Pagine

giovedì 26 febbraio 2026

U2 - Days Of Ash EP (Island, 2026)

 


Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia”.

 

Queste parole di Antonio Gramsci hanno più di cento anni, ma mai come oggi suonano attuali, necessarie. Occorre schierarsi, prendere posizione, combattere per le proprie idee. Un invito che vale per tutti e, a maggior ragione, per coloro, artisti, musicisti, letterati, divi del cinema e della TV, che hanno una posizione sociale di rilievo, quel megafono, cioè, che amplifica, soprattutto in questo mondo social, ogni concetto veicolato.

Una premessa, questa, che vale anche quale anche spunto di riflessione, per introdurre la recensione di Days of Ash, nuovissimo EP pubblicato dagli U2 lo scorso 18 febbraio, attraverso il quale, la band irlandese sale sulle barricate, come non faceva da tempo, affrontando urgenti temi politici che riguardano i giorni oscuri che stiamo vivendo. Attraverso cinque canzoni e una poesia musicata, la band punta il focus della narrazione su Minneapolis, Iran, Cisgiordania, Israele e Ucraina, definendo i brani «sei cartoline da un presente che non vorremmo vivere».

Ispirati, probabilmente, da quei musicisti che la faccia ce l’hanno già messa, senza timore di schierarsi per la pace e la non violenza, criticando aspramente Trump e il governo israeliano (Bruce Springsteen, Roger Waters, Billy Bragg, etc.), anche Bono e soci, più volte criticati per le loro tiepide, se non insussistenti critiche al genocidio perpetrato a Gaza, scendono in campo con coraggio e dicono la loro, attraverso venticinque minuti di musica che, a dispetto di loro pubblicazioni più recenti, sembra aver ritrovato un’antica magia.

Niente di travolgente, ma sicuramente un dischetto che ci restituisce una band in palla e con le idee chiarissime.

L’inziale "American Obituary" è una canzone rock asciutta e vibrante, il cui suono della chitarra di The Edge richiama i tempi antichi in cui la band irlandese spaccava il mondo. Il testo racconta della morte a Minneapolis di Renee Good a opera degli agenti dell’ICE, ed è diretto, appassionato, chiaro nella sua condanna di una violenza senza senso.

Renee Good, nata per morire libera
Madre americana di tre figli
Il sette di gennaio
Una pallottola per ogni figlio, vedi
Che colore ha il suo occhio
930 Minneapolis
Per profanare la felicità domestica
Tre proiettili a raffica, tre bambini baciati
Renee, terrorista di casa?
Ciò che non puoi uccidere, non può morire
L’America insorgerà
Contro i bugiardi

 

"The Tears Of Things" è una ballata oscura e drammatica, in cui si immagina il dialogo fra Michelangelo e il suo Davide in chiave pacifista e antifascista (“Mussolini venne a vedermi, un’ombra al suo fianco”): è la bellezza delle cose, la bellezza dell’arte che piange di fronte a un mondo che non smette di correre verso l’autodistruzione, mietendo vittime in nome di folli totalitarismi, appoggiati dal complice silenzio della religione.

Sei milioni di voci zittite in soli quattro anni.
Il canto silenzioso della Cristianità,
così forte che tutti lo sentono.

Prima del fragore, prima dell’esplosione,il fetore e la vergogna,
c’è un suono di urla e lamenti
che grida il tuo nome.

Sono Davide, non Golia, sono nato a Betlemme,
e non c’è un noi se non c’è un loro.

 

"Song Of The Future" è un mid tempo pop rock, in cui la band irlandese racconta, attraverso un ritornello solare e di facilissima presa, la storia di Sarina Esmailzadeh, studentessa iraniana che nel 2022 è scesa in piazza per protestare dopo l’uccisione di Jina Mahsa Amini e che a sua volta è stata picchiata a morte dalla polizia. Il testo è diretto, emozionato, il tema è quello che certi eroi solitari non sono morti invano, perché il ricordo terrà vive, per sempre, nei nostri cuori, le loro indomite azioni.

Sarina Sarina

È la canzone del futuro

Risuona nella mia mente

Devo sapere, devo trovare un modo per raggiungerla

Sta tenendo alto il cartello

Tutta sola

Tutta sola

Ma non sola

Sì, non siamo soli

Sarina Sarina

È la canzone del futuro

 

In scaletta compare "Wildpeace", una poesia firmata dall’israeliano Yehuda Amichai e recitata dall’artista nigeriana Adeola Soyemi (Les Amazones d’Afrique) su musica degli U2 e di Jacknife Lee, che ha prodotto l’EP. Sono versi duri, che fotografano un mondo in cui la violenza e la morte sono ormai il pane quotidiano anche dell’infanzia (“E mio figlio gioca con una pistola giocattolo che sa Come aprire e chiudere gli occhi e dire Mamma”), ma che trovano nel finale un auspicio di pace e di speranza:” Lascia che arrivi, come i fiori selvatici, all'improvviso, perché il campo deve averla: pace selvaggia”.

"One Life At A Time" è un’altra grande canzone, una ballata tesa e drammatica, le cui note risuonano malinconicissime mentre Bono canta di Awdah Hathaleen, attivista palestinese e consulente del documentario No Other Land, ucciso nel suo villaggio in Cisgiordania, il luglio scorso, da un colono israeliano. 

Un cuore che ascolta è una mente che cresce

Il tempo non passa, aspetta fermo

Finché non ti incontra faccia a faccia

Un luogo di pace non è mai fermo

La fede per arrampicarsi su ogni collina 

 

Chiude la scaletta "Yours Eternally", la canzone più pop del lotto, in cui Bono e The Edge vengono affiancati dal musicista e soldato ucraino Taras Topolia, oltre che da Ed Sheeran, che dopo l’invasione russa ha messo in contatto gli U2 con l’artista ucraino e la sua band che si chiama Antytila. La canzone è stata scritta sotto forma di lettera di un soldato ai propri cari: 

Non dormire

Non pensarci nemmeno

Non c'è bisogno

Forse un po'

Sogna ancora

Di svegliarti libero

Come possiamo essere

Dimentica

Qualunque cosa non vada bene

Rimpiangi

Non rimpiangere nulla

Non scommettere

Di liberarti di me

Eternamente tuo 

 

E’ con questo messaggio di speranza che si chiude il lavoro di una band a cui, una ritrovata passione politica, sembra aver fatto un gran bene. Non c’è nulla di sconvolgente in queste canzoni, ma sono finalmente veraci, dirette, traboccanti di sincera passione. Perché schierarsi, lo ribadiamo, non solo fa bene all’arte, infiamma il cuore, pulsa nuovo sangue nelle vene ma, soprattutto, possiede il potere di stimolare le coscienze, aprire gli occhi di chi non vuole vedere e le orecchie di chi non vuole ascoltare, strattonare il dormiente, convincere lo stolto.

Come Springsteen, gli U2 hanno il merito di coagulare intorno alla loro musica una nuova resistenza che, se troverà sempre nuove voci disposte a una lotta di pace e d’intelletto, forse, dico forse, avrà finalmente la forza di cambiare il mondo.

Voto: 8

Genere: Pop, Rock

 


 

 

Blackswan, giovedì 26/02/2026

martedì 24 febbraio 2026

Home - Edward Sharpe & The Magnetic Zeros (Vagrant, 2009)

 


Edward Sharpe & the Magnetic Zeros sono stati per una decina d’anni una delle band che, fuori tempo massimo, ha incarnato alla perfezione lo spirito hippy. Quattro gli album pubblicati, ma una sola canzone degna di nota, che non fu mai un successo commerciale, ma che ebbe grande e duratura eco anche in Italia, in quanto sigla della pubblicità di un noto marchio automobilistico.

La canzone in questione si intitola "Home" e fu scritta dai cantanti degli Edward Sharpe & the Magnetic Zeros, Alex Ebert e Jade Castrinos, che all'epoca, era il 2009, erano una coppia. Il brano venne concepito un pomeriggio in cui i due si stavano divertendo all'Elysian Park di Los Angeles. Quando rincorrendosi, lei perse le scarpe, lui la portò in spalla fino a casa. La scena sembrava il montaggio di una commedia romantica e, euforici d'amore, giunti al loro appartamento, scrissero la canzone. Utilizzando il software Pro Tools di Ebert, misero insieme il brano in men che non si dica, scambiandosi le battute e poi cantando insieme il ritornello.

Il testo è decisamente zuccherino, eppure, grazie anche alla bella melodia, suona incredibilmente sincero:

"Ti seguirò nel parco

Attraverso la giungla, attraverso l'oscurità

Ragazza, non ho mai amato nessuno come te"

E ancora:

"Casa è ovunque io sia con te"

Peculiarità del brano è l’intro, che Ebert esegue fischiettando e che ricorda le colonne sonore di Ennio Morricone presenti in molti western, spesso interpretati da Clint Eastwood.

Edward Sharpe & the Magnetic Zeros salirono alla ribalta all'inizio del revival della musica folk americana, che includeva artisti come i Mumford & Sons e i Lumineers, e la loro "Home", che faceva parte dell’album di debutto Up From Below,  veicolò il loro sound incentrato sull'amore e sulla vita in comunità, che, per qualche tempo, li rese protagonisti di quella particolare scena statunitense.

La band, per la cronaca, prende il nome da un personaggio di un romanzo che Ebert stava scrivendo: Edward Sharpe è una figura ultraterrena, una sorta di Messia, che giunge sulla Terra per offrire l'illuminazione alle masse, ma si ritrova distratto dalle belle donne.

Ebert, cresciuto in una famiglia dell'alta borghesia, ha trascorso molto tempo alla ricerca del senso della vita, e i suoi travagli interiori, per un certo periodo, l’hanno portato a essere dipendente dall'eroina. Lentamente e a fatica, si è disintossicato, ma la sobrietà non era certo nelle sue corde, così dopo aver abbandonato la terapia di sostegno, si è dedicato ai funghi allucinogeni. Lasciata la casa paterna, ha adottato un approccio esistenziale minimalista, senza auto, carte di credito e cellulare, e ha iniziato a lavorare su Up From Below in un minuscolo appartamento. Dopo aver incontrato Jade Castrinos, che la pensava esattamente come lui, ha formato una band di dieci elementi, dedicandosi alla realizzazione di un suono folk, gioioso e solare.  

L’approccio, che era un po’ quello da falò sulla spiaggia, veniva adottato anche durante le esibizioni del brano dal vivo: la band improvvisava un ritmo mentre Ebert e Castrinos si aggiravano tra il pubblico per quella che chiamavano "l'ora delle storie". Ognuno passava il microfono a un membro del pubblico, che raccontava la sua verità. Più hippy di così, è davvero difficile.

Nel 2014, quando Jade Castrinos si lasciò con Ebert, e di conseguenza lasciò il gruppo, l’esecuzione di "Home" cambiò notevolmente dinamica. Al loro primo concerto senza di lei (l'11 maggio 2014 allo Shaky Knees Music Festival di Atlanta) Ebert cedette gran parte del brano al pubblico, invitandolo a cimentarsi nelle parti vocali che erano originariamente della Castrinos, e così fu fino allo scioglimento del gruppo, avvenuto nel 2016.

 


 

 Blackswan, martedì 24/02/2026

lunedì 23 febbraio 2026

Puscifer - Normal Isn't (Puscifer Entertainment/Alchemy Recordings/BMG, 2026)

 


Ci ricordiamo troppo spesso solo di una band iconica come i Tool, dimenticandoci, invece, di quanto multiforme ed eterogeneo sia lo slancio artistico di Maynard James Keenan. Il cantante, spinto da un febbrile afflato creativo, continua a dare forma a quella che possiamo definire una variegata ispirazione. I Tool, che restano la casa madre, sono animati dall’idea di tratteggiare in modo inusuale la materia metal e alternative rock, offrendo un suono astratto, cerebrale ed ellittico, gli A Perfect Circle cercano una strada più diretta, emotiva e fruibile, mentre i Puscifer rappresentano la voglia di libertà, di sperimentare tout court, aggirando bellamente tutti i tropi di genere per creare una materia che sia disorganica e perennemente in movimento.

Peraltro, quello che sembrava un progetto estemporaneo, nato con intenti teatrali e multimediali, è ora diventato più solido, anche da un punto di vista della continuità creativa, delle altre due entità.

Pensare ai Puscifer, è come pensare a un non luogo in cui tutto può accadere, a una musica definita più dagli spazi che la band ha lasciato aperti che da quelli che ha occupato. Continua e inafferrabile evoluzione. L'informe (o multiforme) creatura di Maynard James Keenan è una delle band più fantasiose del suo tempo, capace di estendere la sua scrittura e la sua apertura mentale agli angoli più sperimentali del rock, utilizzando definizioni vaghe per stabilire, di volta in volta, nuovi standard.

Quello che è iniziato come un progetto solista con un cast a rotazione, ha poi continuato a includere stabilmente, oltre a Keenan, anche Mat Mitchell e Carina Round, consolidando un trio che non ha fatto altro che rafforzare i propri nobili intenti, tanto che il nome stesso ha quasi trasceso i musicisti che lo hanno fondato, ergendosi a sfogo per l'inarrestabile creatività di questo trio.

Normal Isn't, il primo album in studio della band dal 2020, è una lettera cruda e poetica a noi e al mondo che circonda: c'è una rabbia ribollente e travolgente in queste canzoni che è palpabile, quasi come se i Puscifer si fossero fatti carico del peso emotivo della frustrazione repressa della società e lo avessero scatenato attraverso toni brucianti e armonie fuori dagli schemi. Un disco che normale non lo è, certo, se per normalità si intende la capacità di arrivare al grande pubblico, di usare un linguaggio comprensibile ai più, di imboccare la strada di un’espressione artistica condiscendente e malleabile. 

C’è, invece, a differenza dei precedenti lavori, un solido fil rouge, che è rappresentato dall’amore di Keenan per gli anni ’80 della dark wave e del post punk, generi amati in gioventù e, oggi, riletti per dare impeto a un’urgenza creativa (e politica) non più differibile.   

Normal Isn't è, in tal senso, un album di protesta che riflette i tempi moderni attraverso la lente di tre musicisti desiderosi di trovare un senso o una logica alle storture della società. C'è una fremente veridicità in queste canzoni che non lasciano quasi nulla all'immaginazione, prendendo di mira i politici, gli effetti della propaganda e danni che ne derivano. I Puscifer prendono posizione e non si trattengono (si pensi all’invettiva anti Trump di "Self-Evidence": “You’re an idiot, you embody every bit of it, even set a new precedent”), raccontano l’apocalisse dei nostri giorni, attraverso l’inquietante copertina e le loro audaci visioni, strumento affilato per intagliare canti di sgomento nella spessa corteccia di un rock ipnotico, sintetizzato, notturno, in cui gli unici bagliori sono luci al neon di melodie contratte e minimali, barbagli di speranza che attraversano l’oscurità esistenziale, in contrapposizione a una rabbia ben indirizzata e, perciò, tagliente ed esiziale.

Nonostante si muova in una cruda realtà, ove tutto appare freddo, decostruito, ingannevole e nocivo, la tracklist è dinamica e stimolante, per quanto animata da un’inquietudine che resta sempre padrona della scena, anche in quei momenti più “accessibili” che si avventurano in territori cari ai Depeche Mode più oscuri, come "Pendulum" o "The Quiet Parts", animata da una ritmica quadrata, chitarre psichedeliche e dall’interplay fascinoso delle voci di Keenan e della Round.

Tutto si palesa, però, all’altezza della fama della band, a partire dal cazzotto in pieno volto di "Mantastic", aggressiva e ostile come alcune cose dei primi Tool, fino all’incedere glaciale e ansiogeno dell’iniziale "Thrust", che ricorda in alcuni momenti il Peter Gabriel più oscuro e dissonante di "No Self Control" e "Intruder", o al basso ossessivo e ferale che accompagna "Bad Wolf" verso crepuscoli new wave ben tratteggiati decenni fa dagli Ultravox o, ancora, al funky della title track, risucchiato dagli inferi e rimasticato dal basso sussultante del grande Tony Levin.

Normal Isn’t è un disco dal fascino oscuro e respingente, un disco attraversato da cavi elettrici scoperti che veicolano, da un lato, un’indefettibile presa di posizione socio-politica e una critica aspra e senza compromessi, e dall’altro, la riproposizione di un suono, la cui provenienza è immediatamente riconoscibile, per quanto plasmata dalla visione libera e coraggiosa di una band, che sa rileggere le citazioni con uno stile tanto ricercato quanto minimale.

Un’esperienza d’ascolto impegnativa e non per tutti, ma che finisce per essere estremamente appagante per coloro che della normalità se ne fanno un baffo. 

Voto: 9

Genere: Post Punk, New Wave




Blackswan, lunedì 23/02/2026

giovedì 19 febbraio 2026

Textures - Genotype (Kscope, 2026)

 



La storia degli olandesi Textures nasce molto tempo fa, esattamente nel 2003, quando la band pubblicò Polaris, un esordio che fece innamorare la stampa specializzata, affascinata da quella miscela intrigante fra progressive, death e metalcore, e che li fece accostare, non a torto, a una band iconica come quella dei Meshuggah.

Poi altri tre album, segnati da svariati cambi di line up, in cui il suono si ammorbidiva, aumentando il tasso melodico, e, quindi, l’ambizioso progetto di due album tra loro concettualmente collegati, il primo dei quali, Phenotype, venne pubblicato nel 2016, prima dell’improvviso scioglimento del gruppo, per non ben specificati motivi.

Oggi, ben dieci anni dopo, esce Genotype, il secondo album di quel progetto interrotto, che vede tornare sulle scene la band con la stessa formazione del precedente (il cantante Daniël de Jongh, i chitarristi Jochem Jacobs e Bart Hennephof, il bassista Remko Tielemans e il batterista Stef Broks), ma con una scaletta riscritta completamente.

Se, sotto il profilo delle liriche, il disco affronta temi sociali, fotografando il mondo degli ultimi, dei diseredati, di coloro che mangiano il pane duro della vita, ma lottano e sopravvivono, lanciando così un messaggio positivo a tutta l’umanità, musicalmente il disco, autoprodotto dalla band e mixato meravigliosamente da Forrester Savell, suona moderno e cinematico, i sintetizzatori respirano e avvolgono, le chitarre alternano ricami melodici a momenti di furore (controllato), la sezione ritmica porta con sé sia groove che slancio narrativo, mentre la voce di Daniel de Jongh passa con naturalezza dal cantato pulito al growl, tecnica usata con sapienza per accentuare la drammaticità di alcuni passaggi cardine.

Rispetto al passato, è evidente che la band giochi maggiormente la carta della melodia e della linearità, dando maggior respiro alle composizioni ed evitando, almeno in parte, i muscoli che menano il randello e una narrazione basata sul tecnicismo (se non fosse per il superbo lavoro dietro le pelli di Stef Broks, spesso alle prese con tempi sincopati).

In tal senso, il brano strumentale d'apertura, "Void", esplicita il nuovo corso, fungendo da colonna sonora di benvenuto, creando un mix fra ouverture rock epica e suggestioni ambient.

Si entra, quindi, nel vivo della scaletta con il singolo di lancio, "At the Edge Of Winter" (con il cameo della vocalist Charlotte Wessels, ex Delain), un brano ricco di sintetizzatori e straordinari groove poliritmici, in cui il ringhio delle chitarre è mitigato dall’impianto melodico vagamente malinconico e dal riuscito interplay fra le due voci.

Con i suoi sette minuti di durata, la successiva "Measuring The Heavens" è senza dubbio il brano più ambizioso del lotto: un’introduzione ricca di synth stratificati e un andamento labirintico e pulsante, che lascia spazio, pian piano, alle chitarre e a un’esplosione finale, rabbiosa e epica.

Non deludono, poi, "Nautical Dusk" e "Vanishing Twin" costruite ancora una volta sull’alternanza tra brevi aggressioni sonore, perfetto bilanciamento fra synth e chitarre, groove incalzanti e un impianto melodico sempre più preponderante.

Piuttosto che inseguire l'escalation tecnica, "Genotype" enfatizza lo spazio, l'atmosfera e si concentra nel mettere in evidenza la scrittura delle canzoni. Che puntano prevalentemente su una combinazione di elementi che creano un format tutto sommato accessibile, come avviene in "A Seat for the Like-Minded" e nella chiusura "Walls Of The Soul", la prima che spinge su riff in tempi dispari alternati a momenti di drammatico raccoglimento emotivo, la seconda, e anche la più lunga del lotto, che si apre con un tempo sincopato e tastiere che evocano certa wave anni ’80, prima di lasciar spazio a uno dei momenti più ruvidi del disco, in cui il growl prende il sopravvento fra epica cinematografica e slanci furibondi.

Genotype è un disco senz’altro riuscito, levigato e ragionato nella produzione, e omogeneo nella sua struttura, un disco che rispetta il passato dei Textures, senza rinnegarlo, ma che finisce per imboccare la strada di una elegante prevedibilità, limando certi spigoli acuminati e, soprattutto, scegliendo di puntare prevalentemente sull’atmosfera a detrimento dell’aggressività. Un buon ritorno che, però, cambiando molte delle carte in tavola, lascia un punto di domanda per quello che sarà il prossimo futuro della band.

Voto: 7

Genere: Prog Metal 




Blackswan, giovedì 19/02/2026

martedì 17 febbraio 2026

Hallas - Panorama (Aventyr Records, 2026)

 


 

Sembra davvero sorprendente che un genere nato e legato indissolubilmente agli anni ’70, come il prog rock, continui a godere di ottima salute e abbia ancora schiere indomite di appassionati. Merito di vecchi dinosauri che non demordono, di un custode del genere come Steven Wilson, dei suoi dischi e delle sue opere di restauro, e merito anche di una schiera di nuove band che sono tornate a reinterpretare con passione quel suono antico.

E’ il caso, ad esempio, degli svedesi Hallas, che fin dalle prime note di questo nuovo Panorama, si pongono nel novero di quella che possiamo definire l’avanguardia del prog rock contemporaneo. Con questo quarto album in studio, il quintetto presenta una scaletta che consolida la propria voce distintiva nell’interpretare al materia, ma anche un’audace espansione che di questa materia sia può fare con tante idee brillanti, sperimentali, innovative.

Gli Hallas, da un certo punto di vista sono classicissimi, più reali del re, verrebbe da dire (uno sguardo alla copertina, i cui colori rimandano a Trespass dei Genesis); eppure, evitano fruste operazioni di copia incolla, miscelano i tropi del genere con audacia, accantonano il timore reverenziale verso gli anni d’oro del prog, per modernizzare, con un pizzico d’incoscienza, la proposta.

Concettualmente, il disco fotografa un paesaggio distopico vividamente immaginato, dove un eremita solitario osserva un mondo segnato dallo sfruttamento eccessivo e dall'incuria. La narrazione dell'album suggerisce una verità toccante: non importa quanto ci si ritiri dalle dinamiche della società, perché la realtà inesorabilmente continuerà a tallonarci, esigendo un nostro coinvolgimento.

Gli Hällas avvolgono questa meditazione esistenziale nel linguaggio familiare, ma in continua espansione, del prog: un'alchimia tra la grandeur deli anni '70, energici strattoni hard rock, morbido folk e sfumature psichedeliche.

Panorama si apre con la monumentale "Above the Continuum", un viaggio di ventun minuti che mette in mostra la capacità della band di mischiare le solite carte per dare vita a un organismo musicale la cui classicità è al servizio di un’espressività anomala. Dopo un'introduzione accattivante e ricca di synth, che accenna a texture elettroniche, il brano si dispiega in ricchi paesaggi prog classici: interplay fra le chitarre, lussureggianti linee di organo e Moog, e un'agile sezione ritmica navigano in intricati salti temporali, conferendo alla composizione struttura ed espansività. La voce di Tommy Alexandersson rimane dinamica e autorevole, fornendo un'impronta definitiva all'identità della band in tutto il brano.

Passaggi corali, assoli raffinati e una magistrale interazione tra gli strumenti elevano il brano a un arazzo sonoro multidimensionale. L'espansività sinfonica e la precisione tecnica coesistono senza soluzione di continuità, culminando in un finale heavy prog di intensa energia catartica.

"Face Of An Angel", pubblicata come singolo, offre un contrappunto più breve animato da una sensibilità pop e Aor immediata. Il ritornello è memorabile, mentre intricate linee di chitarra e tastiera dialogano senza sforzo nella parte centrale. La sezione ritmica guida il brano con slancio esuberante, e le linee vocali bilanciano calore, dinamismo e melodie contagiose.

Il passaggio a "The Emissary" è segnato da evocativi suoni del mare, che conducono a un brano che espande i punti di forza melodici di quello precedente, stratificando al contempo trame più intense. Ritornelli orecchiabili si intrecciano con intricati passaggi di tastiera e fioriture elettroniche, creando un paesaggio sonoro inconfondibilmente progressivo, melodico e avventuroso.

Il brano più breve, "Bestiaus", si discosta dal quanto ascoltando prima, vestendo i panni di una ballata oscura e contemplativa. La voce di Alexandersson è intrisa di pathos, completata da motivi pianistici malinconici che conferiscono al brano un peso meditabondo e introspettivo.

A chiudere, "At The Summit" che sigilla l'album con linee di chitarra arpeggiate avvolte da lussureggianti trame di tastiera. Il brano, però, si evolve velocemente in un sofisticato viaggio hard prog, caratterizzato da una sezione ritmica incalzante, voci slanciate, intricati cambi di tempo, armonie stratificate e una ricca interazione strumentale. Traendo ispirazione dall’hard rock dei primi anni '70 guidato dall'organo, ma rifratto attraverso una lente contemporanea, il brano racchiude tutta la bravura della band nel fondere classicismo epico con sensibilità moderne. Ogni frase, cambio di tempo e tessitura strumentale evidenzia l'abilità compositiva e tecnica che è diventata il marchio di fabbrica degli Hallas.

Panorama è un disco che impone svariati ascolti, che invita l'ascoltatore a immergersi completamente nei cinque brani in scaletta, più e più volte, rivelando, ogni volta, nuove sfumature e piccoli particolari che rendono la fruizione un vero e proprio viaggio attraverso un’incontenibile fantasia musicale. Ogni traccia è una testimonianza della maestria di questa band, che scolpisce nella pietra le coordinate di un’opera che riesce a infondere la grandiosità epica del prog classico con una voce profondamente personale e contemporanea.

Un'opera che conferma il talento unico di questi cinque ragazzi nel bilanciare raffinatezza tecnica, ambizione narrativa e risonanza emotiva, un risultato che non solo onora la tradizione del genere, ma lo spinge verso nuovi territori inesplorati, costruendo un suggestivo trampolino verso il futuro.

Voto: 9

Genere: Progressive Rock

 


 

 Blackswan, martedì 17/02/2026

lunedì 16 febbraio 2026

Master Of Puppets - Metallica (Music For Nations, 1986)


 

Title track e seconda traccia dal terzo album dei Metallica, pubblicato nel 1986, "Master Of Puppets", una delle canzoni più iconiche della band, tratta il tema dell’abuso di stupefacenti. Il "Padrone" dei burattini, infatti, è la droga, che controlla l’esistenza di chi ne fa uso. Questo è evidente nelle liriche, a cui a volte si è voluto anche attribuire, a parere di chi scrive ingiustamente, un significato politico:

"Sono la tua fonte di autodistruzione

Vene che pompano di paura, risucchiando la più oscura chiarezza

Guidando nella costruzione della tua morte"

E ancora: 

"Trita la tua colazione su uno specchio

Assaggiami…

Obbedisci al tuo padrone, padrone

Maestro dei burattini, sto tirando i tuoi fili

Torco la tua mente e distruggo i tuoi sogni

Accecato da me, non riesci a vedere nulla"

 

"Master Of Puppets", come accennato, è una delle canzoni più celebri e più amate dai fan della band, eppure non fu mai pubblicata come singolo, tranne che in Francia. Il metal, nel 1986, era ancora considerato un genere di nicchia e poche stazioni radio lo prendevano in considerazione. Pubblicarla come singolo, inoltre, sarebbe stato inutile perché nessuna stazione radiofonica, anche se votata al rock, avrebbe mai passato un brano lungo più di otto minuti.

Ciò nonostante l'album ottenne il disco d'oro quasi immediatamente (500.000 copie solo negli Stati Uniti) e due anni dopo il disco di platino (un milione), il che cambiò completamente la percezione del pubblico. Le radio rock trovarono spazio per i Metallica tra le proposte di Guns N' Roses e Mötley Crüe. Anche MTV si aprì al genere, tanto che, quando i Metallica pubblicarono il loro album successivo, ...And Justice for All (1988), il loro video di "One" entrò prepotentemente nell’heavy rotation del canale televisivo, permettendo alla band di accedere per la prima volta nella Hot 100, piazzandosi al numero 35.

Oltre alle liriche inquietanti ma efficacissime, la canzone si distingue per due assoli di chitarra favolosi: James Hetfield suona il primo assolo durante la lenta parte strumentale, Kirk Hammet, invece, suona l'assolo finale, veloce e intenso. Per suonarlo, Hammet, durante la registrazione del brano, staccò la corda più acuta dalla tastiera della chitarra, in modo da produrre un suono simile a quello di una sirena.

Ci crediate o no, la canzone è stata ritenuta "culturalmente, storicamente o esteticamente significativa", abbastanza da meritare, nel 2016, l’inserimento, e quindi la conservazione, nel National Recording Registry dalla Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, la prima registrazione metal a farlo.

Il brano ebbe una seconda vita e un inaspettato successo quando fu inserito in una scena chiave di un episodio della quarta stagione di Stranger Things, in cui il personaggio metallaro Eddie Munson lo suona alla chitarra per combattere un demone. L'episodio è ambientato nel marzo del 1986, esattamente lo stesso mese in cui fu pubblicato Master Of Puppets.

Una curiosità. Quando i Metallica tennero due concerti in Cina nel 2013, il governo cinese impose loro di non suonare questa canzone, per non alimentare il malcontento con testi che parlavano di essere controllati da un'entità superiore. La band obbedì, ma Kirk Hammett il riff iniziale, solo il riff, lo suonò egualmente in entrambe le serate.

 


 

 

Blackswan, lunedì 16/02/2026

giovedì 12 febbraio 2026

Juan Gomez-Jurado - Tutto Muore (Fazi, 2025)

 


 

L'universo Regina Rossa si chiude: dopo Tutto brucia e Tutto torna, il capitolo conclusivo della nuova trilogia di Juan Gómez-Jurado. Nulla è come sembra. Nemmeno le persone che ami. E l'unica cosa che rimane da fare quando hai perso - i tuoi ricordi, la tua famiglia, te stessa - è arrenderti. Aura Reyes ha affrontato quasi tutto. La prigione, il rapimento di una delle gemelle e una valigetta piena di segreti. Ora deve fare i conti con Constanz Dorr, che non vuole rinunciare a condurre il gioco ed è disposta a comprare la sua anima. Ma il Male non si può pagare a rate e la Verità non è un mistero da risolvere, bensì un fardello che ci portiamo da sempre dietro. Nel cuore di una rete di menzogne che unisce passato e presente, Aura dovrà scegliere da che parte stare: con le sue alleate, Mari Paz e Sere, o con chi può darle le risposte che ha sempre cercato? E, quando ogni elemento sembra andare al proprio posto, tutto si spezza. Perché in questa guerra senza tregua nessuno è senza colpa.

Quando il romanzo finisce, Juan Gomez-Jurado lascia una nota per il lettore:”Si, lo so che mi odi.  Mi odierei anch’io.” Una frase che la dice lunga sulla storia che si è appena conclusa: una storia in cui bene e male si intrecciano fino a confondersi, in cui è difficile distinguere gli amici dai nemici, in cui sono il dolore e la perdita le uniche certezze della narrazione.

Dopo Tutto Brucia e Tutto Torna, la trilogia del “tutto” si conclude con il suo capitolo più cupo e ambiguo. Aura viene nuovamente a contatto con Constanz Dorr, depositaria della verità sulla morte di suo marito Jaume, per cercare di capire cosa ci sia dietro quell’efferato delitto. A starle vicina è l’amica Sere, la quale, però, nasconde un segreto che può mettere a dura prova la loro amicizia. Mari-Paz, stufa delle bizze di Aura, decide di abbandonare il terzetto per raggiungere i suoi amici mercenari che si sono ritirati a Ceuta, dopo essere scampati per un soffio alla vendetta di Romero, che torna a piede libero più vendicativa che mai.

Sono questi gli ingredienti dell’ennesimo romanzo che si legge tutto d’un fiato, il cui ritmo adrenalinico dispensa a mani basse un susseguirsi di colpi di scena che lasceranno il lettore senza parole.

Riuscirà Aura a resistere al fascino diabolico di Constanz e a scoprire chi ha tramato contro di lei? Riuscirà Mari Paz ha salvare i suoi amici dal pericolo che incombe su di loro per mano della poliziotta corrotta? Qual è la menzogna taciuta da Sere per troppo tempo alla sua amica Aura? E cosa vuole davvero la perfida Dorr?

La scrittura pop, brillante e un po’ ruffiana dello scrittore iberico condurrà il lettore attraverso una tortuosa gimcana, il cui finale metterà in contatto alcuni dei protagonisti delle due trilogie (Mari Paz, Antonia Scott e Jon Gutièrrez) per quello che si prospetta un nuovo, eccitante capitolo della saga.

 

Blackswan, giovedì 12/02/2026

 

martedì 10 febbraio 2026

Soen - Reliance (Silver Lining Records, 2026)

 


Le roi est mort, vive le roi! I Soen che conoscevamo un tempo, quelli degli esordi, che si identificavano con un prog metal vicino a band seminali come Tool e Opeth, non esistono più, ma il loro regno è ancora saldo e florido, la continuità è garantita: è il modo di governare che è cambiato completamente.

Fuor di metafora, la band svedese ha superato una prima fase di carriera (vedi Cognitive del 2012), allontanandosi, album dopo album, dalle sonorità degli esordi, per cercare una propria, nuova identità espressiva, optando per un approccio più snello alle canzoni, aumentando l'aspetto melodico e anthemico e minimizzando gli elementi più prog.

Dopo Lotus del 2019, i Soen sono più melodici e accessibili, offrendo canzoni che durano circa quattro o cinque minuti e che vantano ritornelli di ampio respiro e orecchiabili. Il che potrebbe (ulteriormente) deludere chi si aspetta strutture più lunghe e complesse come quelle di un tempo. Nello stesso modo, il fatto che questa nuova formula di scrittura delle canzoni sia più evidente da qualche anno a questa parte, non compromette la qualità della proposta, solo la rende un po' più prevedibile, tutto qui. Non solo. Oggi, a differenza di quanto accadeva un decennio fa, le canzoni dei Soen sono immediatamente riconoscibili, possiedono uno stile distintivo che, piaccia o meno, è quello dei Soen.

Ciò non toglie, però, che questo nuovo Reliance sia la fotocopia esatta dei precedenti Imperial (2021) e Memorial (2023), dal momento che le canzoni possiedono esattamente la stessa identica struttura. Tutto questo era prevedibile, anche solo a giudicare dai singoli pubblicati per il lancio del disco. Sia "Primal" che "Mercenary" (che aprono la scaletta) sono brani che alternano riff di chitarra pesanti e distorti e voci grintose a cui si giustappongono spunti melodici e atmosferici e voci più morbide, dando vita a un paesaggio sonoro piuttosto familiare a chiunque abbia mai ascoltato le ultime prove della band. Più precisamente, la maggior parte di ciò che sentiamo in Reliance è già stato fatto in una forma o nell'altra, e non c’è nulla di veramente nuovo che ci faccia fare il classico balzo sulla sedia. Squadra che vince, non si cambia, direbbe qualcuno.

Ciononostante, non mancano grandi canzoni, come la splendida, e terzo singolo. "Discordia", avvolta da paesaggi atmosferici malinconici e sferzata da chitarre quasi djent, il tutto impreziosito dall’ennesima prova vocale dell’ottimo Joel Ekelöf.

Piace moltissimo anche "Huntress", un brano da stadio dall'atmosfera meravigliosamente suadente, che vanta un ritornello incisivo e uno splendido momento solista, frutto della maestria di Cody Ford, chitarrista di gran classe.

Non manca, poi, la consueta ballata, "Indifferent", un brano orchestrale essenziale, sostenuto principalmente da pianoforte e voce, la cui melodia semplice e delicata si pone in netto contrasto con il resto dei brani.

La maestosa traccia di chiusura, "Vellichor", colpisce per la sua atmosfera corale e un lento crescendo che vira verso l’epos grazie a un altro fulgido assolo di chitarra di Cody Ford. Per quanto riguarda il resto dei brani, pur nella loro prevedibilità, vedono la band dare il massimo su ogni fronte, dagli ispirati e intriganti pattern di batteria di Martin Lopez ("Discordia") alla magia della chitarra di Ford (l'assolo di "Axis") allo stile vocale duale di Joel Ekelöf ("Drifter") e alle tastiere lussureggianti di Lars Åhlund che emergono per aggiungere atmosfera o rimangono sullo sfondo ("Draconian"), mentre le linee di basso di Stefan Stenberg sono allo stesso tempo solide e fragorose ("Unbound").

In conclusione, gli arrangiamenti eleganti, l'alta qualità dei riff, i notevoli spunti melodici e la maestria tecnica della band rendono Reliance un'opera melodica e al contempo potente, anche se appoggiata un po' troppo su schemi prevedibili e ripetuti. Non si tratta, però, a parere di chi scrive, di un approccio stereotipato, quanto, semmai, di consolidare ulteriormente un proprio sound, qui, ormai, completamente definito.

Voto: 7

Genere: Metal

 


 

 

Blackswan, martedì 10/02/2026

lunedì 9 febbraio 2026

The Man Comes Around - Johnny Cash (American Recordings, 2002)

 



Johnny Cash era una grande star e visse i suoi giorni gloriosi negli anni '60 e '70, ma, successivamente, cadde in disgrazia negli anni '80. Negli anni '90, non aveva un'etichetta discografica e suonava in piccoli locali come il Rhythm Café di Santa Ana, in California, dove Rubin lo vide nel 1993. Rubin gli propose un disco e Cash acconsentì, anche perché ormai non aveva più nulla da perdere. Quel primo album, American Recordings, uscì nel 1994 e fu accolto molto bene da fan e dalla critica. La “cura Rubin“ (sono sei i dischi pubblicati con Cash, due dei quali postumi) fu un toccasana per The Man In Black, la cui carriera riprese a scorrere con successo, mentre la sua musica uscì dagli steccati del country americano, arrivando all’attenzione anche di quelle giovani generazioni che di Cash conoscevano poco o nulla.

"The Man Comes Around" è liberamente ispirata al Libro dell'Apocalisse della Bibbia, e "l'uomo" del brano altri non è che Dio, che si ripresenta durante l'apocalisse per sconfiggere il Diavolo e giudicare gli uomini.  

 

"C'è un uomo che va in giro prendendo nomi

E decide chi liberare e chi incolpare

Non tutti saranno trattati allo stesso modo

Ci sarà una scala d'oro che scende

Quando l'uomo torneràI peli del tuo braccio si rizzeranno

Al terrore in ogni sorso e in ogni sorsata

Parteciperai a quell'ultima coppa offerta

O scomparirai nella terra del vasaio?"

 

Nelle note di copertina dell'album il songwriter scrisse: "'Rivelazione', per la sua semplice interpretazione, significa che qualcosa 'è rivelato'. Vorrei che lo fosse. Più approfondivo il libro, più mi rendevo conto del perché ciò resti un enigma, persino per molti teologi. Alla fine ho rimescolato le mie carte, per così dire, ho evidenziato quattro o cinque pagine e ho scritto i miei testi".

L'idea per la canzone è nata da un sogno in cui Cash si trovava a Buckingham Palace e la Regina Elisabetta II gli diceva: "Johnny Cash, sei come un rovo in un turbine".  

 

"Alcuni nascono e altri muoiono

È giunto il regno dell'alfa e dell'omega

E il turbine è nel rovo"

 

Il sogno era stato influenzato dal fatto che il musicista si trovava a Nottingham, in Inghilterra, e aveva comprato un libro sulle persone che sognano la Regina, una cosa che, pare, capitasse piuttosto di frequente ai sudditi della Corona. Cash ritenne che il sogno avesse una stretta connessione con la Bibbia e, infatti, trovò il riferimento nel Libro di Giobbe 38: "Allora il Signore rispose a Giobbe dal turbine e disse: Chi è costui che oscura il consiglio con parole prive di conoscenza? Cingiti ora i fianchi come un prode, perché io ti interrogherò e tu rispondimi".

Cash iniziò a lavorare a questo brano qualche anno prima della registrazione dell'album, passando da una revisione all'altra prima di raggiungere il traguardo. Disse di aver dedicato più tempo a questo brano che a qualsiasi altra canzone da lui scritta. Cosa molto probabile, visto che The Man Comes Around è intervallata da passaggi parlati che fanno riferimento alle Quattro Bestie dell'Apocalisse, frutto di un profondo lavoro di studio e interpretazione da pare di Cash (ma esiste una versione alternativa precedente, che può essere ascoltata nell'album The Legend of Johnny Cash, che omette le sezioni parlate).

Ci sono diversi riferimenti biblici nel testo. L'introduzione parlata che apre il brano è tratta da Apocalisse 6:1-2, nel punto in cui si descrive la visione di Giovanni Apostolo dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse, ognuno annunciato da una delle "quattro bestie".

 

“E udii, per così dire,

il rumore di un tuono

Una delle quattro bestie che diceva:'Vieni e vedi'.

E vidi, ed ecco un cavallo bianco” 

 

La canzone, inoltre, allude anche alla parabola delle dieci vergini dal Vangelo di Matteo (25:1–13) con le parole "Le vergini stanno tutte tagliando i loro stoppini", un riferimento alle vergini che si preparano per la seconda venuta di Cristo.

 


 

 

Blackswan, lunedì 09/02/2026

giovedì 5 febbraio 2026

Gluecifer - Same Drug New High (Steamhammer, 2026)

 


Correva l’anno 1997 quando i norvegesi Gluecifer esordirono con Ridin’ The Tiger, trentasette minuti di indiavolato punk hard rock che fece stragi di cuori fra tutti gli amanti del genere. Quel debutto, i cui crediti di scrittura delle canzoni facevano bizzarramente riferimento ai grandi musicisti che li avevano ispirati, pur senza aver mai messo mano alle composizioni (Chuck Berry, Angus Young, Lemmy, Keith Richards, etc) impose il nome della band tra le più promettenti di quell’ondata hard rock scandinava, che vedeva sulla cresta dell’onda anche gruppi come Turbonegro e Hellacopters.

L’impetuosa cavalcata dei Gluecifer, tuttavia, dopo vari cambi di line up e altri quattro album, ebbe termine prematuramente nel 2004, per divergenze artistiche che portarono il chitarrista e songwriter Captain Poom a imbarcarsi in altri e più ambiziosi progetti. Poi, nel 2017, la reunion, e oggi, dopo ben ventidue anni, un nuovo disco in studio, che vede il ritorno della line up originale con il nuovo bassista Peter Larsson.

La domanda sorge spontanea: riuscirà il gruppo a riconnettersi con il suono vibrante dei loro esordi? La risposta, amici miei, la trovate nello sguardo torvo e incazzato del gallo che campeggia in copertina: ascoltare le undici tracce di Same Drugs New High è come fare un salto a ritroso nel tempo, alla fine degli anni ’90. Nulla è andato perduto dell’antica garra, anzi.

La band ha marchiato a fuoco il ritorno con "The Idiot", brano che apre il disco e singolo di lancio che ha reso chiaro a tutti che i Gluecifer sono ancora una forza della natura. Il loro sound, una sgommata adrenalinica che alza un polverone di rock, punk e glam, esce dalle casse come se fosse la prima volta in quel glorioso 1997. Il disco parte con uno stridere di gomme, "The Idiot" scappa a tutta velocità spinta dal vento di un drumming feroce, di una linea di basso martellante e di un riff che spettina i capelli. La voce di Biff Malibu snocciola uno scioglilingua e ringhia uno di quei ritornelli innodici da cantare, se ci riesci, durante un pogo scalpitante.

Il rock è la droga che porta la band a nuove altezze, e la nuova euforia risuona in tutta la traccia che dà il titolo all'album, un’altra cartellata sul muso, che riafferma la reputazione di una band che non fa prigionieri. Nessuna posa da rocker, nessun hype, nessun artificio per rendere la loro attitudine tutta sangue e sudore più malleabile. In Some Drugs New High si mena e basta, senza compromessi, ma anche senza dimenticarsi di piazzare ogni tre minuti (la durata media delle canzoni) un ritornello fulminante, che resta uno dei piatti forti della casa.

Insomma, Biff Malibu e soci sono tornati con il botto, anzi con i botti, come dimostrano il punk’n’roll della furiosa "Armadas", l’hard rock classico che corrobora l’epos di "I'm Ready" o il ringhio cupo che attraversa l’implacabile "The Score".

Siamo solo a metà e se l’headbanging non vi ha ancora stremato, potrete rifiatare un poco, ma solo un pochino, sulle note glam di "Pharmacity", prima di tornare a scalciare durante l’assalto all’arma bianca, coltello fra i denti, di "1996", fare stage diving sul divano trasportati dalla linea di basso pulsante dell’innodica "Made In the Morning" e partire a testa bassa per lo scatto finale della tripletta spaccatutto, composta dalla furia belluina di "Mind Control", dall’allegria cazzara di "Another Night, Another City" e dal groove urticante della conclusiva "On the Wire".

Nonostante lo iato ventennale, i Gluecifer non hanno perso un briciolo di potenza e sono tornati con lo stesso spirito indomito che animava i lavori della prima parte della loro carriera. Impetuosi e sporchi, inconsapevoli della loro età anagrafica, i cinque norvegesi, oltre ogni più rosea previsione, ci stanno gridando a gran voce che il cuore ribelle del rock 'n' roll batte ancora forte e pompa sangue che è pura gioia di vivere.

Voto: 8

Genere: Punk'n'roll

 


 

Blackswan, giovedì 05/02/2026

martedì 3 febbraio 2026

Scorpions - Coming Home Live (Universal, 2025)

 


Il nome degli Scorpions potrebbe essere usato come sinonimo di “longevità”, se non fosse per quell’altra band di arzilli vecchietti chiamata Rolling Stones. D’altra parte, il gruppo tedesco nasce nel lontano 1965, anni in cui i componenti originari della band erano degli sbarbatelli pieni di sogni e di speranze. Sessant’anni fa, quando molti dei redattori e dei lettori di Loudd non erano ancora nati, quando l’uomo non era ancora sbarcato sulla luna, quando i Beatles stavano conquistando il mondo e gli States si preparavano all’estate dell’amore, che arriverà nel 1967. Da allora, gli Scorpions hanno iniziato una lenta ma inesorabile scalata al successo, che diventerà planetario due decenni dopo, con un filotto di dischi che sbancheranno le classifiche di mezzo mondo, Stati Uniti compresi.

Registrato il 5 luglio presso l'Hannover Stadium Arena - Heinz von Heiden, nella loro nativa Germania, Coming Home Live rappresenta esattamente ciò che promette: celebrare i 60 anni di eccellenza hard rock e heavy metal di queste leggende indistruttibili.

Un’autocelebrazione, un ritorno a casa, là dove tutto cominciò, una festa da condividere coi tanti fan della band che, a dispetto dell’età, sa ancora il fatto suo. Non una pallida replica di ciò che fu, infatti, ma una macchina da guerra che grazie alla passione e al mestiere, riesce a piegare il tempo a proprio vantaggio e a vincere la battaglia in scioltezza. Alla veneranda età di settantasette anni, Rudy Schenker sforna ancora riff come un ossesso, e Klaus Meine, pur non disponendo più dell’estensione dei giorni di gloria, tiene il palco come un vecchio leone, dando vita a una prova più che dignitosa. A coadiuvare i due vecchietti, il grande Matthias Jabs, funambolico come sempre, e una granitica sezione ritmica composta da Mikkey Dee alla batteria e Pawel Maciwoda al basso, due ragazzini che all’anagrafe registrano circa una ventina di anni in meno.

Che la band stesse vivendo un momento di grazia, lo si era capito con il notevole Rock Believer, uscito nel 2022, considerato uno dei loro miglior album di sempre, e i successivi live per promuovere il disco, che testimoniavano quanto gli Scorpions fossero ancora in possesso della magia e dell’entusiasmo per incantare le grandi folle degli stadi, così come avviene in questo nuovo episodio della saga, che non raggiunge il livello dell’iconico World Wide Live (1985), ma tiene botta, eccome.

Certo, per chi non è mai caduto sotto l'incantesimo degli Scorpions, Coming Home Live sembrerà irrilevante come qualsiasi album dal vivo di fine carriera che si possa menzionare. Ma per i fan, questa performance rappresenta un momento speciale, quello in cui i cinque tedeschi si sono rifugiati tra le braccia accoglienti dei loro sostenitori più fedeli e hanno ricambiato il loro affetto come meglio potevano. Non solo un greatest hits, ma una carrellata quasi completa di sei decenni di grandi canzoni, una potente istantanea per vedere all'opera “la leggenda”.

Tutto, da un medley di brani dai loro amatissimi, ma spesso misconosciuti, album degli anni '70, ai classici del loro periodo d'oro degli anni '80 (tra cui un filotto di gioielli da "Love At First Sting" del 1984), fino all'infuocata "Gas In The Tank" (da Rock Believer), riceve il marchio infuocato e distintivo della band e, come era lecito aspettarsi, il pubblico di Hannover impazzisce.

Persino "Wind Of Change", (una super hit che, molti, compreso il sottoscritto, trovano bruttina assai) mostra una certa freschezza e, per chi l’ha vissuta in prima persona, suscita un commovente fascino nostalgico.

Scegliere i momenti salienti è probabilmente un esercizio inutile perché Coming Home Live è una festa dall'inizio alla fine. A cui manca, purtroppo, un capolavoro come "No One Like You" (da Blackout) e a cui un miglior lavoro in fase di post produzione (il suono risulta un po’ impastato) avrebbe sicuramente giovato.

Voto: 7

Genere: hard rock, metal 




Blackswan, martedì 03/02/2026

lunedì 2 febbraio 2026

Something In The Way - Nirvana (Geffen, 1991)

 


Considerata da alcuni una delle canzoni rock più tristi di sempre, "Something In The Way" è un brano profondamente autobiografico, ispirato a un periodo della vita di Kurt Cobain (era l’aprile del 1984), in cui, a suo dire, abbandonò la propria casa e andò a vivere sotto un ponte di Aberdeen, vivendo di espedienti. Una canzone intima e profondamente sentita, in cui il leader dei Nirvana racconta le emozioni e sentimenti del momento, indicando con “something in the way” ogni cosa che si poneva come intralcio alla sua serenità.

Leggenda vuole che il testo fu scritto dal cantante con lo spray proprio sulle pareti del ponte sotto il quale bivaccava, e che, successivamente, fu cancellato durante opere di riqualificazione della zona. In realtà, come affermato dal bassista dei Nirvana, Kirst Novoselic, e dalla sorella Kim, Cobain non visse mai sotto un ponte, ma è evidente che la canzone esprimesse comunque un profondo disagio, alimentato dai rapporti non proprio idilliaci con la famiglia.

 

"Sotto il ponte, il telo ha una perdita

E gli animali che ho intrappolato sono diventati tutti i miei animali domestici

E vivo di erba e delle gocce che cadono dal soffitto

Va bene mangiare pesce perché non hanno sentimenti"

 

"Something In The Way" è l’ultima traccia del leggendario Nevermind e chiude il disco prima che, 13 minuti e 51 secondi dopo, parta una traccia nascosta, intitolata "Endless, Nameless".

Nel brano, i Nirvana usarono anche un violoncello, che venne suonato dal loro amico di Los Angeles, Kirk Canning. Il violoncello fu registrato l'ultimo giorno della sessione: la band era a una festa con alcuni amici, e chiedendo in giro se qualcuno conoscesse un violoncellista, scoprirono che Canning lo era. Se lo portarono in studio e, in un solo take, la partitura d’archi venne inserita nella canzone.

Incredibile ma vero, il brano ha raggiunto la Top 20 della classifica iTunes per la prima volta nell'agosto 2020, dopo essere apparso in un trailer (e due volte nella pellicola) del film del 2022, The Batman. La versione che si ascolta nel film fu arrangiata nuovamente dal compositore Michael Giacchino che, per arricchire il brano, aggiunse nuove partiture di pianoforte e batteria ed elementi orchestrali. Dopo l'uscita di The Batman, il 4 marzo 2022, gli streaming della canzone hanno registrato un picco, con il risultato che "Something In The Way" è entrata per la prima volta nella Hot 100 di Billboard.

I Nirvana eseguirono una toccante versione del brano durante la loro apparizione agli MTV Unplugged, avvenuta poco prima del suicidio di Cobain. Durante la registrazione, Cobain cantò con un filo di voce, quasi sussurrando, tanto che il produttore Butch Vig, in fase di mixaggio dovette alzare al massimo il volume per rendere udibile l’interpretazione del cantante.

 


 

 

Blackswan, lunedì 02/02/2026