giovedì 25 maggio 2017

CRAIG FINN – WE ALL WANT THE SAME THINGS (Partisan Records, 2017)



Messi in naftalina i suoi Hold Steady, il cui ultimo full lenght risale al 2014, Craig Finn sembra aver dato un’accelerata alla propria carriera solistica, sfornando il suo terzo album, che è anche il secondo negli ultimi due anni. Stiano tranquilli i fans della band originaria di Brooklyn: in attesa che gli Steady tornino in sala di registrazione, possono tranquillamente consolarsi con We All Want The Same Things, seguito superlativo del già ottimo Faith In The Future (2015). Finn dimostra per l’ennesima volta di sapersi muovere con abilità anche fuori dalle pareti della casa madre, sfoggiando un songwriting, il cui tratto obliquo e mai prevedibile, cesella dieci canzoni di rock urbano, classico nelle fondamenta, ma capace di intuizioni che lo portano lontano dalla consueta narrazione. E’ un disco umorale, We All Want The Same Things, in bilico fra le malinconie metropolitane rese meravigliosamente dalla foto di copertina, ma anche attraversato da un’energia rock che trasfigura, mitigandolo, il contenuto di liriche incentrate su relazioni affettive fondate sull’opportunismo, destinate al fallimento o incapaci di colmare il male di vivere. L’iniziale Jester & June è un gioiello compositivo di imprevedibilità, una canzone che trova la sua forza emotiva nei continui cambi di registro: un sax moribondo ad aprire le danze, la voce di Finn che sputa le parole, una a una, accordi di chitarra in minore, un drumming in mid tempo sgranato e un assolo folgorante effettato wah-wah. Una canzone che di primo acchito lascia interdetti, e che poi cresce, ascolto dopo ascolto, conquistandoci con i suoi sottintesi melodici e l’originalità dell’arrangiamento. La successiva Preludes aggancia l’ascoltatore con una tastierina lo-fi su cui si sviluppa una melodia semplice, ma irresistibile. Il beat di Ninety Bucks gira dalle parti di Willie Nile e colpisce nel segno con un icastico ritornello (Nathan, you’re my only friend) che suggella una storia d’amicizia. Il cuore del disco, God In Chicago, interrompe il filo del discorso, costruendo, attraverso poche note di pianoforte, un piccolo romanzo in musica, in cui lo spoken word di Finn ricorda la propria adolescenza vissuta a St. Paul (Minnesota), città dove il nostro è cresciuto. La liquida tristezza di Be Honest, ballata in chiave springsteeniana, chiude un disco non immediato, curato negli arrangiamenti, figlio di una ricerca melodica che si sviluppa lontano dall’ovvio, il cui valore aggiunto sono le liriche di Finn, sensibile storyteller di amori e amicizie, di nostalgici ricordi e crudele realtà, di uomini e donne che lottano, che perdono e si perdono. Cuffie sulle orecchie, booklet alla mano, un po' di pazienza e We All Want The Same Things saprà conquistarvi definitivamente. Perché in fin dei conti, tutti vogliamo le stesse cose: buona musica e parole sincere che tocchino il cuore.

VOTO: 7,5





Blackswan, giovedì 25/05/2017

mercoledì 24 maggio 2017

CANZONI






I The National hanno annunciato l’uscita del loro prossimo album. Il disco si intitolerà Sleep Well Beast, e vedrà la luce via 4AD l’8 di settembre. L’annuncio è stato accompagnato dalla pubblicazione del primo singolo, già da qualche giorno in rete. La canzone, che s’intitola The System Only Dreams In Total Darkness, segna un ritorno al sound dei primi dischi ed è accompagnata da un video girato dal software designer Casey Reas. La band capitana da Matt Berninger ha anche annunciato le date dell'imminente tour mondiale che, purtroppo, non toccherà l’Italia.





Blackswan, mercoledì 24/05/2017

martedì 23 maggio 2017

AT THE DRIVE – IN – in.ter a.li.a (Rise, 2017)



I grandi amori non si scordano mai, su questo non ci sono dubbi, e a volte, per i più fortunati, tornano pure. E’ questo che devono aver pensato tutti i fans, compreso chi scrive, degli At The Drive-In, mitica band di post hardcore originaria di El Paso, scioltasi nel 2000, proprio quando l’uscita di Relationship Of Command stava dando loro una visibilità mediatica mai avuta prima. Per rivederli all’opera sulla lunga distanza di un full lenght, ci sono voluti ben diciassette anni di attesa e due reunion (2012 e 2016), l’ultima delle quali ha dato il via al presente progetto e ha sancito in modo definitivo la chiusura di ogni rapporto con Jim Ward, storico chitarrista in perenne rotta di collisione con il resto della band. Archiviata l’esperienza Mars Volta e acquisito alla causa un nuovo chitarrista (Keeley Davis, proveniente dagli Sparta), Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-Lopez hanno rispolverato il vecchio marchio di fabbrica, assemblando nuovo materiale per un disco che metterà d’accordo sia gli adepti della prima ora che i nuovi fans. In.ter a.li.a, infatti, non è solo l’atteso ritorno sulle scene di una delle band più eccitanti del movimento post hardcore, ma soprattutto è un disco di qualità, composto da dieci canzoni arrembanti e una ballata psichedelica (Ghost Tape No.9), la cui elettricità sgranata rappresenta uno degli highlight di un songwriting che sembra non aver perso un grammo dell’antico smalto. Il consueto armamentario di canzoni tirate usque ad finem è rimasto intatto, ma la band sembra aver anche acquisito altre frecce al proprio arco: l’esuberanza vocale di Zavala è più trattenuta e modulata, la sezione ritmica (Paul Hinojos al basso e Tony Hajjar alla batteria) è più feroce che mai, e se un tempo l’ingombrante presenza di Ward era solita tiranneggiare la scena, oggi le due chitarre (Rodriguez-Lopez e Davis) sono assolutamente perfette nell’intrecciare rasoiate hardcore, rapidi ricami melodici e schizofreniche pennate. La lucida produzione di Rich Costey è il valore aggiunto di un disco coeso e potentissimo, che forse non raggiungerà i vertici dello straordinario Relationship Of Command, ma che esprime tutta la maturità di una band pronta ad affrontare una seconda, altrettanto gagliarda, giovinezza. Sempre con il coltello fra i denti.

VOTO: 7,5





Blackswan, martedì 23/05/2017