venerdì 21 luglio 2017

RIPS – RIPS (Faux Discx, 2017)



Per la serie ragazzini alternativi in rampa di lancio ecco arrivare l’omonimo album d’esordio dei newyorchesi Rips, sono in quattro, Dan (ch, vc), Bono (ch, vc), Gary (bs) e Henry (bt), incidono per l’etichetta inglese Faux Discx e li produce Austin Brown dei Parquet Courts. Poche altre notizie disponibili, se non che si son fatti le ossa nei club di Brooklyn fin dal 2013 arrivando, in tempi più recenti, ad aprire i concerti di band già affermate come Terry Malts e i già citati Parquet Courts. Tutto il resto da sapere è racchiuso nelle undici tracce di questo splendido full-lenght. Subito si viene investiti dal suono aspro e furente delle due chitarre, dagli interplay vocali, dall’agile quanto implacabile sezione ritmica. Pochi dubbi sulle lezioni di storia preferite dal quartetto: Television, Feelies, Sonic Youth, il meglio del Post/Punk chitarristico della New York dei ’70 e degli ’80 mandato a memoria per preservarne e perpetrarne lo spirito. Fondamentale a questo proposito il ruolo di Austin Brown dietro al banco regia, il classico prof figo che sostiene la crescita dei suoi talentuosi allievi incoraggiando e regalando loro preziosi consigli su come aggiornare un background sonoro altrimenti in odor di stantio: ok i poster in cameretta di Verlaine e Kim Gordon, ok la collezioni di dischi di mamma e papà, lavoriamo però su uno stile personale che elimini o quantomeno affievolisca l’effetto old school. I Rips sono bravi e disciplinati, ascoltano e fanno tesoro, il risultato va oltre ogni aspettativa, canzoni tutte ben congegnate che sanno di nuovo e fresco anche in ottica 2017. 




Il punto di forza del disco è il continuo mutare di umori e tonalità, la magnifica tensione dell’iniziale Losing II (uno dei pezzi più stuzzicanti ascoltati quest’anno) viene velocemente stemperata dalle atmosfere solari e rilassate di Malibu Entropy, in Break invece calpestano le orme dello stile Parquet Courts come anche nella fascinosa Save Room, quasi degli omaggi al loro produttore e, di risulta, al R’n’R perverso e decadente dei primi Velvet. Proseguendo nell’ascolto Dan e compagni colpiscono ancora nel segno tra momenti carichi di frenesia ritmica (l’esplosiva No More, le accelerazioni di Spell) ed altri in cui danno prova di grande compostezza compositiva (le ballate elettriche Vs e la strappacuore Psychis, vertice emotivo dell’album). In definitiva, Rips è un album ribelle e romantico al contempo, in cui non ci si vergogna di volgere lo sguardo al passato per provare a fare la differenza nel confuso panorama musicale del presente. Non resta che augurare il meglio ai Rips, hanno vent’anni e tutta una vita davanti per continuare a picchiar duro sui loro strumenti. 





Porter Stout, venerdì 21/07/2017

giovedì 20 luglio 2017

BANDITOS – VISIONLAND (Bloodshot Records, 2017)



Se è vero che il secondo disco è il più difficile nella carriera di un’artista, i Banditos hanno voluto evitare ogni rischio e sono andati sul sicuro. Visioland, sophomore della band originaria di Nashville, è, infatti, più o meno la copia carbone del fortunato esordio del 2015, pubblicato sempre per la Bloodshot Records, una delle etichette statunitensi più attive e interessanti del momento. Niente di nuovo sul fronte occidentale, dunque, ma la consueta miscela che pesca dal southern anni ’70 e dal sound Muscle Shoals, riletti in chiave psichedelica e speziati con una spolverata di garage. Se si può trovare qualche differenza fra i due lavori, questa sta eventualmente solo nella diversa proporzione degli ingredienti: se il disco d’esordio, infatti, suonava leggermente più rock, in Visionland prevale il gusto per la ballata soul. Niente di tanto eclatante, però, da cambiare le carte in tavola che, come si diceva, restano sostanzialmente le stesse. Il disco parte alla grande con Fine Fine Day, brano swamp rock alla Lynyrd Skynyrd, attraversato da un’attitudine garage e con le chitarre aizzate in un finale veemente. E’ però un episodio quasi a sé stante: la successiva Strange Heart, introdotta e sostenuta da un bel drive di basso, sposta, invece, l’accento verso il soul e vede protagonista la bella voce di Mary Beth Richardson, che insieme al banjo di Stephen Alan Pierce, è l’elemento maggiormente identificativo del sound della band. Grande prova, e un’interpretazione che richiama alla memoria Janis Joplin, per quanto, in altri frangenti, la Richardson sembra aver mandato a memoria più lo stile di Bonnie Bramlett. Se Lonely Boy è un country pop dal sapore vintage, che combina una melodia garage anni ’60 a un’attitudine country elusiva e sottotraccia, la title track imbocca decisamente la strada della psichedelia, mentre Fun All Night fa emergere l’anima blues della band e la conclusiva e rockeggiante DDT, col banjo a tessere le fila e un inaspettato cambio tempo a metà brano, testimonia, invece, di una raggiunta maturità a livello compositivo. Un disco ben fatto, dunque, con cui i Banditos cristallizzano definitivamente un suono, ma che, a dire il vero, manca di quelle grandi canzoni che consentirebbero al gruppo il definitivo salto di qualità. Un album di mantenimento, verrebbe da dire, che, se da un lato garantisce alla band i medesimi standard dell’esordio, dall’altro non sembra sviluppare adeguatamente quello che pare essere un grande potenziale, al momento parzialmente inespresso.

VOTO: 6,5 





Blackswan, giovedì 20/07/2017 

mercoledì 19 luglio 2017

SAM BAKER – LAND OF DOUBT (Indipendent, 2017)



Lontano dai tracciati dei radar che contano, il texano Sam Baker si è costruito in tredici anni di carriera la fama di artista “difficile”, incapace di scendere a compromessi con lo star system o di piegarsi alle mode del momento. La sua idea di country, termine mai come in questo caso assai riduttivo, ha prodotto dischi affrancati dagli stereotipi di genere, nei quali, pur mettendo in luce le proprie radici texane e la conoscenza filologica della materia (Townes Van Zandt, Guy Clark), ha di volta in volta spostato gli accenti della declinazione, utilizzando diverse modalità espressive e rendendo inscindibile l’elemento compositivo da quello relativo alle liriche, romanzesche o poetiche, ma sempre capaci di arrivare al nocciolo della questione. Il suo Say Grace del 2013 gli fece acquisire per la prima volta e un’estemporanea visibilità, dal momento che addirittura Rolling Stone USA inserì quel disco nella lista dei dieci migliori dischi country dell’anno. Questo nuovo Land Of Doubt potrebbe allora rappresentare il così detto disco della svolta, quella consacrazione, cioè, che uno degli artisti più interessanti dell’attuale panorama texano merita per la qualità del lavoro svolto finora. Difficile, ovviamente, che questo disco possa entrare in qualche classifica di vendita, ma un importante e definitivo riconoscimento da parte della critica è a dir poco doveroso. Siamo, infatti, di fronte a un songwriting intenso ed evocativo, che parte dalle basi dell’americana, arricchendola però di melodie sghembe, soundscapes cinematografici, arrangiamenti inconsueti che vibrano sulle note della tromba jazz di Dan Mitchell o avvolgono nei serici archi di David Henry e Eamon McLoughlin. Una musica che ricorda da vicino quella di Vic Chesnutt e Mica P. Hinson, altri due magnifici perdenti che, al pari di Baker, hanno creato un immaginario di canzoni malinconiche e dall’incedere obliquo, in cui le esitazioni, i vuoti, gli angoli cechi diventano il centro espressivo di una scrittura tanto colloquiale quanto languida. Non un disco immediato o di facilissima assimilazione, ma un flusso di suggestioni che, lento e inesorabile, canzone dopo canzone, saprà toccarvi il cuore.

VOTO: 8





Blackswan, mercoledì 19/07/2017