8. OLAFUR ARNALDS – ISLAND SONGS
Oggi, Arnarlds torna a casa sua, nei luoghi in cui è cresciuto e in cui si è formato come artista, trasformandosi da batterista di un’oscura band heavy metal a musicista raffinato e prolifico. Con Island Songs, infatti, il compositore islandese, per sette settimane, ha raggiunto sette diverse location della sua terra natia, dove insieme ad alcuni artisti locali ha eseguito sette “canzoni”, registrate in presa diretta e documentate in tempo reale attraverso dei video girati dal regista Baldvin Z. L’intero progetto lo trovate sul sito www.islandsongs.is, dove potrete esplorare la mappa delle località visitate e guardare i filmati delle esecuzioni. Island Songs è, dunque, un’opera multimediale, nata da un viaggio che è contemporaneamente memoria e scoperta, in cui la forza evocativa della terra dei ghiacci, visivamente potente per la sua vicinanza all’imperscrutabile grandezza di Dio, trova qui una dimensione più intima e malinconica, raccontata attraverso il minimalismo di piccole chiese, abitazioni modeste, interni caldi e famigliari e visi segnati da un’esistenza ordinaria. Pianoforte, archi e ottoni sono gli strumenti che Arnalds usa per evocare un road movie interiore fra le terre d’Islanda, la voce eterea di Nanna Bryndis (cantante degli Of Monsters And Men, che compare in Particles), l’apice emotivo per sbriciolare il cuore dell’ascoltatore. Mettete, dunque, sul piatto Island Songs, chiudete gli occhi e provate a immaginare il maestoso respiro della piccola Islanda: anche se non l’avete mai visitata, vi ritroverete persi nell’evocativa bellezza di paesaggi senza tempo. Un brivido di freddo a intirizzirvi la pelle, un tepore malinconico a riscaldarvi il cuore.






7. LUCINDA WILLIAMS – THE GHOSTS OF HIGHWAY 20
Highway 20 è in tal senso un disco dolente, sofferto, che cammina in precario equilibrio sul ciglio del baratro: da un lato, un vuoto di speranza, che mi ha ricordato, concedetemi il volo pindarico, la poesia di Pavese (“Oh cara speranza, quel giorno sapremo anche noi che sei la vita e sei il nulla”); dall’altro, l’istintuale attaccamento alla vita, il bisogno primordiale d’amore, che ci tiene in piedi, ci fa respirare, ci spinge ancora a puntare l’orizzonte (“Trust me, you can’t close the door on our love, just because you made somebody cry”). Forzando un po’ la mano a un’altra similitudine letteraria, si potrebbe affermare che, come L’idiota fu per Dostoevskji il lavoro preparatorio per il successivo I Fratelli Karamazov, così The Ghosts Of Highway 20 porta alle estreme conseguenze le riflessioni del precedente Down Where The Spirit Meets The Bone: quel suono e quegli arrangiamenti ci sono, così come ci sono Bill Frisell e Greg Leisz alle chitarre (uno degli elementi decisivi per il mood dell’album); tuttavia, la Williams sceglie questa volta la strada dell’ortodossia e della linearità, puntando su una narrazione monocorde, meno rockeggiante e più intimista. Ne consegue che Highway 20 è un disco impegnativo, scorbutico, che va riascoltato più volte per entrare in sintonia con una fascinazione che richiede immedesimazione totale (difficile, se no, anche per uno springsteeniano di ferro, comprendere, ad esempio, la livida trasposizione di Factory). Non siamo, dunque, di fronte al grande affresco di Americana dipinto in Down Where The Spirit Meets Bone, e i toni epici del racconto vengono quasi completamente sfumati in un cupo soliloquio interiore; qui, si chiede all’ascoltatore lo sforzo di compenetrare lo sguardo in soggettiva dell’artista, di mettersi in moto sull’ Highway 20 e macinare chilometri, macinare vita, macinare ricordi. Imparare, soprattutto, a convivere coi propri fantasmi.


6. DAVID BOWIE – BLACKSTAR
Eppure, Blackstar contiene delle vette inarrivabili, delle canzoni che ammaliano, fino a stordirci. La new wave 3.0 di Girl Loves Me, il drum’n’bass che sottende e quella voce tirata allo spasimo, che evoca Gabriel. I Cant Give Everything Away, che suona definitiva, come lo smaterializzarsi di un corpo e il dispiegarsi di ali verso l’infinito del cielo. Oddio, si, quando l’ascolti, le lacrime sono vere, e ti senti all’improvviso sereno, e senza peso, e perso nell’abbraccio di luce di una melodia estatica. E poi, c’è Blackstar, la title track, una canzone mausoleo, un reliquiario di ossidiana che custodisce le memorabilia di ciò che Bowie sarebbe stato nei prossimi dieci anni: lo sfumare del tormento nell’estasi (e viceversa), l’incastro delle melodie, le spinte più audaci dell’elettronica, penombre mediorientali, languide vibrazioni soul, un rock sfumato ed elusivo. Come a volerci dire, forte e chiaro, che non è un testamento, non è un disco semplice e non è perfetto. Blackstar è solo quello che doveva essere: l’ennesimo passo avanti di chi non ha mai pensato, nemmeno per un istante, di fermare il proprio cammino. In terra e verso il cielo, dove scoprirà, finalmente, se c’è vita su Marte.


5. CHELLE ROSE – BLUE RIDGE BLOOD
E qui viene il bello: se pensate di trovarvi di fronte a un disco di folk siete clamorosamente fuori strada. La Rose, infatti, appronta una scaletta di rock blues elettro acustico, plasma la materia arricchendola di sonorità roots, e la trasforma con la sua straordinaria voce, capace di riprodurre il timbro strascicato e sofferto di Lucinda Williams oppure di sputare fiotti di rabbia e amarezza come solo Patti Smith sa fare (e in definitiva Chelle Rose è una sintesi perfetta fra le due). Le canzoni raccontano la storia della songwriter, il rapporto con la propria famiglia e i luoghi dell’infanzia, e indagano sull’essere umano, su anime in bianco e nero, in cui i rari momenti di luce si perdono in un buio incombente e maligno. In tal senso, Blue Ridge Blood è un disco i cui momenti morbidi sono distillati con il contagocce: forse la sola Laid Me Down, illanguidita dal pianoforte, porta un po’ di sole in scaletta (anche se c’è la voce arresa della Rose a ricordarci che la notte è in agguato là fuori). Il mood prevalente, invece, è crepuscolare, le ballate sono torbide e mai condiscendenti verso la melodia, i brani sono comunque e sempre attraversati da frementi scariche elettriche e distorsioni, che esplodono nel ringhio noise rock definitivo della superba Gypsy Rubye. Se è vero che ogni genere ha una sua dark lady, oggi possiamo tranquillamente dire che anche l’americana ne ha trovata una. Si chiama Chelle Rose e ci ha regalato uno dei dischi più belli, sinceri ed emozionanti del 2016. Produce George Reiff e benedice Buddy Miller (tredici Grammy Awards vinti), che prende in mano la chitarra per santificare la title track.


4. MICHAEL KIWANUKA – LOVE & HATE
In Love & Hate, infatti, le grandi canzoni si sprecano e anche quando i brani si dilatano oltre il minutaggio standard, il tempo diviene realmente relativo, mai affiora lo sconcerto della noia e l'unica cosa che si vuole è ascoltare musica. Questa musica. Succede nei sette minuti di Father's Child, straordinario mid tempo che vive di addizioni e si stratifica passo per passo, trasformandosi da soliloquio a corale, e nell'altrettanto lunga title track, la cui melodia contagiosa è costruita con cori in loop, ritmica secca, archi che ci avviluppano di malinconia e un assolo di chitarra in acido, improvviso e spiazzante. E dovremmo, forse, spendere parole anche per le altre canzoni in scaletta, tutte attraversate da fremiti malinconici mai invasivi e da ganci melodici che si vestono sempre con intelligenza, nonostante siano straordinariamente catchy (il crescendo gospel di Black Man In A White World). Kiwanuka, dunque, ha gestito il successo con intelligenza, non si è fatto irretire dalle effimere sirene della notorietà e ha percorso la sua lunga strada, la strada della musica che voleva. Ci ha messo tempo, ha lasciato che il suo nome venisse risucchiato quasi ai limiti dell'oblio e, quindi, ci ha regalato Love & Hate. Se per Home Again, possiamo parlare di un disco interessante, ispirato, deliziosamente retrò e splendidamente suonato, per questo seguito è inutile spendere troppi aggettivi. Ne basta uno solo: grande.





3. PARKER MILLSAP – THE VERY LAST DAY
La voce di Millsap è straordinariamente potente e volitiva, si sposa perfettamente con le tonalità più blues, e risulta graffiante, quando il ragazzo rockeggia, e languida, invece, quando il passo lento della ballata viene a sfiorarci le corde dell’anima. Difficile togliere questo cd dal lettore, una volta che si inizia ad ascoltarlo: non c’è un filler che sia uno e tutto ci lascia a bocca aperta, in attesa della sorpresa successiva. Si inizia con il guizzo rock acustico di Hades Pleads, dall’incedere nervoso e con il violino di Foulks in evidenza, e si continua con il movimento sinuoso della divertita e solare Pining, il primo singolo tratto dall’album: due modi diversi di esprimersi, legati, però, fra loro dal fille rouge di una voce ispiratissima e da una band che fa dell’artigianato un prodotto d’eccellenza. Morning Blues è 100% american sound e vede protagonista la voce di Parker, capace di svariate modulazioni. Heaven Sent, sofferto racconto di un’omosessualità nascosta, è il vertice emotivo dell’album: strofa che paga debito a The River di Springsteen e ritornello di una bellezza che lascia storditi. You Gotta Move, blues da canicola interpretato con devozione filologica, è un classico dal repertorio di Mississippi Fred McDowell (su Sticky Fingers trovate la cover che ne hanno fatto i Rolling Stones), Hands Up sfodera una sudatissima grinta rock, mentre Jealous Sun è un breve, limpido acquarello folk. Chiude Tribulation Hymns, emozionante finale dai toni quasi ieratici, che racchiude in sé un suono antichissimo. Se, in questi ultimi anni, si può parlare di rinascita di un solido movimento alternative country, lo si deve anche a dischi come The Very Last Day e a questo giovanissimo autore, che insieme a Jason Isbell, Chris Stapleton, Sturgill Simpson e John Fullbright, solo per citare alcuni dei nomi più noti, sta dando nuovo lustro a un suono che sembra aver ripreso un’inaspettata forza innovativa. 


2. THE ROLLING STONES – BLUE & LONESOME
Le pietre hanno smesso di rotolare e si sono fermate, ergendo un monumento al genere: non un mausoleo di sepoltura, ma una Mecca verso cui girare lo sguardo, per riscoprire spiritualità, passione e radici. La band che tutti, anche il fans più viscerale, davano bollita da tempo e tenuta in piedi solo dal rituale magniloquente di concerti che, in limine vitae, apparivano tutti imperdibili, torna con un canto del cigno che avrebbe fatto invidia a Checov: gli Stones nel ruolo che fu di Svetlovidov, Willie Dixon, Howlin’ Wolf, Little Walter, Otis Rush e Magic Sam a recitare la parte che fu di Nikita Ivanyč. Non c’è però nostalgia né rimpianto: ci sono quattro “ragazzi” che non subiscono le angherie del tempo che passa, ma lo dominano, facendo dell’esperienza virtù e di un’antica passione energia vitale. Basta ascoltare una volta sola Blue & Lonesome per rendersi conto di cosa sta andando in scena: l’interplay fra le chitarre di Keith Richards e Ron Wood, i cui graffi lasciano cicatrici indelebili, la voce potente di Jagger e la sua armonica bollente e insaziabile, le rullate simbolo di un ineffabile Charlie Watts, il cameo di Sua Maestà Eric Clapton, che in Everybody Knows About My Good Thing viene a rendere omaggio agli dei e a certificare più di cinquant’anni di storia. E’ il passato che diventa presente, e che delinea coordinate precise per il futuro. Godetevi, allora, senza pregiudizi, queste dodici cover che arrivano direttamente da quel periodo lontano in cui Jagger e Richards erano solo dei ragazzi affamati di vita e ancora non sapevano che a quei dischi, ascoltati durante i pomeriggi oziosi nel loro appartamento di Chelsea, avrebbero dovuto tutto. Oggi, possiamo dire che queste canzoni sono diventate, a buon diritto, canzoni degli Stones. Non è solo una questione di usucapione, per quanto legittima, ma è un vincolo che ha a che vedere col sangue. Blue & Lonesome, dunque, è un disco straordinariamente bello, perché inaspettato e definitivo. E’ il blues che ritorna al blues, attraverso la leggenda. Attraverso il sangue. E’ la fine di un’epoca e un nuovo inizio. 


1.1   THE MARCUS KING BAND – THE MARCUS KING BAND
La lezione del grande Duane Allman è stata mandata a memoria e quello che in altre mani poteva essere un solido disco di rock blues, nelle mani di King diviene un affresco cangiante, in cui la chitarra, svincolata dal dogma southern “riff graffiante e assolo interminabile”, preferisce esprimersi attraverso moduli jazzistici (qualcuno ha detto In Memory Of Elisabeth Reed?). Il disco spiazza fin dalle prime battute: jazz, soul e blues vestono di fiati la brillante Ain’t Nothing Wrong With That, un brano che travolge per il suo contagioso entusiasmo e svela di che pasta è fatta la chitarra di King, straordinario nel cesellare un assolo tanto icastico quanto scintillante. Self Hautred, con l’ospitata di Dereck Trucks, imbocca la strada della psichedelia e per cinque minuti e mezzo la sensazione è quella di ascoltare i Beatles di Taxman suonati da una Allman Brothers Band in trip lisergico. Rita Is Gone è un ballatone soul strappa mutande, con la voce miele e liquerizia di Marcus che ci massaggia l’anima, omaggiando il grande Otis Redding, mentre in Thespian Espionage si tenta un azzardo fusion, peraltro perfettamente riuscito, in cui fluato e chitarra elettrica si passano il testimone dell’assolo e la batteria di uno straordinario Stephen Campbell gioca con i controtempi. Insomma, si tratta di grandi pezzi che si smarcano dall’ovvio e cercano, con ottimi risultati, altre modalità di espressione. Eppure, anche in quei brani in cui King resta più legato a formule convenzionali, riesce a inserire qualcosa di prezioso per l’ascoltatore. Virginia, ad esempio, è un robusto brano southern attraversato dalle chitarre di King e Haynes (qui anche in veste di ospite), che dardeggiano assoli senza però essere mai invasive; e quando parte Radio Soldier, canzone dalla solida struttura rock blues, si resta a bocca aperta per l’incredibile riff arpeggiato che apre il brano e per l’assolo centrale di chitarra, che suona, fin dal primo ascolto, come un istant classic. Al secondo capitolo della sua discografia King ha fatto decisamente centro, rilasciando uno dei dischi più versatili, divertenti e ben suonati dell’anno. Pertanto, se amate gruppi come i Gov’t Mule e la Tedeschi Trucks Band, per citare un paio di nomi, non lasciatevi sfuggire questo disco: il ragazzino è un genietto e il futuro del genere è saldamente nelle sue mani.




Blackswan, domenica 01/01/2017

6 commenti:

Salvatore Baingiu ha detto...

E pensare che alcuni di questi dischi li avevo evitati per pregiudizio, evidentemente ci sono alcune band storiche che hanno ancora qualcosa da dire ;)

Lucien ha detto...

MICHAEL KIWANUKA per me è il disco dell'anno insieme ai Radiohead.

Come canzone invece da Island Songs quella con Nanna Bryndís Hilmarsdóttir (Particles) ogni volta che la sento mi vengono i brividi.

giuseppe ha detto...

assolutamente misero come anno -

Andrea ha detto...

Mi piace molto perché, a dispetto di liste tutte uguali, include molti nomi da recuperare. Qualcuno c'è anche nella mia che, dopo una lunga gestazione, sto per pubblicare, molti altri li andrò a recuperare. A questo dovrebbero servire queste classifiche.

Marco Goi ha detto...

A parte Bowie e Kiwanuka, una lista da incubo a occhi aperti. °___°

giuseppe ha detto...

rincaro la dose...questa è una bella canzone non quelle scelte da lei quest' anno :
Okkervil River - Okkervil River R.I.P.