giovedì 5 gennaio 2017

TERRY DOLAN - TERRY DOLAN (Warner Bros., 2016)



Il rock, si sa, non si nutre solo di musica, ma anche di leggende, personaggi bizzarri, morti eccellenti e storie. Alcune strane, altre improbabili, altre frutto della fantasia di chi ama creare pagine di letteratura, che rendono ancora più imprescindibile l’ascolto dei dischi che amiamo. E poi, ci sono storie che sottendono a una logica talmente assurda, da essere del tutto incomprensibili nella loro trama. Una di queste storie riguarda un disco, registrato 43 anni fa, tenuto inopinatamente negli archivi della Warner Brothers a prendere polvere per quasi mezzo secolo e pubblicato solo oggi. Si tratta dell’esordio come solista di Terry Dolan, giovane folk singer, cresciuto musicalmente sulla East Coast e trasferitosi poi a San Francisco, in cerca di un successo che troverà solo parzialmente, militando nella rock band dei Terry And The Pirates. Quel disco, che porta semplicemente il nome del suo autore e che oggi finalmente possiamo ascoltare in versione rimasterizzata, è straordinariamente bello, tanto che, a distanza di quasi mezzo secolo dal suo concepimento, risulta impossibile che non abbia mai visto la luce. E invece, è proprio così: un pizzico di sfortuna e un manager discografico non proprio lungimirante, non solo hanno tarpato le ali alla carriera di Dolan, ma privato il secolo scorso di quello che sarebbe stato, con tutta probabilità, uno dei dischi simbolo dell’epoca. La storia è, più o meno, questa. Dolan nasce nel 1943 in Connecticut, e li cresce sviluppando una grande passione per la musica, che lo porterà, giovanissimo, a suonare nella scena folk di Boston e poi a Washington D.C. Nel 1965, segue la grande onda psichedelica e si trasferisce a San Francisco, dove comincia a farsi una certa fama, suonando in vari locali della bay area e aprendo i concerti di artisti più famosi, come Blue Cheer, B.B. King e Tay Mahal. Terry, però, oltre a possedere un’ottima voce e a cavarsela egregiamente alla chitarra, scrive anche canzoni, tutte di ottima fattura e molte apprezzate dal pubblico dell’epoca. Così, il suo nome gira con insistenza, fino ad arrivare alle orecchie di Nicky Hopkins, un pianista inglese già celebre per aver collaborato con Rolling Stones, Who e, per restare in zona, i Jefferson Airplane. Hopkins si offre di seguire Dolan in studio, di produrgli un disco e di prestare il suo leggendario pianoforte per la registrazione delle canzoni. 




Verso la fine del 1970, due brani sono già pronti, seppur in versione demo, e una di queste, Inlaws and Outlaws, usufruisce di parecchi passaggi radiofonici anche fuori le frequenze di San Francisco. Nel 1971, la Warner Brothers, anche grazie ai buoni offici di Hopkins, mette sotto contratto Dolan, che entra in sala di registrazione agli inizi dell’anno successivo, affiancato da un parterre de roi d’eccezione: oltre a Hopkins, che produce e suona il piano, ci sono John Cipollina (Quicksilver Messenger Service) e Neal Schon (Santana) alle chitarre, Lonnie Turner (Steve Miller Band) al basso, Prairie Prince (The Tubes) e Spencer Dryden (di lì a poco nei Jefferson Airplane) alla batteria e le Pointers Sisters ai cori. Vengono così registrati quattro pezzi, che andranno a comporre la side A dell’LP. Poi, il colpo di sfortuna. Nicky Hopkins, vero padre padrone del progetto, viene chiamato dai Rolling Stones per registrare Exile On Main Street. L’alternativa per il pianista è semplice: o andare a contribuire all’ennesimo disco della più grande rock band del pianeta o mantenere fede all’impegno preso con una possibile promessa dello star system. Indovinate un po’? Hopkins saluta tutti e se ne va. Alla Warner Brothers storcono il naso e, venuto a mancare il nome famoso che avrebbe trainato le vendite del disco, pensano di rinunciare al progetto. Dolan, però, non si perde d’animo e sfruttando le proprie conoscenze, imbarca come capitano del vascello, Pete Sears, nome noto per aver suonato il basso nei dischi solisti di Rod Steward. Sears, allora, si mette in consolle e offre a Dolan anche la sua indubbia capacità di polistrumentista, accollandosi le parti di basso e di pianoforte. Ai cori arriva Kathy Mc Donalds, Greg Douglass imbraccia la chitarra affiancando Neal Schon e dietro i tamburi si siede David Weber. Nonostante i sessionisti siano quasi tutti nuovi, Dolan in soli sei giorni incide le altre quattro tracce del disco, quelle che confluiranno nella facciata B. A questo punto, tutto è pronto per la stampa: l’uscita del disco viene annunciata per il febbraio del 1973 e la copertina viene affidata alle mani e all’occhio di Harb Greene (fotografo che si è fatto una discreta nomea a fianco dei Grateful Dead), il cui scatto (Dolan affiancato dalla moglie Angie) sembra la fotocopia di quello sulla cover di GP di Gram Parsons. Tuttavia, due mesi prima dell’uscita, la Warner, senza nemmeno avvertire il diretto interessato, rinuncia alla pubblicazione del disco che, fatto e finito, si accomoda negli archivi della casa discografica per restarci la bellezza di 43 anni. Cosa abbia spinto i manager della label a questo improvviso dietro front, non è dato sapere. La mancanza di Hopkins ha senz’altro contribuito e forse, fin dal suo concepimento, il progetto non è mai stato considerato commercialmente appetibile. Tuttavia, tale cecità artistica risulta davvero incomprensibile, visto che, anche a distanza di quasi mezzo secolo, il disco suona ancora per quello che realmente è: un’autentica gemma. Le otto canzoni in scaletta sono quasi tutte di livello eccelso e propongono un mix di rock, folk e pop, screziato da accenti soul e gospel, e attraversato da un retrogusto agrodolce, lo stesso che renderà leggendario Pacific Ocean Blue, opera prima di Dennis Wilson, datata 1977, con la quale questo Terry Dolan possiede molti punti in comune. 





La prima facciata del disco, senz’altro più coesa e innervata da quell’entusiasmo senza compromessi che solitamente anima i neofiti, è di un livello eccelso. Hopkins dirige Dolan e la super band alle sue spalle con grande sapienza, marchiando con il suono di un pianoforte leggendario quattro canzoni da urlo. See What Your Love Can Do suggella l’incontro fra il suono californiano (targato Los Angeles più che San Francisco) con il codice genetico del gospel (handclapping, call and response, etc.). Angie, dedicata da Dolan alla moglie, è un’ariosa ballad pianistica, che fa perno ancora una volta su una struttura chiaramente gospel e si perde dolcissima fra i languori malinconici di un arpeggio di chitarra acustica. Rainbow, invece, è un rock soul vibrante, in cui la partitura di piano di Hopkins fa girare la testa tanto è voluttuosa mentre la chitarra di Cipollina spinge sull’acido, così da marchiare anche geograficamente la canzone. Chiude Inlaws And Outlaws, un pezzo già noto al pubblico prima della sua resa definitiva, con il piano di Hopkins che detta i tempi di una tensione palpabile, tagliata a rasoiate dalla chitarra icastica di Cipollina. Una canzone immensa, vera e propria cartina di tornasole dell’estro compositivo di Dolan. La seconda facciata, pur rimanendo su livelli assai alti, paga indubbiamente la mancanza Hopkins: gli arrangiamenti sono più essenziali e il suono mette in risalto il basso di Sears, come appare subito chiaro nell’iniziale Purple And Blonde…? In questo brano, l’anima gospel che rendeva scintillante la prima facciata, lascia il passo a un folk rock che, pur nel suo perfetto equilibrio estetico, suona più convenzionale, rievocando, soprattutto nel cantato, alcune cose di Tim Buckley. Burgundy Blues è, invece, un pulsante r’n’b che porta nuovamente la musica nera al centro della scena: un brano divertente, pimpante, con le chitarre in primo piano, che suona abbastanza ovvio per lunga parte, ma che si riprende con una bella accelerazione finale, quando la chitarra di Schon si libra in estasi acida. A seguire, la cover di Magnolia di JJ Cale, vertice della seconda facciata e una delle interpretazioni più belle mai ascoltate del celebre brano: il cantato di Dolan è ricco di pathos, il pianoforte di Sears ricama con misura la melodia, mentre il corno francese suonato da Mic Gillette soffia leggerissime note di dolce malinconia. Chiude To Be For You, breve ballad che non aggiunge e non toglie nulla all’economia del disco. Allo scopo di disegnare l’atmosfera che ha visto la difficile gestazione dell’opera, l’album viene oggi stampato con un dettagliato booklet esplicativo (ricco di foto) e un pugno di alternative takes dei brani in scaletta (mancano però nell’edizione in vinile), che rappresentano un prezioso surplus, quasi a voler compensare il prezzo non proprio abbordabile dell’operazione. Come già accennato, Dolan, dopo lo scotto subito dalla Warner, non si dà per vinto, e fonda insieme a Cipollina e a Douglass i Terry & The Pirates, riuscendo a ritagliarsi una piccola fetta di quel successo, che aveva rincorso, pieno di speranze, con il suo dimenticato album d’esordio. Morirà il 15 gennaio 2012, all’età di sessantotto anni, per un attacco di cuore. Non certo dimenticato, ma considerato sempre una figura minore, lontana per tutta la vita da quella fama e quella visibilità che il suo originale songwriting avrebbe meritato. Colpa di un pizzico di sfortuna e della cecità di qualche discografico. Strana storia, quella di Terry Dolan.





Blackswan, giovedì 05/01/2016

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