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giovedì 30 aprile 2026

Tyler Ballgame - For The First Time Again (Rough Trade, 2026)


 

La storia di Tyler Ballgame, all’anagrafe Tyler Perry, a grandi linee, è simile a quella di tanti altri musicisti, parecchi dei quali rimasti nell’ombra, mentre alcuni, molti meno, riusciti a emergere, a farsi notare, e, alla fine, a incidere un disco. Esattamente come il nostro eroe, uscito dall’anonimato grazie a un mix di talento, pertinacia e fortuna. Tyler Perry è nato nel Rhode Island nel 1987. Da bambino era appassionato di musical, il che lo portò a frequentare per un periodo la Berklee School of Music, dove studiò composizione musicale. 

All’università, però, incontrò parecchie difficoltà, in parte dovute a una profonda depressione. Così, dopo aver abbandonato gli studi, tornò a casa, vivendo nel seminterrato della madre e lavorando per il padre. Da questo momento inizia quella che può essere definita una sorta di rinascita. Il ragazzo, infatti, si sottopose a un percorso di terapia psicologica per combattere la depressione e i problemi di immagine legati al peso, e in qualche mese, abbandonò il lungo tunnel in cui si era infilato, acquisendo maggior sicurezza e autostima. A ventinove anni, d'impulso, si trasferì a Los Angeles per dedicarsi seriamente alla musica, lavorando di giorno per un'agenzia immobiliare e frequentando serate open mic, in cui suonava il proprio repertorio, concludendolo con Cryin' di Roy Orbison, un brano sempre molto apprezzato dal pubblico.

Tyler sviluppò, così, il suo alter ego, Tyler Ballgame, ispirandosi al grande giocatore di baseball Ted Williams, noto come "Teddy Ballgame". Il nome era pura autoironia, visto che richiamava un personaggio che lui non era e non sarebbe mai stato.

Alla fine, e qui arriva la botta di culo, Tyler ha attirato l'attenzione del produttore Jonathan Rado, che ha lavorato con artisti del calibro di Miley Cyrus e The Killers. Nel giro di poche settimane, i due hanno scritto e registrato materiale inedito sufficiente per più di un album.

Il punto di forza di Tyler, considerazione che diventa un’ovvietà, appena messo il disco sul piatto, è la sua incredibile voce che, con tutti i distinguo del caso, può essere paragonata a quella di autentiche leggende come Roy Orbison, Harry Nilsson o Elvis Presley. Una voce matura, profonda, ricca, piena di calore e assolutamente autentica. Come Orbison, Perry possiede un'ampia estensione vocale che gli permette di librarsi verso note altissime, toccando le corde del cuore, pur mantenendo un fascino giocoso nei momenti più leggeri dell'album e un mood ombroso e malinconico quando veste i panni del crooner.

I produttori Jonathan Rado e Ryan Pollie mettono saggiamente la voce di Ballgame in primo piano, utilizzando la stessa tecnologia analogica dei classici album degli anni '60 e '70, e utilizzano armonie ricche e sovrapposte, effetti eco, una chitarra acustica incalzante, e talvolta, il pianoforte, che richiama alla mente certi passaggi armonici propri di John Lennon. 

Le dodici canzoni sono connotate da un gusto retrò per il pop, il rock e il folk dei decenni poc’anzi citati, e raccontano, dal punto di vista delle liriche, il percorso di Ballgame dal Rhode Island fino alla decisione di rischiare e scommettere sul suo talento trasferendosi a Los Angeles. 

L'album si apre con la title track, chitarra acustica e il tempo tenuto con le bacchette, mentre Tyler sfodera il suo limpido tenore, prima che la voci si alzi di un paio di ottave, aprendosi alla vulnerabilità dei sentimenti. Il singolo di lancio I Believe In Love nasce da un’intuizione di Rado, quella di miscelare con sapienza melodie vocali alla Orbison e un ritornello ammaliante in stile Fab Four. 

La modalità pop-rock contenuta nelle note di For The First Time Again è familiare e orecchiabile, e rende piacevolissimo l’ascolto, mentre il cuore aperto di Tyler offre alle canzoni un surplus di autenticità, che è l’altro punto di forza di un artista che parla della sua vita, dei dolori e delle gioie, senza riserve.

Ecco, allora, che in You're Not My Baby Tonight, la sua voce si abbassa di registro, per descrivere la malinconia che suscita un amore non sbocciato, passando nuovamente al falsetto per esprimere con incisività il dolore dell’anima, mentre nella straziante Goodbye My Love il cantante dichiara con mestizia di averne abbastanza di vivere nei sogni, poco prima di abbandonarsi all'umorismo allegro e autoironico di Got A New Car, metafora del risveglio spirituale e della realizzazione delle sue ambizioni.

Sono tante le canzoni che entrano in testa e di cui si sente il bisogno di cibarsi di continuo. Matter of Taste è un brano rock energico e trascinante guidato dalla chitarra, che mi ha ricordato i momenti più tirati di Elton John, Down So Bad, invece, è un delizioso esempio di jangle pop in stile beat, che ricorda i Beatles e gli anni ’60, mentre nella conclusiva Waiting So Long, tra coretti gioiosi e un sassofono rock, il cantante canta la propria soddisfazione di aver lasciato la lotta alle spalle e di avercela finalmente fatta. 

Fortuna nostra che possiamo godere di un disco così fresco e accattivante, e di una voce, la cui estensione e versatilità si faranno strada, lo speriamo sinceramente, nell’inflazionato panorama pop internazionale. 

Voto: 8

Genere: Pop, Rock

 


 

Blackswan, giovedì 30/04/2026

martedì 28 aprile 2026

Seal - Kiss From a Rose (Warner, 1994)

 


"Kiss From A Rose" di Seal (all’anagrafe: Seal Henry Olusegun Olumide Adeola Samuel) è una delle canzoni più criptiche e misteriose mai scritte, tanto da aver suscitato diverse speculazioni sul suo reale significato: molti pensano che abbia a che fare con la droga, mentre altri la interpretano come un'espressione d'amore o un viaggio nell'aldilà. Seal non ha mai spiegato di cosa parli la canzone, limitandosi a dire che c'era "una sorta di relazione che ha ispirato il testo".

Tra l’altro, il musicista di origini nigeriane e brasiliane ha infranto le convenzioni non includendo il testo stampato nell'album, cosa che ha deciso volutamente perché desiderava lasciare all’ascoltatore libera interpretazione sul senso delle liriche. Seal, infatti, ha sempre affermato che le sue canzoni spesso hanno più di un significato, quindi attribuirne uno specifico sarebbe stato troppo semplicistico: "Penso che sia l'atmosfera generale di ciò che dico a essere importante, non l'esatta traduzione letterale. La canzone è sempre più importante nella mente dell'ascoltatore perché le associa immagini relative alla sua esperienza personale. Quindi la chiave è la percezione di ciò che dico, piuttosto che ciò che dico realmente." 

Seal scrisse il brano intorno al 1988, quando viveva in uno squat a Kensal Green, Londra. Lui stesso racconta che fu un periodo di totale libertà, esistenziale e creativa, dal momento che ancora non aveva un contratto discografico e quindi non subiva alcun tipo di pressione. Quando compose il brano, Seal non sapeva suonare alcun strumento, e quindi si limitò a cantare le parti strumentali su un registratore a 4 tracce, così, quasi per gioco. Poi, mise il nastro in un cassetto, e non ci pensò più, nemmeno quando registrò il suo album di debutto del 1991.

La canzone fu ripresa due anni dopo, quando Seal la suonò una sera per farla ascoltare al suo migliore amico, il quale, letteralmente conquistato, ne parlò al produttore del musicista, che, a quei tempi, era Trevor Horn. La canzone fu, dunque, registrata per il suo secondo album (Seal, 1994), anche se inizialmente fu scartata dalla scaletta finale, perché ritenuta troppo elaborata per il disco che stava vedendo la luce. Seal e Horn fecero un passo indietro, però, dopo che la loro amica Lynne Franks, ascoltando l’album in lavorazione, disse loro di essersi letteralmente innamorata "di quella canzone che parlava di una rosa".

Il brano fu pubblicato come singolo nel Regno Unito, dove raggiunse il ventesimo posto nel luglio 1994, entrando anche nella top ten di mezzo mondo: Australia, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Francia, Irlanda, Norvegia, Svezia, Svizzera e Italia. Nulla, invece, negli Stati Uniti, almeno finché la canzone non fu inserita nei titoli di coda del film Batman Forever e inclusa nella relativa colonna sonora. Il film esordì nelle sale nel maggio 1995, quasi un anno dopo l'uscita dell'album di Seal, e "Kiss From A Rose" fu , quindi, pubblicata come singolo nel giugno 1995, raggiungendo il primo posto in classifica ad agosto.

Nonostante il suo curioso tempo di valzer, le sontuose armonie e l’arrangiamento orchestrale la rendessero anomala e poca adatta a trasmissioni radiofoniche, fu proprio grazie alle radio che "Kiss From A Rose" sbancò ovunque, facendo vincere a Seal, nel 1996, due Grammy come Disco dell’Anno e Canzone dell’Anno.

Una curiosità. La canzone è una delle poche hit della storia a contenere un assolo di oboe. 




Blackswan, martedì 28/04/2026

lunedì 27 aprile 2026

The Twilight Sad - IT'S THE LONG GOODBYE (Rock Action 2026)

 


Nonostante più di vent’anni di carriera e ben sette dischi in studio pubblicati, gli scozzesi Twilight Sad non sono mai riusciti a sfondare veramente, rimanendo nel novero di quelle che si definiscono band di culto. In parte, per una naturale propensione all’understatement, un po’ per una proposta musicale mai davvero distintiva, e in parte per una qualità compositiva più che dignitosa ma mai davvero all’altezza delle aspettative. Tant’è che si potrebbe sostenere, senza il rischio di sbagliarsi, due affermazioni tra loro contrastanti, e cioè che la band originaria di Kilsyth non abbia mai pubblicato un disco brutto, e, per converso, che non ne abbia mai pubblicato uno davvero bellissimo.

Tra coloro che amano visceralmente il lavoro del duo spicca Robert Smith, un nome che non molti posso vantare nella propria fanbase. Dopo che il leader dei Cure ha invitato i Twilight Sad a unirsi al suo tour nel 2016, fra i musicisti è nata una naturale alchimia che ha portato a una collaborazione costante, sia come compagni di tour che in studio. Non è un caso, quindi, che i membri principali del gruppo scozzese, James Graham e Andy MacFarlane, considerino Smith alla stregua di un componente della line up, visto che lo stesso ha contribuito e supervisionato a questo nuovo IT’S THE LONG GOODBYE (si, tutto maiuscolo, non è un refuso), anche se in un modo, a dire il vero, abbastanza impercettibile.

La storia di IT’S THE LONG GOODBYE parte nel 2019, quando Graham ha iniziato a scrivere dei contrasti della sua vita: le gioie del matrimonio e della paternità si contrapponevano alle crudeli emozioni legate alla malattia diagnosticata a sua madre (demenza frontotemporale) e al suo successivo, inesorabile declino. Durante la pandemia Covid, poi, Graham e MacFarlane (che ora vive a Londra) si scambiavano idee, e le canzoni iniziavano gradualmente a prendere forma. Quando nel 2024 la madre del cantante decedette, il lutto ha finito per incidere pesantemente sul mood doloroso e malinconico dell’album.

Non è un caso che dal punto di vista delle liriche IT’S THE LONG GOODBYE rappresenta la raccolta di canzoni più personale del repertorio dei The Twilight Sad, un’amara riflessione sull’impotenza di fronte all’aggravarsi della patologia materna, sul tormento della perdita, sulla difficoltà a rielaborare il lutto e la necessità, nonostante tutto, di andare avanti.

Un album in qualche modo catartico, dunque, a cui, come detto, contribuisce Smith in tre canzoni, e che si avvale del contributo di David Jeans (Arab Strap) e Alex MacKay (Mogwai) che suonano rispettivamente batteria e basso.

Dal momento in cui "GET AWAY FROM IT ALL" apre il disco, irrompendo con un muro di fremente elettricità shoegaze, non c'è tregua allo strazio (“Andiamocene via, Andremo via da tutto, io sono il figlio che conosci, tu sei mia madre”). Qui, c’è già tutto: l’impotenza, la paura per l’ineluttabile, e un dolore scrosciante, come le chitarre che prendono a sportellate la melodia agrodolce. È uno dei primi brani scritti per l'album e, una volta completato, era inevitabile che ne diventasse la canzone d'apertura, facendo da cornice alla scaletta insieme al brano di chiusura "TV PEOPLE STILL THROWING TVS AT PEOPLE", una ballata claustrofobica percossa nel finale dallo sferragliare aggressivo della chitarra di MacFarlane, su cui Graham ripete come un mantra senza pace: “No, non voglio sentirmi così, Non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, Va bene che ti senta così?”. 

Nel mezzo, un filotto di canzoni che, ognuna a modo suo, riesce a intrappolare il cuore in una morsa: la profonda linea di basso di "DESIGNED TO LOSE" spinge la malinconia in territori post punk, "ATTEMPT A CRASH LANDING – THEME" aggiunge sonorità più rock e viscerali alla Placebo, la lunga "DEAD FLOWERS", una delle canzoni a cui Robert Smith ha contribuito con chitarra e tastiere, si sviluppa attraverso una scorbutica new wave densa di disperazione, "WAITING FOR THEPHONE TO CALL" cita la synth wave alla Depeche Mode, ipnotizzando l’ascoltatore con un beat che sa di sprofondo emotivo, "THE CEILING UNDERGROUND" e "INHOSPITABLE/HOSPITAL" elevano alla perfezione quel rock tutto malinconia che band come Interpol e Editors non sanno più scrivere, mentre l’elettricità di "CHEST WOUND TO THE CHEST" raccoglie l’eredità di band come My Bloody Valentine e Slowdive, con le chitarre ricche di effetti di MacFarlane in primo piano, mentre Graham si confronta con le proprie struggenti emozioni.

Resta da citare la penultima traccia, "BACK TO FOURTEEN", un ascolto claustrofobico e inquietante, che vede Smith al basso, in cui Graham gioca con il numero 14, che si riferisce alla casa in cui Graham viveva con sua madre, ma anche all’età dell’adolescenza, un periodo di serenità che confligge con il dolore del presente (“Sono l'unico che ti vede ancora? Sono l'unico che ti ama ancora? C'è qualcuno dietro quegli occhi. E non portatela via, non portatela via da me”).

Gli elementi principali che troviamo in IT’S THE LONG GOODBYE non si discostano drasticamente dal resto della loro discografia, ma, a ben vedere, gli arrangiamenti strumentali e la crudezza dell'interpretazione vocale sono così incisivi che questo album difficilmente uscirà dall’heavy rotation di chi avrà occasione di ascoltarlo.

E se la discografia dei Twilight Sad, come accennato all’inizio, poteva suscitare pareri discordanti, questo nuovo album metterà tutti d’accordo definitivamente: è il loro capolavoro, senza se e senza ma.

Voto: 8,5

Genere: Post Punk, New Wave, Shoegaze

 


 


Blackswan, lunedì 27/04/2026

giovedì 23 aprile 2026

Niccolò Ammaniti - Il Custode (Einaudi, 2026)

 


In uno sperduto borgo della Sicilia, una striscia di case gettate alla rinfusa su una grande spiaggia, vive la famiglia Vasciaveo. Il tredicenne Nilo, la madre Agata e la zia Rosi. Ufficialmente si occupano di lavorare e rivendere marmo, ma è solo una copertura. I Vasciaveo sono da secoli, anzi da millenni, i custodi di qualcosa di indicibile. L’arrivo in paese di Arianna – giovane donna bella e alla deriva – e della figlia Saskia rompe gli equilibri che tengono in piedi le loro esistenze. Essere custodi della cosa nel bagno equivale anche a esserne prigionieri. Un sacrificio che Nilo, dopo aver conosciuto l’amore, non potrà più sopportare.

 

Un romanzo breve, sono solo centosessantacinque pagine, che procede rapido, grazie a un ritmo incalzante, e che si legge tutto d’un fiato. Attenzione, però, perché Il Custode va maneggiato con cura, è un romanzo che contiene più riflessioni di quello che la sua brevità farebbe supporre, e che va affrontato muovendosi su diversi piani di lettura.

A Triscina, un paesino fatiscente ammassato su una grande spiaggia siciliana, vivono i Vasciaveo, famiglia composta dal tredicenne Nilo, che abita insieme alla mamma Agata e alla zia Rosi in un sottoscala. Una famiglia apparentemente normale, che si occupa di lavorare e di rivendere il marmo. Tuttavia, dietro questa dignitosa professione, si cela un indicibile orrore, dal momento che i Vasciaveo sono da tempo immemore custodi di un mistero che ha radici lontane, addirittura nella mitologia greca. Quando in paese arrivano la conturbante Arianna e sua figlia Saskia, l’apparente tranquillità della famiglia inizia a vacillare…

Il Custode, come si diceva, possiede diversi piani di lettura: è un romanzo thriller, che tiene col fiato sospeso grazie al ritmo incalzante e ai continui colpi di scena, è romanzo inquietante e disturbante, che si gioca alla perfezione la carta dell’horror, senza scadere in banalità grandguignolesche, ma pensandola attraverso numerosi riferimenti alla cultura classica, ed è, soprattutto, romanzo di formazione.

Il protagonista, Nilo, conosce gli slanci e le aspirazioni di un normale tredicenne, ma il mistero che custodisce nel bagno di casa gli impedisce di avere una vita normale, rendendolo prigioniero di una routine a cui mal si adatta.  Nilo è il “custode” di qualcosa di terribile, e accetta questo suo ruolo come un dato di fatto, un dogma, un peso che il destino gli ha caricato sulle spalle e da cui è impossibile svincolarsi. Una vita scandita da ritmi ben precisi, da una routine necessaria a coprire il mistero, da una vita di relazione verso l’esterno ridotta al lumicino.

Con l’arrivo di Arianna e Saskia, due schegge impazzite, che portano scompiglio nel “natio borgo selvaggio” e nell’esistenza della famiglia Vasciaveo, Nilo conoscerà l’amore e il suo mondo già scricchiolante sotto le pulsioni dell’adolescenza e del dubbio, crollerà rapidamente, con conseguenze esiziali.

Ammaniti, con un prosa asciutta, diretta, che evita giri di parole per cogliere la violenza brutale di un racconto che non fa sconti, è abile nel far convivere una realtà precisa e respingente (la desolazione della location, la rappresentazione dell’oggi attraverso la degenerazione dei social, la criminalità organizzata ben radicata in un contesto culturale misero) ala narrazione fantastica di un horror che si fa metafora: la cosa rinchiusa nel bagno altro non è se non il coacervo di incomprensione, non detti, traumi e violenze all’interno di una famiglia che dovrebbe essere romito e invece è prigione, ma anche simbolo di una libertà che, quando si concretizza, non può che distruggere quel fragile sistema, apparentemente ben oliato, chiamato esistenza.

Senza togliere nulla alla suspense di una trama che avvince con intelligenza, aggiungo solo che il finale del romanzo è un vero e proprio colpo di genio, capace di lasciare a bocca aperta anche il lettore più arguto.

 

Blackswan, giovedì 23/04/2026

martedì 21 aprile 2026

Tedeschi Trucks Band - Future Soul (Fantasy, 2026)


 

Dopo I’m The Moon del 2022, monumentale tetralogia e progetto basato sulla storia di Layla e Majnun, un poema romantico di origine araba che narra di due amanti sfortunati, veniva da chiedersi quale sarebbe stato il passo successivo della band. Quel disco, infatti, poetico e stratificato, sondava svariati orizzonti musicali, era un album concettualmente complesso e immaginifico, che spaziava, con accenni a sonorità mediorientali, tra rock, blues e soul. Difficile pensare, quindi, che i coniugi Tedeschi/Trucks potessero replicare un’altra opera così impegnativa e commercialmente ostica.

E infatti, questo nuovo Future Soul, presentato in un’inedita grafica fumettistica, è un disco totalmente in controtendenza rispetto al precedente, e pur riproponendo i medesimi tropi musicali, cerca un approccio compositivo più mainsteeam e più leggero nei contenuti e nella forma.

Trainate dalla fidata Fender della Tedeschi e dall'elegante Gibson SG di Trucks, e magnificamente suonate dal consueto ensemble di dieci elementi, ogni canzone di Future Soul è animata da quell’inconfondibile ricerca del groove che spinge verso quegli spazi in cui regna l’emozione.

E di emozioni, in questo nuovo lavoro, ce ne sono da vendere, a partire dall’iniziale Crazy Cryin' una goduriosa apertura funky che sfocia in un delizioso ritornello e in un assolo di Trucks, che vi lascerà con la sensazione di volare, leggeri e divertiti, come un aquilone in cielo.

La successiva "I Got You" è, invece, una dolce e veloce ballata dai sentori shuffle, l’arrangiamento di fiati è perfetto, il mood allegro, l’impatto molto radiofonico e l’assolo di Trucks cuce un rapido fil rouge con sonorità molto vicine all’Allman Brothers Band.

Il gruppo funziona che è una meraviglia, la produzione nitida, bilanciata e stratificata permette di apprezzare il contributo di ogni membro della line up al processo di composizione, cosa evidentissima nelle sonorità sofisticate dell’evocativa "Who Am I", un brano che possiede la freschezza di un soffio di vento che culla di ottimismo i nostri pensieri.

La band, tuttavia, sa anche irruvidire il suono senza perdere un briciolo di fascino: "Hero" ribolle di una tensione melodrammatica che fa tremare i polsi, spinta com’è da un’impetuosa prova vocale della Tedeschi e sconquassata nel finale da un magma elettrico prossimo al noise, mentre la title track mostra muscoli di un hard rock blues d’antan, riff graffiante e assolo stratosferico.

Questo disco, dicevamo, è più immediato e accessibile, grazie a brani con un tocco deliziosamente radiofonico come "Under The Knife", cantato da Mike Mattison, coautore e collaboratore della band, o come il divertissement r’n’b di "Be Kind", canzoni assimilabili fin dal primo ascolto, senza che venga tuttavia meno anche solo un grammo di qualità. Un tocco di mainstream, questo, frutto della collaborazione con Mike Elizondo, il loro primo produttore esterno dopo molti anni. D’altra parte Elizondo ha lavorato con artisti del calibro di Dr. Dre, Fiona Apple, Eminem e Carrie Underwood, è figlio di un altro mondo ma abile demiurgo nel rendere una band talentuosa come i Tedeschi Trucks più accessibile al pubblico radiofonico.

Il flusso sinuoso di "Devil Be Gone", in cui la chitarra di Trucks imita le linee vocali con il suo classico brio, è uno degli high light che fanno scattare la standing ovation, mentre "Shout Out" con il suo andamento avvolgente mette in mostra una delle migliori prove vocali della Tedeschi, che senza mai strafare, si fa guidare da una sensibilità interpretativa unica.

Chiude "Ride On", una ballata suadente, che procede con il pilota automatico, ma anche con una classe che è per pochi.

Future Soul è un disco che si discosta leggermente dal passato della band e che cerca attraverso i suoi ganci melodici e un’impeccabile mise en place più “nazional popolare” di allargare il bacino dei fan. Un’aspirazione legittima, e ci mancherebbe, che nulla toglie al fascino di un gruppo che da oltre quindici anni plasma la materia rock blues con la qualità e la consapevolezza dei grandissimi.

Voto: 8

genere: Rock, Blues

 


 


Blackswan, martedì 21/04/2026

lunedì 20 aprile 2026

Hells Bells - Ac/Dc (Atco, 1980)

 


Gli Ac/Dc registrarono Back In Black pochi mesi dopo la morte del cantante Bon Scott, deceduto per intossicazione alcolica dopo una notte di forti bevute, e ingaggiarono per sostituirlo Brian Johnson, un cantante inglese proveniente dalla formazione glam rock dei Geordie

Il primo brano del disco, lo sanno anche i sassi, è "Hells Bells", una canzone che, in omaggio a Bon Scott, inizia con una campana a morto, che suona quattro rintocchi, introducendo l’ingresso del leggendario riff di chitarra (i rintocchi sono altri nove, prima che il suono di campana sfumi gradualmente).

Perché il tributo al cantante scomparso fosse il più veritiero possibile, la band si rifiutò di utilizzare freddi effetti sonori. Bisognava trovare una vera campana, e, soprattutto, di grandi dimensioni. Il primo tentativo di registrarne il suono ebbe luogo nel Leicestershire, in Inghilterra, al Carillon and War Memorial Museum, ma questo esperimento fallì miseramente.

Per evitare altri infruttuosi tentativi, la produzione commissionò una campana di bronzo da una tonnellata a una fonderia locale, con l’intento, poi, di utilizzarla anche sul palco, durante il tour di promozione del disco.  

Tuttavia, la campana non fu pronta in tempo per la registrazione, quindi il produttore (Mutt Lange) decise di utilizzare la campana di una chiesa vicina. Nemmeno questo secondo tentativo andò bene, perché all’interno del vaso vivevano alcuni uccelli, e a ogni rintocco veniva registrato anche il battito delle ali dei volatili che si davano alla fuga spaventati.

Pertanto, non c’era altro soluzione se non quella di utilizzare la campana che era in produzione, anche se non ancora finita. Lo staff della band, quindi, prese in prestito un'unità di registrazione mobile di proprietà di Ronnie Laine e la trasportò in fonderia. La campana fu appesa a un paranco e fu suonata dall'uomo che l'aveva costruita e che conosceva il modo di dare al rintocco un suono comunque credibile.

A causa delle armoniche, le campane non sono facili da registrare, quindi l’ingegnere Tony Platt posizionò circa 15 microfoni con diverse dinamiche in diversi punti della fonderia e poi portò le registrazioni agli Electric Lady Studios di New York, dove lui e il produttore Mutt Lange scelsero la giusta combinazione di suoni di campana, misero insieme un mix e lo rallentarono a metà velocità in modo che la campana da una tonnellata suonasse più minacciosa, esattamente come una campana da due tonnellate.

Il termine "Hells Bells", in inglese, è utilizzato come un'esclamazione di sorpresa, ma nel contesto di questa canzone venne usato per evocare immagini dell’aldilà e trasmettere la sensazione di una band pronta a scatenare l'inferno (qualcosa per cui Bon Scott, tra l’altro, era noto a tutti).

Il testo della canzone fu scritto dal nuovo cantante Brian Johnson, il quale, come rivelò nel 2008 alla rivista Q, visse quell’esperienza come qualcosa di piuttosto impegnativo: “Non credo in Dio, né al Paradiso, né all’Inferno. Ma è successo qualcosa. Avevamo queste stanze, piccole come celle (ndr: parte del disco fu registrato alle Bahamas, presso i Compass Point Studios di Chris Blackwell), con un letto e un bagno, ma senza TV. Avevo questo grande foglio di carta e dovevo scrivere delle parole. Pensavo, oh cazzo! E adesso? Non lo dimenticherò mai, ho semplicemente iniziato a scrivere e non mi sono più fermato... avevo una bottiglia di whisky e ho iniziato a bere. Ho tenuto la luce accesa tutta la notte, amico."

Incredibile, ma vero, "Hells Bells" ha contribuito al salvataggio del pilota dei Black Hawk, Michael Durant, imprigionato dopo la battaglia di Mogadiscio in Somalia, nel 1993. Durant, che aveva le gambe rotte, era stato catturato e gettato in una prigione, dove veniva preso a calci e sputi dai suoi aguzzini. I suoi commilitoni sapevano che gli Ac/Dc erano la sua band preferita, così, per poterlo localizzare, hanno collegato un altoparlante al telaio di uno dei Black Hawk e hanno iniziato a sorvolare sui tetti di Mogadiscio, suonando "Hells Bells" a tutto volume. Il militare, sebbene ferito gravemente e terrorizzato, si è tolto la maglietta, si è arrampicato fino ad arrivare a una finestra della cella e l’ha sventolata fino a quando i suoi compagni non sono riusciti a individuarlo e a salvarlo. Potere della musica.

 


 

 

Blackswan, lunedì 20/04/2026

giovedì 16 aprile 2026

Jo Nesbo - L'impronta Del Lupo (Einaudi, 2026)

 


Minneapolis, 2016. Quando un mercante d’armi legato alle gang è vittima di un attentato, gli indizi sembrano puntare verso un suo vicino, Tomas Gomez, che però tutti descrivono come tranquillo e perbene. Eppure Tomas Gomez potrebbe essere il misterioso Lobo, un assassino prezzolato che negli anni Novanta aveva scosso il mondo della criminalità locale con la sua ferocia. Adesso sembra tornato, deciso a regolare vecchi conti in sospeso. Bob Oz è un detective con un passato doloroso e un problema con l’alcol e le donne, che compensa la mancanza di talento non arrendendosi mai. Il caso Gomez lo affascina, suo malgrado. E indagando, contro tutto e tutti, capisce che Lobo – “il lupo” – non è in cerca di vendetta, ma di giustizia.

 

Dalla fredda Norvegia, Jo Nesbo sposta la location della sua ultima fatica negli Stati Uniti, in Minnesota, e nello specifico, in un altrettanto fredda Minneapolis. Manca il leggendario Harry Hole (anch’egli negli States nell’ultimo capitolo della saga, Luna Rossa del 2023) e al suo posto troviamo, invece, il detective della MPD, Bob Oz, un uomo fragile, dal passato doloroso, in perenne lotta coi suoi sensi di colpa, che combatte affogando i suoi fantasmi nel bicchiere e passando da una relazione occasionale all’altra.

In una Minneapolis, in cui il proliferare delle armi prepara il terreno per gli anni bui (il romanzo si svolge nel 2016), segnati dal brutale assassinio di George Floyd (2020) e recentemente, da quelli ancor più efferati, di Renee Nicole Good e Alex Pretti commessi dall’ICE, Oz si mette sulle tracce di Tomas Gomez, un assassino prezzolato che negli anni ’90 si faceva chiamare Lobo, e che oggi ha ricominciato a uccidere senza un motivo apparente. Oz, che non perde occasione di mettersi in cattiva luce con colleghi e superiori, viene sospeso dalla Polizia, ma con l’aiuto della detective Kay Myers e di un affabile tassidermista, riesce a ricomporre i pezzi di un puzzle concepito con determinata precisione.

Come sempre, Nesbo è straordinariamente abile nel risucchiare il lettore in una trama efficacissima, costruita attraverso le soggettive di alcuni personaggi (lo stesso killer, il poliziotto corrotto Olav Henson, l’amica Kay Myers) e un susseguirsi di colpi di scena, che tengono incollati fino alla fine.

Se è ovvio che, in qualche modo, Oz è l’alter ego americano di Hole (la stessa dipendenza dall’alcol, lo stesso passato traboccante di fantasmi, la medesima fragilità emotiva, l’identico tormento interiore), nello specifico, Nesbo cerca di allontanarsi almeno un po’, dal consueto e vincente canovaccio. Da un lato, infatti, inserisce anche un suo alter ego, uno scrittore norvegese di thriller, che, anni dopo, nel 2022, torna a Minneapolis, nella comunità norvegese in cui era cresciuto da bambino, per ricostruire le vicende narrate nella trama principale; dall’altro, mai come prima, il romanzo risente di una forza valenza politica. Non solo constatazione di quel clima sociale, in cui serpeggia una violenza pronta a esplodere, e che, l’anno successivo, porterà Trump a vincere le elezioni, ma anche, e soprattutto, un j’accuse senza mezzi termini nei confronti di quel secondo emendamento della Costituzione americana, che sancisce il diritto dei cittadini di detenere e portare armi, con le esiziale conseguenze che riempiono la cronaca nera americana, passata e recente.

Non raggiunge i picchi di altri romanzi dello scrittore norvegese, ma L’impronta Del Lupo è un thriller che avvince dalla prima e ultima pagina, e Bob Oz, il poliziotto disarmato, impulsivo e tenace, che troverà un po’ di pace solo nel finale, si colloca nella galleria dei personaggi di Nesbo come uno dei più riusciti di sempre.

 

Blackswan, giovedì 16/04/2026

martedì 14 aprile 2026

The Boy In The Bubble - Paul Simon (Warner, 1986)

 


"The Boy In The Bubble" è il brano di apertura di quel capolavoro senza tempo di Paul Simon, intitolato Graceland (1986), ed è stato il primo brano su cui il musicista americano lavorò quando andò in Sudafrica nel 1985, per registrare con i musicisti delle township (le aree urbane segregate, destinate, durante l’apartheid, a ospitare solo popolazione di colore).

Simon, che si era appassionato alla musica sudafricana ben prima del suo viaggio, si imbatté in una canzone di un gruppo Sotho chiamato Tau Ea Matsekha, e se ne innamorò a tal punto da volerla registrare a tutti i costi. Il leader e principale compositore del gruppo era Forere Motloheloa, che suonava la fisarmonica a piano, ovvero una fisarmonica con i tasti di pianoforte su un lato. Simon riuscì a contattarlo e gli propose la collaborazione, che Motloheloa accettò di buon grado. Quando, successivamente, Simon arrivò agli Ovation Studios di Johannesburg, iniziò a registrare con il gruppo, rielaborando quel loro brano che tanto gli era piaciuto.

Motloheloa, però, proveniva dal Lesotho, un enclave montana del Sudafrica situata a circa 560 chilometri da Johannesburg, e non parlava inglese. Nonostante le loro enormi differenze culturali e musicali, Motloheloa e Simon non solo riuscirono a comprendersi e fare amicizia, ma riuscirono a sincronizzare le rispettive attitudini, in modo che il suono africano riuscisse a compenetrarsi perfettamente con lo spirito occidentale.

Quando da queste sessioni venne plasmato il suono distintivo che Simon cercava, il musicista trovò la spinta per esplorare ulteriormente la musica sudafricana, e proseguì il suo viaggio di ricerca, durante il quale lavorò con altri gruppi africani, incontrando molti musicisti che lo avrebbero poi accompagnato nel tour mondiale di Graceland.

Paul Simon, durante il suo soggiorno in Africa, dovette, però, destreggiarsi in un vero e proprio campo minato. Era, infatti, in atto un boicottaggio culturale delle Nazioni Unite, concepito per fare pressione sui leader politici sudafricani affinché abbandonassero la politica razzista dell’apartheid. Uno degli intenti del boicottaggio era tenere i musicisti popolari lontani da luoghi come Sun City, cittadina trasformata in un mega resort di lusso, dove le star della musica suonavano per la classe dirigente bianca del Sudafrica.

Il problema era che qualsiasi violazione del boicottaggio avrebbe potuto indebolire la forza delle sanzioni. Inoltre, molti abitanti del posto non erano contenti della visita di Simon. Si sosteneva, infatti, che Simon stesse usando i talenti africani per tornaconto personale – solo un altro bianco che saccheggiava il popolo africano – ma a dispetto di queste illazioni, il musicista pagava bene gli artisti locali e attribuiva i crediti di scrittura agli autori delle canzoni su cui basava i suoi brani. "The Boy in the Bubble" è, infatti, attribuita a Simon e Forere Motloheloa.

Le sanzioni create per il Sudafrica non solo avevano l’intento di tenere lontani dal Paese i musicisti stranieri, ma impedivano anche che la musica locale ne uscisse, tant’è vero che Simon, prima del viaggio, riuscì ad ascoltarla solo perché un amico gli diede una cassetta pirata. Graceland, in tal senso, fu un disco rivoluzionario perché fece conoscere il sound del Sudafrica al mondo e, oltretutto, a dispetto di quello che si pensava, attirò l'attenzione degli occidentali sulle lotte politiche che si combattevano in quel paese. Simon si prese un gran rischiò e ignorò tutti i dictat politici, perchè portò con sé in tournée alcuni dei suoi musicisti sudafricani preferiti, violando così le sanzioni verso il loro Paese.  Anche le leggende musicali sudafricane in esilio, quali Miriam Makeba e Hugh Masekela, si unirono al tour di Graceland, offrendo il loro sostegno al progetto di Simon.  

Simon scrisse il testo di questa canzone al suo ritorno in America: in Sudafrica, infatti, la sua preoccupazione principale era registrare la musica. Il musicista impiegò molto tempo per completare il testo, lavorando sulle liriche in modo che si fondessero alla perfezione con le ritmiche africane. 

 

"Era una giornata tranquilla

E il sole batteva

Sui soldati ai lati della strada

C'era una luce intensa

Le vetrine dei negozi si frantumavano

La bomba nella carrozzina"

 

A dispetto di quello che i versi poco sopra potevano fa pensare, il testo di "Boy In The Bubble" non riguardava specificamente l'esperienza africana vissuta da Simon in pieno apartheid, ma piuttosto le sue osservazioni personali sul fatto che la vita è piena di potenziale ma anche di tante sfide (“Questi sono i giorni del miracolo e della meraviglia”). Parlando con Rolling Stone, dopo l’uscita del singolo, Simon spiegò: 'The Boy In The Bubble si è trasformata in speranza e paura. È così che vedo il mondo, un equilibrio tra i due, ma con un'inclinazione verso la speranza". 

Una curiosità. L'album Graceland ha venduto circa cinque milioni di copie negli Stati Uniti, molto più che altrove, ma i singoli hanno avuto sorprendentemente scarso successo in classifica, poiché non si adattavano perfettamente a nessun formato radiofonico.

 


 

 

Blackswan, martedì 14/04/2026

lunedì 13 aprile 2026

Elles Bailey - Can't Take My Story Away (Outlaw Music/Cooking Vinyl, 2026)

 


Quando nel 2017, la britannica Elles Bailey pubblicò il suo album di debutto intitolato Wildfire, era facile intuire di trovarsi di fronte a una musicista di raro talento, pronta a guadagnarsi la ribalta, sia in ambito locale che internazionale. L’allora ventottenne aveva già le idee chiare, idee che nascevano da quel suo sguardo appassionato dritto verso le terre americane, di cui amava in modo viscerale la tradizione blues e soul. Quell’esordio, per nella sua integrità accademica, palesava un’inaspettata freschezza emotiva e metteva in mostra le doti vocali di una ragazza per la quale si sprecarono illustri paragoni con Janis Joplin e Beth Hart.

Da quell’anno, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchio, e la Bailey non solo ha confermato tutte le sue potenzialità, ma si è creata una sempre maggiore evidenza mediatica che l’ha portata a vincere con il suo disco del 2025, Beneath The Neon Glow, il premio come Miglior Vocalist Blues del Regno Unito e quello per il Miglior Album dell’anno. E non c’è da stupirsene.

La Bailey si circonda sempre di grandi musicisti, scrive testi sopraffini ed è un’interprete formidabile, grazie a un timbro roco intriso di soul e all’autenticità che traspare della sua musica. 

Questo nuovo You Can’t Take My Story Away si discosta dai precedenti concentrandosi sul tema della vulnerabilità, affrontato con grande onestà e trasporto. Gli undici brani che compongono You Can't Take My Story Away parlano, infatti, di come superare le difficoltà, riscoprire la fiducia in se stessi e affrontare il dolore di una delusione amorosa con coraggio e speranza. Al fianco della Bailey, il produttore Luke Potashnick che ha cesellato con grande eleganza tutti i brani, mettendo in risalto la consueta prova vocale della cantante, qui, intensa come mai, grazie a un pathos che da intimo si fa universale. 

La sua vulnerabilità e la sua forza si fondono in un mix esplosivo, come è del tutto evidente nell’iniziale title track, un brano soul, completo di fiati e coristi, levigato da una band affiatata che sembra suonare insieme da anni. Sostenuta da una melodia accattivante, la canzone parla di lasciarsi alle spalle una relazione tossica e uscirne vittoriosi (“There’s a Moment After All The Hurt, When You Finally Learn To Accept”).

"Growing Roots" è un altro brano notevole, che cavalca un ritmo funky e atmosfere anni '70, insufflando buon umore e pensieri positivi, mentre la Bailey canta di lasciar andare una storia d'amore, arrendersi all’inevitabile e trovare la propria strada. La sua voce scivola senza sforzo dal registro basso e profondo a quello più acuto, e grazie agli interessanti cambi di registro, al ritmo percussivo e alla chitarra essenziale, la canzone si sviluppa in modo impeccabile.

Sono numerosi i brani che lasciano amare fin dal primo ascolto. "Blessed", ad esempio è una ballata dalla melodia incantevole, accompagnata da archi, chitarra acustica e una sezione ritmica formidabile. È una canzone capace di toccare il cuore in un istante, una canzone che parla dell'essere amati per quello che si è, e che trova il suo punto di forza in un arrangiamento che fonde con misura e garbo il soprano melodioso della Bailey al basso acustico, alla batteria sobria e ai cori azzeccatissimi.

Da menzionare anche "How Do You Do It" canzone dalle atmosfere paludose in stile Little Feat, punteggiata da un pianoforte in stile New Orleans e dalla chitarra slide, e un paio di brani rock come "Take A Step Back" e "Angel", entrambi screziati di soul, in cui emerge il lato più aggressivo della cantante.

L'album si conclude con "Starling", una ballata per pianoforte, degno finale per una raccolta di canzoni senza una sbavatura, e brano simbolo dei temi affrontati in scaletta: qualunque cosa la vita ti tolga, la tua storia e i tuoi sentimenti restano tuoi.

Can't Take My Story Away è l’ennesima conferma di Elles Bailey come cantautrice e interprete di grande talento, capace di indagare a fondo la propria anima, offrendo un pugno di brani che bilanciano forza e vulnerabilità con una consapevolezza e un controllo impressionanti.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Blues, Soul

 


  


Blackswan, lunedì 13/04/2026

mercoledì 8 aprile 2026

The Gems - Year Of The Snake (Napalm Records, 2026)

 


Se ciò che amate è un rock onesto, sparato, molto melodico e con ovvi riferimenti ai decenni ’70 e ’80, richiamati, però, come fonte d’ispirazione e non come pedissequo copia incolla, il secondo album delle svedesi The Gems è quello che fa per voi.  

Già il precedente Phoenix, uscito nel 2024, aveva attirato l’attenzione su questo power trio tutto al femminile, che buttava il cuore oltre l’ostacolo con una musica, certo derivativa, ma interpretata con piglio sanguigno e con la consapevolezza di chi crede ancora che il rock non sia solo territorio per vecchi nostalgici, ma sia in grado di infiammare il cuore di giovani fan, pronti a suggerire al proprio papà che c’è ancora vita oltre i Led Zeppelin.

A differenza del suo predecessore, Year Of The Snake risulta essere meglio prodotto e più centrato sulla melodia e gli anni’80, ma mantiene comunque quella eterogeneità che rende l’ascolto divertente e, soprattutto, avvincente.

Si parte come di consueto con un brano, in questo caso intitolato "Walls", che si discosta dal resto della scaletta, quasi fosse uno specchietto delle allodole per condurre gli ascoltatori altrove: synth, voci sovrapposte e una melodia pop immediata. 

Un carezza prima della bordata della title track che parte sparata come una canzone dei Motorhead, prima di aprirsi in un refrain a la Halestorm da cantare tutti insieme sotto il palco, mettendo fin da subito in mostra le qualità tecniche di tre ragazze cazzute assai: Emlee Johansson alla batteria pesta come un martello pneumatico, Mona Lindgren al basso e alla chitarra fa il diavolo a quattro, e la cantante Guernica Mancini sprinta alla grande, con un’estensione forse non esagerata, ma con una grinta che mette a sedere tutti.

Non è tempo di detergersi il sudore dalla fronte, perché la scaletta continua con l’accattivante "Gravity" (con cameo di Tommy Johansson dei Sabaton), un tirato hair metal che gira a mille dalle parti degli Europe e la più pesa "Diamond In The Rough", trainato da un riffone alla Whitesnake e corroborato da una prova vocale spaccatutto dell’ottima Mancini. "Live And Let Go" è, invece, il prototipo di hit radiofonica e manda a memoria la lezione dei Def Leppard di Pyromania: è potente, veloce, orecchiabile e mette in mostra un incredibile lavoro alla chitarra della Lindgren.

E se "Clout Chaser" esalta l’attitudine innodica della band, rispolverando quei tropi rock alla Joan Jett, un po’ usurati, ma sempre efficaci, "Hot Bain" è un incalzante boogie rock che mette un piede in Texas e fa ciao ciao con la manina agli ZZ Top.

La seconda parte del disco è meno incisiva della prima, ma si ascolta che è un piacere. "Forgive And Forget" è una power ballad da pilota automatico inserito, ma coinvolgente grazie alle consuete e scintillanti linee vocali della Mancini, il riff saltellante di "Go Along To Get Along" chiama ancora in causa i Whitesnake, "Fire Bird" riesuma la sfacciataggine aggressiva dei Motley Crue, "Buckle Up" è un rock blues col ringhio stampato in faccia, mentre la conclusiva "Happy Water" è un furiosa sciabolata hard rock con una spolverata di cazzimma quasi punk, che chiude il disco con una zampata che lascia il segno.

Year Of The Snake ha perso un po’ dell’effetto sorpresa che aveva entusiasmato con Phoenix, ma, per converso, mette in mostra le doti consolidate di un trio che sa spingere sull’acceleratore senza perdere di vista un irresistibile impianto melodico, e rifinisce ulteriormente uno stile, a due passi dall’essere veramente distintivo.

Voto: 7,5

Genere: Rock, Hard Rock 




Blackswan, mercoledì 08/04/2026

martedì 7 aprile 2026

Unwritten - Natasha Bedingfield (BMG, 2004)

 


Una canzone pop irresistibile, una progressione melodica uncinante, ma anche un allegro testo motivazionale, coinvolgente e buono per tutte le occasioni. "Unwritten" parla di vivere la vita al massimo, di non pianificare tutto, perché non si sa mai cosa può succedere. Ogni giorno è una pagina bianca e sta a noi riempirla. La canzone trasmette l'idea di tenere gli occhi aperti per tutte le possibilità che la nostra vita ci regala e di essere pronte ad afferrarle.

Natasha Bedingfield ha dichiarato alla rivista Seventeen che questa canzone parla di "non preoccuparsi e basta". Ha spiegato: "Ho iniziato ad avere dei veri sogni a 17 anni, ma avevo sempre paura che la gente mi prendesse in giro. Alla fine ho detto: 'Va bene. Scriverò canzoni, anche se sono brutte. Continuerò a scrivere finché non diventerò brava'".

E così è stato: alla fine Natasha è diventata una star proprio grazie a "Unwritten" (numero uno nelle classifiche inglesi), un brano dal retroterra in qualche modo autobiografico e personale.

Il fratello di Natasha Bedingfield, Daniel Bedingfield, cantante molto noto in Gran Bretagna, ha collezionato una serie di successi all'inizio degli anni 2000 e in ogni intervista che rilasciava, elogiava la sorellina. I suoi continui elogi hanno portato Natasha a trasferirsi a Los Angeles per lavorare con dei guru della composizione. Un'esperienza fantastica per la sua carriera, ma che la allontanò dal fratellino Joshua, che stava per compiere quattordici anni. Impossibilitata a essere presente al compleanno e a fargli un regalo, la Bedingfield ha fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi pop star: ha scritto una canzone per lui.

"Unwritten" è quindi una canzone scritta pensando a un quattordicenne, un’età in cui vuoi disperatamente essere preso sul serio, ma allo stesso tempo tutti ti chiedono cosa farai della tua vita. E’ un grido di liberazione dalle catene delle aspettative, un’ode alla pagina bianca che rappresenta il futuro di ogni bambino, un futuro che aspetta solo di essere scritto.

Tuttavia, per quanto il tema sia personale, la canzone, nel tempo, ha acquisito significati diversi a seconda di chi l’ascolta. In un’intervista a PopEater, Natasha disse: "Ho scritto 'Unwritten' per mio fratello, per il suo 14° compleanno, era una canzone molto personale. La sua vita mi ha ricordato come le persone ci facciano sentire come se dovessimo avere già tutto sotto controllo. Dobbiamo già scegliere quale università frequentare, quale materia studiare, e non sappiamo ancora molto della vita. Quindi quella era una storia molto personale sulla mia vita, sulla sua vita… È stato, però, fantastico incontrare persone per cui la canzone significava altro. Molti l'hanno suonata alla loro laurea, altri la suonano ai loro matrimoni, eccetera."

Il brano fu scritto dalla Bedingfield insieme alla songwriter Danielle Brisebois, insieme alla quale convisse per un certo periodo. Il ritornello è stato ispirato da un giorno in cui Brisebois non era riuscita a prendere l'autobus ed era rimasta inzuppata sotto un acquazzone. Eppure, si sentiva fortunata: tutte quelle persone in autobus o in macchina si stavano perdendo la semplice gioia della pioggia sulla pelle. 

"Unwritten" gioca un ruolo importante nella commedia romantica del 2023 Anyone But You (Tutti Tranne Te), una rivisitazione moderna di Molto Rumore per Nulla di Shakespeare. La canzone viene suonata e cantata da diversi personaggi durante il film e, mentre scorrono i titoli di coda, il cast canta a squarciagola il testo, un giocoso omaggio ai finali festosi delle commedie di Shakespeare. Grazie alla sua sincronizzazione con "Anyone But You", la canzone è tornata nella Top 40 della classifica dei singoli del Regno Unito nel gennaio 2024, raggiungendo infine il 12° posto.

 


 

 

Blackswan, martedì 07/04/2026

giovedì 2 aprile 2026

The Black Crowes - A Pound Of Feathers (Silver Arrow, 2026)

 


Quando nel 2024, dopo uno iato lungo undici anni, i Black Crowes sono tornati sulle scene con Happiness Bastards, nel recensire l’album, il nostro Jacopo Bozzer (Loudd.it) scriveva che quello era “il disco più diretto e rock and roll dei Black Crowes dai tempi di By Your Side”. In poche parole, coglieva l’essenza di un ritorno sulle scene, il cui risultato finale non era per niente scontato.

Come altre band formate da fratelli (qualcuno ha detto Oasis?), la storia dei Black Crowes, prima dello scioglimento, era stata caratterizzata dai continui litigi fra Chris e Rich Robinson, due con se le mandavano a dire e, talvolta, se le dicevano a schiaffoni. Poi, dopo aver dedicato anni alle proprie rispettive carriere e a ignorarsi con distaccato disprezzo, il miracolo è avvenuto e i due ragazzacci hanno provato a vedere l’effetto che fa a condividere il palco e a scrivere di nuovo canzoni insieme. Il risultato, come detto, non era scontato, tanto che i più sospettosi, all’annuncio che il leggendario marchio di fabbrica stava per essere rispolverato e tirato a lucido, già suggerivano che la riappacificazione fosse suggerita da motivazioni, ça va sans dire, di opportunità economica. E invece…

Invece, la riconciliazione tra Chris e Rich Robinson ha portato nuova linfa alla loro musica, innescando nuovamente una miccia rock’n’roll per un’esplosione di energia che non si ricordava da tempo. Così, a volerci scherzare un po’ su, parafrasando l’amico Bozzer, verrebbe da dire che questo nuovo A Pound Of Feathers è il disco più diretto e rock’n’roll dai tempi di Happiness Bastards. Perché se quel ritorno era dannatamente scoppiettante, il sophomore della rinascita lo è anche di più.

Eccoci qui, allora, trentasei anni dopo l’esordio Shake Your Money Maker, a parlare di una band che sembra più affamata che mai. La qualità del songwriting è, come sempre, brillante, ma questa nuova uscita trasuda una grinta che ha alzato l'asticella rispetto a quanto fatto prima, catturando il lato selvaggio dei loro concerti e distillandolo in studio senza perdere un grammo della loro salvifica ruvidezza. Ritroviamo senza dubbio l'arroganza alla Rolling Stones e le armonie southern rock di un tempo, ma la grinta aggiunta riflette un equilibrio tra la rabbia che la maturità porta con sé, quando si riflette sul mondo, e la sicurezza in sé stessi che offre una base più solida rispetto alla presunzione giovanile (e quanto dannatamente tracotanti erano i giovani Black Crowes?).

E’ proprio questa la carica che i fratelli Robinson hanno fatto esplodere nel brano d'apertura e singolo principale "Profane Prophecy": lo spirito di Jagger e Richards è palpabile, ma la belligeranza della voce e la grinta del riff aggiungono un tocco selvaggio, carico di pericolo ed eccitazione, che gli Stones sembrano essersi lasciati alle spalle molti anni fa.

C’è un lato rozzo e feroce che marchia a fuoco fin dall’inizio l’intera scaletta, uno sfacciato esibizionismo e un dissolutezza che ci si aspetterebbe da una band molto più giovane, come se quel marchio di “salvatori del rock’n’roll” dato negli anni ’90 alla band, tornasse nel cuore dei due fratelli con un’urgenza indifferibile.

Non stupisce allora che il disco continui con "Cruel Streak", un blues rock sfrontato che è una vera e propria dichiarazione d'intenti, un’onda in piena che tutto travolge, mentre l’ascoltatore trattiene il fiato, pervaso dall’inquietudine di trovarsi di fronte a tanta rabbiosa cattiveria (ascoltate come canta infoiato il buon Rich: brividi!).  

C'è molto da celebrare in A Pound Of Feathers, molte canzoni da tenersi strette per la conta finale, quella che stabilirà il miglior disco rock dell’anno. "Pharmacy Chronicles" rallenta il passo attraverso un ballatone cinque stelle prevalentemente acustico, che offre una progressione melodica da lasciare senza fiato, e mentre la goduria dell’ascolto solleva verso terra, la scalciante "Do The Parasite!" colpisce alla bocca dello stomaco con un’irruenza garage punk, difficile da trovare in tutta la discografia dei Black Crowes.

Quattro canzoni da punto esclamativo, che basterebbero da sole a convincere qualsiasi neofita ad acquistare in blocco l’intera discografia della band.

Di carne al fuoco, però, c’è ne molto altra e la grigliata non è finita. Per dire: esiste gente che venderebbe la mamma per scrivere "High & Lonesome", un mid tempo che fonde nervature soul e atmosfere desertiche, scartavetrate da una chitarra acida di psichedelia.

Breve ma intensa, "Queen Of The B-Sides" aggiunge alla scaletta un blues acustico dalle sfumature country, prima che il gruppo si scateni con "It's Like That", un rock assassino, figlio degli Stones più sporchi e sguaiati e con "Blood Red Regrets", oscura e tempestosa, ruvida al punto di scartavetrare padiglioni auricolari non abbastanza scafati. E se "You Call This a Good Time?" parte a razzo come nella miglior tradizione Ac/Dc, i riff sinuosi di "Eros Blues", sparigliati da una fremente tensione hard rock, anticipano la suspense inquietante e le atmosfere torbide della conclusiva "Doomsday Doggerel", chiosa benedetta dagli effluvi allo zolfo di un patto col diavolo.

Già, perché i fratelli Robinson, per tornare a questi livelli d’ispirazione, a qualcuno, l’anima, devono per forza averla venduta. Se no, non si spiegherebbe un disco come A Pound Of Feathers, che non solo conferma che i Black Crowes sono tornati alla grande, ma, azzardo, anche nella loro miglior versione dai tempi di una giovinezza che, oggi, sembra diventata eterna.

Voto: 9

Genere: Rock

 

 



Blackswan, giovedì 02/04/2026