venerdì 18 agosto 2017

KENNY WAYNE SHEPHERD BAND– LAY IT ON DOWN (Provogue, 2017)



Il marchio KWS è da anni garanzia di qualità. Lo sanno bene tutti gli appassionati di rock blues, che in questo quarantenne originario di Shreveport (Lousiana) hanno trovato uno dei chitarristi migliori della sua generazione (quella di cui fanno parte anche Joe Bonamassa e John Mayer, per intenderci). Una carriera iniziata nel lontano 1995, quando appena diciottenne diede alle stampe Ledbetter Heights e consacrata definitivamente nel 2010 con un superbo disco dal vivo (Live!In Chicago) che gli valse una nomination ai Grammy e una discreta visibilità anche fuori dai circuiti squisitamente blues. Circuiti che, peraltro, hanno sempre certificato la bravura del biondo chitarrista, spingendo quasi tutti i suoi dischi nelle prime piazze delle classifiche di genere. Lay It On Down esce a distanza di tre anni dal celebrato (e bellissimo) Goin’ Home, disco nato dal desiderio di omaggiare i grandi del blues, quegli eroi, cioè, di un tempo antico, le cui canzoni, oltre che patrimonio del popolo americano, hanno contribuito alla formazione musicale del chitarrista di Shreveport (in scaletta c’erano canzoni di Muddy Waters, Albert King, Freddie King, B.B. King, Willie Dixon, Stevie Ray Vaughn, Bo Diddley). Il nuovo album, invece, risulta molto meno radicato: è sempre il blues a farla da padrona, ma Shepherd evita l’esposizione in purezza imboccando strade diverse, che portano al rock, al suono radiofonico e al country. Ad accompagnarlo nell’avventura, oltre alla sezione ritmica dei The Rides (supergruppo di cui Kenny fa parte insieme a Stephen Stills e Barry Goldberg) con Chris Layton alla batteria e Kevin McCormick al basso, ci sono anche Jimmy McGorman alle tastiere e i sodali di sempre, il cantante Noah Hunt e il produttore Marshall Altman. Il disco inizia con un Baby Got Gone, potente rock blues dalla confezione mainstream, nobilitato da uno straordinario assolo di Kenny. Un buon pezzo, anche se niente di memorabile. Molto meglio la funkeggiante Diamonds & Gold, illuminata da un rotondo arrangiamento d’archi. Nothing But The Night insegue nuovamente la strada del passaggio radiofonico: non dispiace ma risulta sostanzialmente innocua. La title track è una ballata di americana che segna il passaggio di Kenny all’acustica e scivola via piacevole, ma senza grandi sussulti. Il disco inizia a decollare con lo shuffle di She’s SSS, brano che rientra nelle corde del miglior Shepherd e con il country gospel di Hard Lessons Learned, canzone fluida e malinconica che riporta il livello di scrittura ai consueti standard. Il botto arriva con Down For Love, tiratissimo swing texano che gira dalle parti di Stevie Ray Vaughan e che ci regala il meglio della chitarra di Kenny, finalmente sbrigliata in un assolo infuocato. Ottime anche How Long Can You, r’n’b ad alto contenuto energetico, e Lousiana Rain, acustica e struggente. Chiudono Ride Of Your Life, gagliardo hard rock blues tagliato con l’accetta e la versione acustica della title track, che non aggiunge niente a un disco buono, ma non eccellente. Insomma, quando Shepherd fa il suo e declina il blues in tutti gli accenti conosciuti, sfodera grandi dischi; quando, invece, butta un occhio alle classifiche, lecca il suono e cerca la strada del mainstream, finisce per tarpare le ali al suo immenso talento. In Lay It On Down ci sono entrambe le facce della medaglia: il che ci spinge a concedere un’abbondante sufficienza ma non a spendere quegli elogi che in altre occasioni (Live! In Chicago, Goin’ Home, How I Go) non avevamo lesinato.

VOTO: 6,5





Blackswan, venerdì 18/08/2017

giovedì 17 agosto 2017

WHISKEY SHIVERS – SOME PART OF SOMETHING (Clean Bill Music, 2017)



Bobby Fitzgerald (voce e violino), Andrew VanVoorhees (basso e cori), James Gwyn (washboards), Jeff “Horti” Hortillosa (voce e chitarra) e James Bookert (banjo): questi cinque simpatici cialtroni altro non sono che i Whiskey Shivers, una delle proposte più interessanti (ed estreme) in ambito roots music. Loro arrivano da Austin (Texas) e sono insieme dal 2009, data dalla quale hanno iniziato a masticare la loro versione politically incorrect del genere bluegrass. Hanno già all’attivo un paio di album (Rampa Head del 2012 e l’omonimo Whiskey Shivers del 2014), che hanno fatto molto parlare la stampa specializzata, perché questa band, non ci vuole molto a capirlo, è composta da gente completamente fuori di testa. Tanto che la critica per cercare di inquadrare la loro proposta ha coniato il termine di trashgrass. Un nome, un programma. Una breve occhiata al loro sito e un rapido ascolto di questo ultimo, divertentissimo, Some Part Of Something chiarirà velocemente le idee: i Whiskey Shivers sono sboccati (nella loro pagina vi salutano con un bella foto di culi al vento), provocatori (tra il merchandising troverete la maglietta per donne incinta “whiskey fucking shivers”), sboccati (in scaletta un brano, niente male peraltro, intitolato Fuck You, che suggerisce testi un filo sopra le righe), irriverenti (la loro cover di Friday I’m In Love dei Cure è uno sberleffo ai canoni tradizionali del pop) e beffardi (il video del singolo Cluck Ol’En sfotte il genere horror e ha un finale spassosissimo). Di texano, a parte la provenienza, i Whiskey Shivers non hanno proprio nulla: Some Part Of Something fonde il classico suono degli Appalachi e la cultura musicale dell’America più rurale con un’urticante attitudine punk e una travolgente energia da rock’n’roll band. Tanto per capirci, brani come No Pity In The Rose City, Reckless, la citata Friday I’m In Love o Angelina Baker sembrano suonati da degli Avett Brothers strafatti di anfetamine. A prescindere, tuttavia, dal dato meramente goliardico, quel che conta, alla fine, è che i Whiskey Shivers sono musicisti tecnicamente sopraffini, che si approcciano con filologico rispetto al suono bluegrass (usano anche la washboard) e che suonano a una velocità supersonica senza mangiarsi una nota. Perfetti per una serata all’ultima pinta.

VOTO: 7





Blackswan, giovedì 17/08/2017

mercoledì 16 agosto 2017

PAUL HEATON & JACQUI ABBOTT – CROOKED CALYPSO (Virgin, 2017)

Fin dai tempi degli Housemartins  e, successivamente, a capo dei Beautiful South, Paul Heaton ha sempre avuto l’indiscutibile merito di riuscire a dire cose importanti con leggerezza, di lanciare uno sguardo ironico sulla società inglese, di raccontarne le diseguaglianze, di mettere alla berlina le politiche economiche, senza tuttavia mai venir meno al suo credo pop, senza farsi prendere la mano dal melodramma o dallo slogan barricadero. Heaton ha sempre preferito lanciare ganci melodici irresistibili, spingere la gente verso il dancefloor e far riflettere ballando. Peculiarità, questa che ritorna anche in Crooked Calypso, terzo disco in condominio con la compagna d’avventura nei Beautiful South, Jacqui Abbott, dopo i fortunati What Have We Become? (disco d’oro nel 2014) e Windom, Laughter And Lines (volato alla quarta piazza delle charts inglesi nel 2015). In scaletta, infatti, non mancano temi importanti: The Lord Is A White Con, ad esempio, punta il dito sulle politiche che diffondono discriminazioni razziali, mentre People Like Us si sofferma sulle disparità sociali fra ricchi e poveri e The Fat Man riflette sulla piaga dell’obesità nel mondo occidentale. Eppure, nonostante il taglio impegnato delle liriche, il disco è uno straordinario abbecedario del pop, attraverso il quale Heaton e la Abbott rileggono, divertendo e divertendosi, generi fra loro disparati, servendosi anche di un armamentario di archi e di fiati. I Gotta Praise è un singolo perfetto, un frizzante pop soul alla Beautiful South, con un ritornello estivo così catchy, che vi ritroverete a canticchiarlo sotto l’ombrellone fin dal primo ascolto. He Wants To e People Like Us, sono due disco music numbers che guardano direttamente agli anni ’70, la prima nella direzione degli Abba, la seconda in quella dei Kool & The Gang. Blackwater Bank, invece, pesca dal mazzo la carta del folk celtico (qualcuno ha detto Pogues e Fairytale Of New York?), rileggendolo, ovviamente, attraverso un una morbida filigrana pop. E se non vi basta, Heaton rimastica il rockabilly nel rallenty di Love Makes You Happy e scherza con il limbo nell’impalpabile delicatezza della filastrocca Silence Is. Crooked Calypso, in definitiva, non tradirà le aspettative di coloro che hanno amato e seguito Heaton fin dai tempi di London 0 Hall 4, perché vi ritroveranno quella verve compositiva che sembra inesauribile e che riesce ancora toccare il cuore (e il cervello) dell’ascoltatore, con la semplicità di un sorriso e di un passo di danza. Dote più unica che rara.

VOTO: 7





Blackswan, mercoledì 16/08/2017

lunedì 14 agosto 2017

NICOLE ATKINS – GOODNIGHT RHONDA LEE (Single Lock Records, 2017)



Sono passati tre anni da Slow Phaser (2014) e la vita per Nicole Atkins ha preso una svolta decisiva. Uscita da una forte dipendenza dall'alcool, Nicole ha lasciato il New Jersey, dove era tornata dopo anni di girovagare, e si e' trasferita a Nashville, dove ha ritrovato la tranquillita' necessaria per dare vita a una seconda fase della sua vita, artistica e non. E' qui che e' nata l'idea per Goodnight Rhonda Lee (un titolo che mette a dormire l'ultimo oscuro capitolo della sua vita), disco realizzato con la complicita' e il supporto di Chris Isaak e registrato poi negli studi Niles City Sound di Fort Worth, Texas. La ragazza di Asbury Park aveva bisogno di ripartire e di farlo col piede giusto, tornando alla radice dei suoi gusti, guardando (con affetto) a quella musica che, giovanissima, la fece innamorare, chiedo venia per il giro di parole, della musica. Goodnight Rhonda Lee non e' solo un ritorno in grande stile ma, e' fuori di dubbio, suona come il miglior disco di Nicole in assoluto. In queste undici canzoni confluisce l'amore (rectius: venerazione) per il lume tutelare Roy Orbison (A Little Crazy, la title track), la capacita' di maneggiare il piu' classico funky soul con arrangiamenti tanto originali da far pensare a Laura Nyro (Darkness Falls So Quiet, Listen Up), di metterci il cuore in mano con ballate al caramello (Colors), di scivolare leggera sul velluto jazzy di torch songs sussurrate nel cuore della notte (A Night Of Serious Drinking), di distillare gocce di autentica gioia con le pallettes glamour dell'irresistibile groove di Sleepwalking. Goodnight Rhonda Lee e' un disco lontano da ogni definizione, non collocabile geograficamente (e' America, certo, ma potrebbe essere California, New York, Memphis o, perche' no, Texas) o temporalmente (dagli anni '60 a oggi, scegliete voi l'anno di pubblicazione). Poco importa: quel che conta e' che questo splendido album entrera' nei vostri cuori e ci restera' per lungo tempo, facendovi ringraziare Dio o il fato di aver messo Nicole Atkins sulla vostra strada. Buongiorno Nicole, buonanotte Rhonda Lee.

VOTO: 8





Blackswan, lunedì 14/08/2017