mercoledì 26 aprile 2017

ANDREW COMBS – CANYONS OF MY MIND (New West, 2017)



Texano di nascita e nashvilliano di adozione, Andrew Combs torna sulle scene con un nuovo album, dopo il celebratissimo, in patria e all’estero, All These Dreams del 2015. Inserito forzatamente dalla stampa americana nella categoria dei musicisti country, il trentenne songwriter di Dallas dimostra nuovamente che la geografia roots delle proprie origini e della città d’adozione incide solo marginalmente sul suo linguaggio compositivo. Non mancano anche in Canyons Of My Mind ammiccamenti al countrypolitan (la conclusiva What It Means To You ne è l’esempio più lampante), ma siamo davvero al minimo sindacale per un artista che ha deciso di trasferirsi a vivere stabilmente a Nashville. Combs, semmai, paga più di un tributo al movimento West Coast da cui eredita alcune sonorità deliziosamente retrò, ma, soprattutto, sa fondere elegantemente una spiccata inclinazione verso il pop con sporadiche, ma incisive, intemperanze elettriche. Come avviene, ad esempio, nel sorprendente opener di Heart Of Wonder, uno dei vertici dell’album e paradigma di un songwriting che quando si smarca dai suoi riferimenti stilistici produce risultati di originale modernità. Un brano teso come una corda tirata ai limiti della tenuta, in cui tutto funziona alla perfezione: la melodia satura di umori malinconici, la ritmica sostenuta da un pianoforte martellante, le scariche noise di una chitarra percossa ferocemente, un sax starnazzante a chiosare un brano dall’andamento imprevedibile. Se tutta la scaletta fosse di questo livello potremmo parlare di capolavoro; inevitabilmente, però, il tiro si abbassa un poco, anche se Combs riesce comunque a mantenere un buon livello di scrittura, dosando il miele delle ballate e giocandosi parecchie carte con arrangiamenti che fanno densità ma non soffocano mail il respiro melodico della narrazione. Se molte sono le canzoni che parlano di sentimenti, Combs riesce tuttavia a evitare l’infausto connubio cuore-amore, preferendo invece esplorare il lato più oscuro delle relazioni affettive, esibendo un’estetica romantica in cui prevalgono malinconia e sofferenza. Ecco, dunque, l’amore non corrisposto in Hazel (“Oh Hazel, I dream each night about your love”), il triste lamento per una storia finita male in Lauralee (“the bed that you once shared with me, lies there like my enemy”), tema questo che ritorna anche nella già citata What It Means To You (“It was good the first time, but all good things must end”). Tre episodi che si muovono ai confini del melò, in cui però il songwriter texano diluisce l’eccesso di teatralità nel timbro colloquiale e sincero del suo cantato. Se le pene d’amore e il modulo della ballata rappresentano il nucleo centrale della scaletta, Combs non si dimentica di gettare anche un sguardo critico alle politiche sociali della presidenza Trump nel beat insistente e nella chitarra strangolata di Bourgeios King (“We’ll build a wall to block the enemy, build a wall to keep us free”), di omaggiare gli eroi della stagione West Coast in Better Day e di emulare Kurt Cobain nella riuscita Blood Hunters. Un disco, Canyons Of My Mind, che conferma il talento musicale e vocale di un artista che sa coinvolgere a livello emotivo e a cui manca davvero poco per entrare a far parte nel novero dei più interessanti songwriters della sua generazione. Per il definitivo salto di qualità chiedere a Sturgill Simpson e Parker Millsap.

VOTO: 7





Blackswan, 26/04/2017

martedì 25 aprile 2017

LE NOSTRE ANIME DI NOTTE - KENT HARUF



È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me?
Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.
Dopo la Trilogia della Pianura, Le nostre anime di notte è il sigillo perfetto all’opera di Kent Haruf, uno dei più grandi interpreti della letteratura americana contemporanea.

Le Nostre Anime Di Notte è l’ultima opera di Kent Haruf, scritta dal romanziere americano poco prima di morire. E’ un romanzo breve ed è imperfetto e, soprattutto, come scrive nella postfazione Fabio Cremonesi, colui che ha tradotto magnificamente il libro per NN Editore, è attraversato da “un senso d’urgenza”. L’urgenza di chi ha ancora tante cose da dire e poco tempo a disposizione, l’urgenza di chi, per raggiungere il proprio scopo, subordina la precisione della scrittura alla sostanza dei contenuti. Ha fretta, Kent Haruf, e lo si capisce; ma non pasticcia, semmai asciuga ulteriormente quel suo stile tanto disadorno e diretto da indurre spesso paragoni, non campati in aria, con Ernest Hemingway. Non è, però, solo l’urgenza a segnare le pagine di Le Nostre Anime Di Notte. La morte che incombe porta con sé anche il rimpianto, lo sguardo rivolto al passato e a tutte quelle cose che non sono state fatte, lo sguardo rivolto al futuro e a tutte quelle cose che non potranno più essere fatte. Eppure, Haruf non si rammarica né si piange addosso: la nostalgia per le occasioni mancate diventa anche l’abbrivio per raccontare la speranza, per spingere il lettore a guardarsi allo specchio, analizzare la propria vita e ribellarsi a un destino già scritto. La chiave è il delicato racconto di un amore senile e di quattro solitudini che si incontrano e che trasformano un percorso segnato dal dolore e dalla monotonia in un’inaspettata corale di felicità. Louis, Addie, Jaime e il cane Bonny si ritrovano quasi per caso a formare una famiglia, quella famiglia che per tutti e quattro la vita ha trasformato in un coagulo di insoddisfazione, sofferenza, frustrazione e rassegnazione. Haruf ci suggerisce, attraverso la sua prosa minimale, che non bisogna dare nulla per scontato e che fino all’ultimo giorno dobbiamo avere la forza di scontrarci con il moralismo e le convenzioni sociali, per poterci così realizzare come esseri umani. L’umanità che tratteggia il romanziere di Pueblo è, infatti, immobilizzata dai paludamenti dell’ipocrisia: i cittadini di Holt, dietro un paravento di rispettabilità e ordinarietà, nascondono storie di fallimenti e di rimorsi, sono anime incredibilmente infelici, anime irrequiete in un tessuto sociale all’apparenza omologato e stabile, e tormentate nel profondo da dilaceranti conflitti che avvengono (devono avvenire) solo entro le mura domestiche. In tal senso, Le Nostre Anime Di Notte è soprattutto un romanzo sul coraggio di essere liberi e sul coraggio di essere pronti a pagare il prezzo che la libertà esige. In questo piccolo libro dalle infinite implicazioni, Haruf ci racconta la semplicità della vita con parole semplici, come solo i grandi riescono a fare, trasmettendoci un messaggio di speranza che travalica le scarne pagine che compongono l’opera. Nel cuore della notte in cui è sprofondata l’umanità, due anziani si tengono per mano, i loro corpi si sfiorano, i loro respiri si intrecciano e due anime trovano la salvezza. Commovente, liberatorio, già un classico.


Blackswan, martedì 25/04/2017

lunedì 24 aprile 2017

LILLIE MAE – FOREVER AND THEN SOME (Third Man Records, 2017)



Lillie Mae arriva al suo album d’esordio avendo alle spalle già un ventennio di carriera. Lei, infatti era la cantante e la violinista dei Jipsy, band a conduzione famigliare, fondata a Galena (Illinois) nel 1994, che nel 2008 scalò le classifiche country con un album (Jipsy) capace di fondere meravigliosamente roots e pop. Notata da Jack White, venne poi da questo portata nella line up dei The Peackoks, la backing band con cui il chitarrista di Detroit registrò Lazaretto (è di Lillie la voce femminile che interpreta Temporary Ground, terza traccia dell’album). Oggi, la Mae ha deciso di mettere a frutto l’esperienza maturata in questi anni e ha finalmente portato a compimento il suo primo disco, che, guarda caso, è prodotto proprio dall’ex White Stripes ed è pubblicato dalla di lui casa discografica, la Third Man Records. Come per la sua avventura come i Jipsy, la Mae (voce, chitarra e violino) decide di portarsi in studio la famiglia: ad accompagnarla, infatti, ci sono le sorelle Scarlett (che suona il mandolino ed è co-autrice di quattro delle canzoni in scaletta) e McKenna Grace (ai cori), il fratello Frank Carter Rische, alla chitarra solista, e alcuni amici di vecchia data, Brian Zohn al basso e Tanner Jacobson alla batteria (nel disco, ci sono anche ospitate di membri dei Dead Weather, Old Crow Medicine Show e Howlin’ Brothers). Ciò che stupisce per un’esordiente che ha da sempre svolto il ruolo di comprimaria, è la solidità da veterana della scrittura, che la produzione di White esalta in una elegante commistione di generi (country, rock, pop, rockabilly, bluegrass), levigata in oltre un anno di lavorazione. Se la voce della Mae e alcuni episodi in scaletta (Honky Tonks & Taverns su tutte) possono far tornare alla mente Emmylou Harris, nel complesso il disco vive di luce propria grazie a uno stile già ben identificabile. L’opener Over the Hills and Through the Woods fonde swamp rock e country con un retrogusto anni ’90, che fa pensare a una versione morbida delle 4 Non Bondes. Il primo singolo, Wash Me Clean, possiede un tiro pazzesco e l’irresistibile melodia nasconde un retroterra che profuma di Appalachi. L’allegrezza meditabonda di Honest & True, il passo sbilenco della conclusiva Dance To The Beat of My Own Drum, piccolo miracolo in cui convivono ritmica tribale, bluegrass, pop e soul, e le volute sottili degli arpeggi in cui evapora il country della title track sono gli high lights di un disco che regala agli appassionati di Americana una nuova stella. Lillie Mae è uscita dal gruppo e si prende, finalmente, tutte le luci della ribalta e un meritato plauso.

VOTO: 7





Blackswan, lunedì 24/04/2017