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venerdì 30 ottobre 2026

Europe - Come This Madness (Silver Lining Records, 2026)

 



Alla storia degli Europe è indissolubilmente legato un titolo, di una canzone e di un album: The Final Countdown. Era la seconda metà degli anni ’80, e questa signature song, insieme a "Carrie", "Rock The Night" e "Superstitious", regalò alla band svedese il successo planetario e fama imperitura. Oggi, quel suono distintivo, quel metal cotonato, quel rock patinato e, per certi versi, anche elegante, non esiste più. Quegli Europe sono diventati un’altra cosa, e pur riportando in luce, talvolta, alcune caratteristiche di quel suono ormai antico, hanno dimostrato più volte di essere molto più che i semplici autori di "The Final Countdown", continuando a sfornare dischi che testimoniano di un orizzonte creativo decisamente più vasto.

Tuttavia, sono trascorsi ben nove anni dall'ultimo album in studio, tanto che i molti fan si sono spesso domandati quale versione del quintetto nordico sarebbe stato incarnato da un eventuale nuovo lavoro. L'attesa è finalmente finita. Con Come This Madness, gli Europe tornano sulle scene con il loro dodicesimo album in studio, composto da undici brani inediti, la cui ispirazione non è più rivolta al loro periodo d’oro, bensì a un hard rock di stampo settantiano, rielaborato, però, con piglio moderno e con un’attitudine compositiva più ricercata e meno prevedibile.

L'album si apre con "One on One": una breve introduzione orchestrale lascia il posto a una linea di basso distortissimo e dal dal ritmo coinvolgente, definendo subito l'atmosfera. Il brano è attraversato da una vena più cupa, che gli Europe bilanciano però con melodie eleganti, capaci di evocare immediatamente la loro inconfondibile identità sonora.

Scelta come secondo singolo dell'album, l'eccellente "The Cult of Ignorance", riannoda i fili con il passato grazie al riff iniziale di synth e a un ritornello incisivo dal sapore eighties, mentre le strofe sono potenti e rumorose e il testo affronta un tema di grande attualità: la crescente ignoranza nella società odierna. Brani come questo dimostrano come gli Europe abbiano continuato a evolversi senza mai perdere di vista le radici che hanno reso il loro sound così distintivo fin dagli esordi.

Il pezzo crea un'atmosfera che prosegue nella title track, "Come This Madness". Qui, gli Europe riflettono sulla natura sempre più caotica del mondo attuale e la musica alterna riff rabbiosi a un tono lievemente malinconico, che trova il suo apice nella splendida stasi melodica che divide il brano in due parti e che viene spazzata via da una ripartenza al fulmicotone, rapidissima e violenta, e da un assolo spettacolare di John Norum.

Non mancano ovviamente le ballate, registro trattato con una consapevolezza melodica unica. "This Time of Year" rappresenta uno dei momenti più emozionanti dell'album: linee melodiche intense e la voce inconfondibile di Joey Tempest conferiscono al brano il giusto respiro, senza mai scadere nell'eccessivo sentimentalismo. È l'ennesima dimostrazione di come gli Europe sappiano trasmettere grande intensità emotiva senza bisogno di alzare il volume delle emozioni al massimo.

Con "In a Different World", la band torna a legare i testi alla realtà che ci circonda, trovando al contempo un solido equilibrio tra melodia e un'atmosfera decisamente cupa.

"Scandinavian Eyes" imbocca poi una strada diversa: l'apertura di stampo sinfonico introduce un brano saldamente ancorato alle sonorità degli anni Settanta. Sebbene i Deep Purple (riferimento immediato) e l'epoca d'oro dell'hard rock ne costituiscano chiaramente il modello d'ispirazione, gli Europe infondono nell'arrangiamento una personalità tale da rendere il pezzo perfettamente coerente con il resto dell'album. Il risultato è un brano hard rock denso e suggestivo, capace di trasportare quelle atmosfere rétro nel presente senza mai dare l'impressione di una lezione di storia. 

Meno incisiva è "Takin’ It Back", un brano che, sempre sull’onda dell’hard rock anni ’70, si lascia ascoltare con estrema facilità, pur senza lasciare un segno indelebile paragonabile a quello di altre tracce dell'album. Segue "In the Absence of Grace", un breve intermezzo che mette in primo piano la tastiera di Mic Michaeli e la voce (ancora meravigliosa) di Joey Tempest. Si tratta di un momento più intimo, che precede l'ingresso del riff pesante di "The Angels Must Have Flown", le cui linee melodiche fluide conquistano gradualmente l'ascoltatore, grazie anche ad alcune sfumature anni '70 sapientemente integrate nell'arrangiamento.

"The Devil’s Back" si presenta come un hard rock innodico, compatto e dai toni più cupi, pur senza risultare mai realmente tetro. Il punto di forza è il ritornello, costruito su una melodia estremamente orecchiabile che entra in gioco quasi subito: è il classico brano degli Europe che sa esattamente come e dove colpire nel segno, anche in questa ennesima citazione settantiana. 

Un pattern di pianoforte elettrico apre la conclusiva "Nothing Can Follow This", ennesimo momento di grande impatto, in cui un’oscura tensione si coniuga perfettamente con quella sicurezza melodica che è da sempre un marchio di fabbrica della band.

Come This Madness rappresenta un’aggiunta significativa alla discografia degli Europe ed è, probabilmente, il miglior disco della loro seconda parte di carriera. La band mantiene intatti i propri tratti distintivi, continuando al contempo a far evolvere il proprio sound in un perfetto bilanciamento fra melodie orecchiabili e fremente grinta. Al centro di tutto vi sono cinque musicisti che suonano insieme da decenni e che continuano a mettere le canzoni davanti all’indiscussa qualità tecnica. E, dopo nove anni di assenza dagli studi di registrazione, è davvero un ottimo modo per tornare sulla scena.

Voto: 8

Genere: Hard Rock

 


 


Blackswan, venerdì 30/10/2026

mercoledì 28 ottobre 2026

September - Earth, Wind & Fire (Columbia, 1978)

 


Ci sono canzoni che sono l’incarnazione in note della felicità, canzoni che trasmettono allegria e che fanno sentire leggeri e ottimisti chi le ascolta. Allora, fate così: mettete sul piatto "September" degli Earth, Wind & Fire e fatemi sapere quanto vi sentite bene.

Il brano fu scritto da Allee Willis, cantautrice originaria di Detroit e co-autrice di molti successi della band, insieme a Maurice White e Al McKay, due colonne portanti della band di quegli anni. Questa è stata la prima canzone che la Willis scrisse con il gruppo e per prepararsi a farlo, dovette affrontare una piccola “gavetta letteraria”.

La musica degli EW&F, infatti, era fortemente ispirata alla filosofia orientale, con una visione incredibilmente positiva della vita, e i testi delle loro canzoni non erano tipici della musica soul di quel periodo. Quando la Willis entrò in studio il primo giorno di registrazioni, White la mandò subito alla Bodhi Tree, una libreria molto spirituale che si trovava a Los Angeles. Su specifico invito del cantante, lì comprò molti libri che trattavano di filosofia e spiritualità, e per due tre mesi si immerse completamente nella lettura, cercando di decifrare quel linguaggio che era lo stesso che animava le canzoni della band.

Una volta pronta, la cantautrice entrò in studio per scrivere e registrare, e appena varcata la soglia ascoltò la breve introduzione di chitarra di "September", e tra sè e sé pensò: “'Oh Dio, ti prego, fa' che sia questo il brano su cui vogliono lavorare con me. Questo sarà sicuramente un successo”.

 

Per quanto riguarda la musica, l’idea per la canzone venne a White in un luogo insolito: una stanza d'albergo a Washington DC, mentre in strada si svolgeva una sorta di protesta. Fu lui stesso a raccontarlo: "C'erano tutti questi tizi che urlavano, lanciavano oggetti e impazzivano, e questa melodia è nata spontaneamente".

Ed ecco il celebre incipit, di cui ai tempi, e negli anni a venire, si fece un gran parlare:

"Do you remember

The 21st night of September?

Love was changin' the minds of pretenders

While chasin' the clouds away"

 

Esistono, infatti, molte teorie sul significato della "21esima notte di settembre", e fino al 2018 persino la co-autrice della canzone, Allee Willis, non riusciva a dare una risposta esaustiva: Maurice White le aveva detto che non aveva un vero significato e che era stata scelta perché suonava bene foneticamente.

White morì nel 2016, due anni dopo. La Willis restò in contatto con la famiglia del cantante e un giorno, mentre pranzava con la vedova, Marilyn, ebbe finalmente la rivelazione: la donna le disse che il 21 settembre era la data prevista per la nascita del loro figlio, Kahbran, e che Maurice aveva inserito quella data specifica nella canzone come un messaggio segreto. Kahbran nacque poi il 1° agosto, una data che sicuramente non avrebbe avuto lo stesso impatto come testo.

Durante la lavorazione del brano, ci fu un momento di frizione fra la Willis e White a proposito del ritornello e delle parole "Ba-Dee-Ya".: 

"Hey, hey, hey
Ba-dee-ya, say, do you remember?
Ba-dee-ya, dancin' in September
Ba-dee-ya, never was a cloudy day"

Allee Willis non sopportava assolutamente testi senza senso o frasi incomplete. Disse: “Non possiamo lasciare bada-ya nel ritornello, deve significare qualcosa”. Ma poi cambiò idea quando il cantante le rispose: “No, va benissimo. È quello che la gente ricorderà. Lo lasciamo”. L’idea di Maurice White, infatti, è sempre stata quella di non lasciare che il testo primeggiasse sul groove e la melodia, per lui contava solo l’emozione e nient’altro.

 

Questo brano fu scritto appositamente per la raccolta dei più grandi successi degli Earth, Wind & Fire, The Best of Earth, Wind & Fire, Vol. 1. Insieme alla loro cover di "Got To Get You Into My Life" dei Beatles, è stata una delle due nuove canzoni incluse nella scaletta del disco, che è diventato il loro lavoro più venduto e ha aiutato la band a raggiungere un pubblico ancora più ampio.

Una curiosità. Il 13 aprile 2018 Taylor Swift pubblicò una versione eterea di questa canzone, con banjo e chitarra acustica, che scatenò l'ira sui social media. La sua registrazione faceva parte di una promozione di Spotify e la popstar spiegò di averla interpretata per "ragioni sentimentali" e perché il mese di settembre è quello in cui si è verificata una delle sue rotture amorose più dolorose. L’unico che prese le sue difese fu Philip Bailey, twittando: "La musica è libera così... Non ho altro che amore per te".

 


 

 

Blackswan, mercoledì 28/10/2026

lunedì 26 ottobre 2026

Greta Van Fleet - Palace For The People (Republic Records, 2026)

 


Esce un nuovo al bum dei Greta Van Fleet e c’è ancora gente che, non avendo probabilmente ascoltato una sola canzone della band americana, continua a ritenerli, con la prosopopea e la pigrizia intellettuale che contraddistingue i vecchi tromboni, una copia sbiadita dei Led Zeppelin. Dio, che noia! Come se la storia del rock non fosse puntellata da scelte derivative, copia incolla più o meno riusciti o furti con destrezza. Come se una pletora di band, che oggi vanno per la maggiore e godono dell’endorsement delle riviste fighette, non abbia saccheggiato le idee contenute nei dischi delle loro fonti di ispirazione. Insomma, lo fanno tutti. Quello che cambia la prospettiva è come lo si fa.

Il gruppo originario del Michigan ha senz’altro reso onore e venerato gli dei nella chiesa eretta nel nome di Sant Plant e Sant Page, ma non con la cieca devozione dell’ortodosso, bensì con l’entusiasmo di quattro giovani che hanno scoperto la bellezza e la grandezza di un suono. Giovani che non si sono limitati, però, a recepire in modo pedissequo una pagina di storia, ma che l’hanno riscritta, nel corso del tempo, plasmandola con nuovo idee e una personalità sempre più distintiva. Hanno inseguito un sogno, ma l’hanno rimodellato ogni volta con maggiore consapevolezza e crescente maturità.

Per realizzare Palace for the People, che arriva dopo tre anni dall’ottimo Starcatcher, i GVF si sono ritirati in Tennessee per scrivere e registrare, liberi dalle consuete e pressanti dinamiche (tournée, interviste, etc.) e si sono affidati alle sapienti mani del produttore Mike Elizondo nel suo studio vicino a Nashville, completando l'album nel giro di circa quattro settimane. Il materiale è nato da demo incompiute, brani abbozzati e nuove composizioni emerse proprio durante le sessioni di registrazione.

La presenza di Elizondo è sicuramente uno degli elementi distintivi dell’album. Il suo percorso come produttore spazia, infatti, attraverso i generi più disparati (metal, rock, hip-hop, R&B, pop), circostanza, questa, che ha evidentemente colpito una band alla ricerca di qualcuno capace di comprendere l'architettura di brani poco lineari, senza temere l'eventualità di abbattere una parte della comfort zone e dare vita a stimoli creativi perfettamente realizzati all’interno di un suono cristallino e avvolgente.

C’è qualcosa di vivo in questo disco, qualcosa che ha a che fare con una diversa consapevolezza: non proprio una reinvenzione, semmai una evoluzione che non rinnega completamente le origini da cui la storia della band è nata.

Il bellissimo strumentale, "Into the Beginning", che apre l’album, è una sorta di elegante tappeto rosso steso per accogliere il nuovo corso. Un brano dal sapore cinematografico che introduce la bellezza stordente di "Tear It Down", rock solido e potente, che si allontana dalla calligrafia settantiana e gode di un impianto melodico irresistibile.

"Play Your Games", una delle manifestazioni più evidenti della nuova maturità del gruppo, possiede quella spavalderia che, fin dagli esordi, ha reso impossibile ignorare i Greta Van Fleet, anche se ora c’è più respiro attorno al brano. Quei giovani che un tempo sembravano inseguire i fantasmi del rock anni ’70 hanno maturato un’esperienza tale da capire che i fantasmi sono più utili quando si smette di cercare di imitarli.

"Saw You Stand" è forse il brano più bello dell’intero lotto: inizia quasi delicatamente, per poi espandersi in quel tipo di imponente rock ballad che i Greta Van Fleet sono ormai in grado di eseguire a occhi chiusi. La voce di Josh Kiszka svetta sul brano, ancora capace di quel sorprendente grido nel registro acuto, ma con una punta di disperazione in meno rispetto al passato. Il cantante ha imparato a trattenersi e a esplodere nei suoi gorgheggi distintivi solo quando necessario.

L’ambizione del disco si fa più interessante quando la band si allontana dal consueto vocabolario blues rock. "Lost in the Golden" sfrutta sonorità mediorientali per creare qualcosa di insolito, dal sapore allucinatorio, "Tough Again" unisce un cantato intriso di malinconia, una batteria poderosa e ampie sezioni di archi, richiamando la grandiosità del rock classico senza limitarsi a una mera imitazione.

Altrove, la band introduce strumenti e tessiture sonore che sarebbero apparsi improbabili per i Greta Van Fleet degli esordi: ottoni, archi, no shanai (strumento simile all’oboe), percussioni insolite e influenze che attingono alla musica sufi, alle tradizioni indiane e al folk dell'Europa orientale. L'intento non è quello di rivestire la musica rock con abiti esotici, bensì di aprirsi, di lasciar respirare le canzoni, attingendo da culture lontane, solo apparentemente conflittuali.

Palace for the People raccoglie elementi da tutte e quattro le fasi precedenti della band, riunendoli sotto lo stesso tetto. Ritroviamo la vecchia grinta blues-rock, le atmosfere psichedeliche, l’inclinazione per il progressive, le ballate e i grandi picchi vocali. Ma c’è anche l’influenza di tutti i luoghi in cui questi quattro musicisti hanno viaggiato. Sono andati nel mondo e ne sono tornati trasformati: hanno costruito un grande palazzo, in cui suonare in assoluta libertà, in cui la contaminazione non è solo estemporaneo stupore, ma connessione e integrazione.

C’è una grandeur di fondo che ha sempre distinto i loro lavori e c’è una grammatica musicale che resta indissolubilmente legata al rock classico. Questo è il loro difetto principale ma anche la miglior virtù. Sono nati cercando di replicare un suono, ma chi non l’ha mai fatto negli ultimi trent’anni di musica? Non si può pretendere che siano qualcosa che va contro la loro natura, perché il crimine non è prendere in prestito, ma non avere nulla di nuovo da dire. E in tal senso, i Greta Van Fleet sono sempre riusciti a rimodellare le proprie fonti d’ispirazione aggiungendo nuove idee e personalità.

Questo nuovo disco non è, quindi, un manuale di storia e tanto meno un trattato di archeologia: è il rock che sopravvive al logorio del tempo, un luogo in cui rifugiarsi e sentirsi dannatamente bene, è, soprattutto, un ponte fra generazioni, una scossa ad alto voltaggio per scuotere i più giovani, per ricordare loro che ciò che è stato può essere ancora, basta avere una chitarra elettrica e suonarla con passione.

Le porte del palazzo sono aperte per tutti, gli amplificatori sono caldissimi, l’aria è sovraccarica di elettricità, la tensione è massimale. Il sacro rito del rock’n’roll sta per avere inizio. Ancora una volta.

 


 

Blackswan, lunedì 26/10/2026

venerdì 23 ottobre 2026

Velveteen Queen - The Greater Good (Silver Lining Records, 2026)

 


Per quanto sia evidente la natura squisitamente derivativa del progetto, i Velveteen Queen, band fondata a Goteborg (Svezia) nel 2021, fin dall’album d’esordio, hanno dimostrato di saper rileggere una delle pagine dorate del rock statunitense con gusto personale e piglio moderno. Il quintetto di Göteborg propone, infatti, un hard rock fortemente legato agli anni '80, i cui riferimenti stilistici trovano le proprie radici in band del calibro di Guns N’ Roses e Motley Crue, solo per citarne un paio. Tuttavia, ascoltando questo nuovo The Greater Good non si ha mai l'impressione di una band che cerchi semplicemente di replicare i fasti del passato. I Velveteen Queen colgono l'attitudine, l'energia e le atmosfere di quell'epoca, portandole nel presente senza trasformare il tutto in un semplice viaggio nostalgico.

Un approccio evidente fin dal brano di apertura, "Too Far Gone": un pezzo rock energico e graffiante, non privo di un alto tasso melodico, una partenza a razzo che riporta l’ascoltatore a calcare l’asfalto del Sunset Strip, in quegli anni in cui la sporcizia di strada era l’essenza di un rock selvaggio, sguaiato e senza compromessi.  A seguire, la title track, caratterizzata da un'apertura più cupa guidata dal pianoforte, prima che un ritmo incalzante prenda il sopravvento e spinga il brano con un tiro dritto e letale. Dal punto di vista dei testi, la canzone affronta i temi dell'apatia e dell'inganno nel mondo moderno, chiarendo subito che la band svedese evita i tropi sgualciti del genere (alcol e figa, ça va sans dire) per cercare un approccio più di sostanza.  

Con "Adrenaline", i ragazzi di Göteborg lasciano emergere qualche sfumatura alla Buckcherry senza però perdere la propria identità: la canzone ben riflette la tensione contenuta nel titolo e sprigiona quell'energia irrequieta che dà la sensazione di una scarica di adrenalina iniettata direttamente in circolo.

Ottima, anche la potente "Can’t Go Back in Time", uno dei pezzi più duri dell'album, caratterizzato da un'atmosfera oscura e da un ritornello che si manda a memoria in un attimo.

Uno dei vertici della scaletta arriva quando si spengono i motori e la band si raccoglie in un momento più intimo. Ogni album hard rock che si rispetti deve includere una ballad, e i Velveteen Queen assolvono al compito senza cadere nei soliti cliché: "Chains" riesce a svincolarsi dagli schemi convenzionali, bilanciando un'atmosfera più raccolta con la naturale attitudine rock della band.

Dopo aver mostrato il loro lato più morbido in "Chains", i cinque musicisti di Göteborg cambiano marcia con "It Ain’t Over", brano dal groove spacca sassi e dall’irresistibile gancio melodico, mentre la successiva e martellante "Liar" spinge il piede sull’acceleratore fino a lambire territori metal.  

E se "Sorry" torna al registro della ballata, caratterizzata da una prova stellare del cantante Samuel Nilsson, "Try (To Believe Me)" chiude l’album riportando in primo piano le sonorità ruvide tipiche degli anni ’80. Il brano si muove agilmente su ritmi mid-tempo, con un'eco che richiama gli Aerosmith e che attraversa l’arrangiamento senza però diventarne l’elemento dominante. Nella sua essenza, è un pezzo sleaze rock trainato da chitarre incisive e assoli eccellenti: il modo ideale per concludere la scaletta.

The Greater Good è un album che diverte dall'inizio alla fine, senza cedere alla tentazione del filler. Ogni brano ha un suo motivo d’essere, ogni brano è connotato da una forza espressiva che fa tremare le casse dello stereo. E se è vero che non c’è nulla che non abbiamo già ascoltato in quegli indemoniati anni ’80, la solida perizia tecnica e la personalità compositiva della band rende la proposta decisamente credibile.

Play it loud.

 


 

 

Blackswan, Venerdì 23/10/2026

mercoledì 21 ottobre 2026

Silver Springs - Fleetwood Mac (Warner, 1976)

 


Una canzone splendida, una delle più belle del repertorio dei Fleetwood Mac, che, però, strano a dirsi, dovette attendere anni prima di comparire su un album. Stevie Nicks scrisse "Silver Springs" dopo la rottura con Lindsey Buckingham, il chitarrista della band e suo fidanzato di lunga data. Voleva essere sicura che lui non si dimenticasse mai di lei, come è evidente dal verso "Ti seguirò finché il suono della mia voce non ti perseguiterà", che non lascia dubbi sul dolore e il risentimento della cantante quando la loro storia finì.

Il brano si prende davvero il suo tempo, si sviluppa a lenta combustione con due strofe e un pre-ritornello che anticipano il famoso refrain, che si può ascoltare a due minuti e quindici secondi dall’inizio. 

 

"Il tempo ti ha stregato, ma tu non mi dimenticherai

So che avrei potuto amarti

Ma tu non me l'hai permesso"

 

Segue una pausa strumentale, e poi il ritornello ritorna con l'aggiunta di questi versi: 

 

"Ti seguirò finché il suono della mia voce non ti perseguiterà

Dammi solo una possibilità

Non riuscirai mai a sfuggire al suono della donna che ti ama"

 

La canzone non raggiunge mai un vero e proprio climax, ma di certo lascia il segno.

L'idea per il titolo venne alla Nicks quando vide un cartello con la scritta "Silver Spring", nel Maryland (appena a nord di Washington, DC) mentre era in macchina con Buckingham. Il nome le sembrava così bello che decise di utilizzarlo per una canzone che stava scrivendo, modificandolo leggermente in "Silver Springs".

"Silver Springs", come detto, è un classico del songbook dei Fleetwood Mac, eppure, nonostante il brano fosse stato registrato nel 1976 per l’album Rumours, non venne incluso in scaletta. All'epoca, la selezione dei brani per gli album doveva essere molto accurata, perché lo spazio sui dischi in vinile era limitato, e Rumours era stracolmo di grandi canzoni, tanto che divenne uno degli album più venduti della storia.

Così "Silver Springs" fu scartata per fare spazio a un'altra canzone scritta della Nicks, intitolata "I Don't Want To Know", che il resto della band preferiva e che si adattava meglio all'album perché più corta. Stevie fu molto contrariata dalla decisione e prese in considerazione l'idea di rifiutarsi di cantare "I Don't Want To Know" per protesta, cosa che poi, ovviamente, non fece.

Il brano fu disponibile solo come lato B dei singoli "Go Your Own Way" e "Don't Stop". Ottenne, comunque, un po' di passaggi radiofonici e la band lo suonò durante la tappa europea del tour del 1977. La sua popolarità, però, crebbe davvero quando venne inserita nella scaletta del tour The Dance del 1997, che riunì la formazione classica, con il ritorno di Stevie Nicks e Lindsey Buckingham. La canzone è diventata sempre più popolare con il tempo, raggiungendo un nuovo pubblico grazie allo streaming.

"Silver Springs" apparve finalmente su un album nel 1992, quando fu inclusa nel cofanetto The Chain. Fu anche pubblicata nella loro raccolta di successi del 2002 e nell'edizione DVD-Audio di Rumours dello stesso anno, comparendo nella tracklist dove sarebbe stata inserita nell'album originale se non ci fossero stati problemi di spazio.

Nel 1997 fu inserita nel loro album live The Dance, uscito anche in DVD. Durante l'esecuzione della canzone, a metà del brano, la Nicks si gira verso Buckingham e sembra cantare direttamente per lui. Era come se gli stesse ricordando a chi fosse dedicata la canzone. Quando i loro sguardi s’incrociano, si possono percepire le emozioni che dovevano aver provato molti anni prima, quando si frequentavano e si amavano. Un momento davvero intenso.

Una curiosità. Stevie Nicks era solita alloggiare negli hotel durante i suoi tour con lo pseudonimo di "Miss Silver Spring".

 


 

Blackswan, mercoledì 21/10/2026

lunedì 19 ottobre 2026

Big Truck - Midday At The Middleway (Marshall Records, 2026)

 


La carriera di Laurie Vincent è stata legata fino a oggi all’iconico marchio Soft Play, nome innocuo sotto il quale si cela un’indomita band di feroce hardcore punk, quattro dischi all’attivo, l’ultimo del 2024, e tanta voglia di spaccare tutto. Il chitarrista, mente pensante del gruppo, ha deciso di prendersi una pausa e provare a battere altre strade. Nasce così il progetto Big Truck, quartetto composto anche da Sam Coppin (batteria), Asa Thallon (chitarra) e Justin Myles (tastiere), dedito a quello che loro stessi definiscono abstract pop.

Niente a che vedere, dunque, con la furia iconoclasta dei citati Soft Play, ma un progetto, invece, che nasce dalla volontà di cambiare completamente registro, per vedere l’affetto che fa concupire le orecchie dell’ascoltatore con un suggestivo impianto melodico. Certo, la voglia di menar le mani non è passata completamente, ma confluisce semmai in un apparato chitarristico (Asa Thallon proviene dal metal) ad alto voltaggio e propenso alla distorsione.

La melodia, però, resta il punto focale del disco, che non è di facilissima fruizione, perché figlio di una produzione lo-fi, in cui a un suono rotondo e levigato si preferiscono gli angoli e gli spigoli, il riverbero e un tocco di noise. Eppure, i ritornelli spaccano, sono di facile presa, nonostante sia evidente l’intento di andare a braccio, di sposare sonorità trasandate (ma non amatoriali) e di far prevalere la passione e l’istinto, esattamente come succedeva ai tempi in cui la musica usciva dal garage di casa di giovani brufolosi, arrabbiati e determinati.

Serve qualche ascolto, bisogna farsi largo tra grovigli di cavi elettrici, tra amplificatori consunti dai decibel, cartoni ricolmi di cianfrusaglie, lattine di birra e avanzi di junk food, ma poi la magia arriva. Ed è pura emozione. Midday At The Middleway è un gran bel disco, composto da canzoni di un pop sbilenco, ma cristallino, suonato da una band che sa il fatto suo: le tastiere di Myles a tenere insieme l’impianto melodico, il drumming di Coppin, che picchia sapientemente ma crea anche ritmiche meno convenzionali, e due chitarre che sprizzano energia, perfetto contrappunto alla voce strascicata di Vincent, più propenso alla declamazione che al canto vero e proprio.

Come accennato, l’incedere sghembo dei brani è solo un trompe l’oeil sotto cui si celano melodie nitide, che in una veste formale diversa farebbero le fortune di molte stazioni radio.

L’inizio sferragliante di "Feel Me…?" mette subito alla prova la tenuta delle casse, prima che la canzone assuma un andamento altalenante tra rallenti ed esplosioni elettriche, mentre basso e chitarra rimescolano sonorità dai nobili natali post punk. "Central Resevation Blues" parte come in "Between Days" dei Cure e si sviluppa in un puro godimento melodico, mentre la successiva "Polyester Vibrations", grazie a un mood paranoico, mostra gli occhi iniettati di malevolo post punk.

La scaletta, però, è istintiva come lo sono le composizioni, non esiste un solo registro, ma l’estro della band continua a scartare dalla via maestra. "Surf The Suffering" fila via grintosa sulle trame di un graffiante indie rock, "Collided" piega la sua struttura blues a momenti di carezzevole dolcezza e di estasi chitarristica (spettacolare, sottotraccia, il lavoro di raccordo di Myles alle tastiere), "Head So Full" crea un suggestivo compendio fra trasognato dream pop e furore post punk (con un suono di chitarra che ricorda da vicino il primo, superbo album dei Bloc Party).

E non è finita, perché le frecce all’arco della band centrano qualsiasi bersaglio: "Rebounder", grazie al suo ritornello solare, entrerebbe di filato nel songbook dei Jayhawks, e "Dress For All Weathers" si insinua nelle trame di un jazz al neon, mentre la voce rabbiosa di Vincent spinge verso tenebrose atmosfere che ibridano post punk e progressive.

In "Interlude", la voce declama versi slam poetry su un malinconicissimo pattern di pianoforte, "Heavensent" è una ballata per chitarra e piano che trasuda cruda intimità, che evapora subito nella straniante new wave di "Keep On Trucking", chiosa enigmatica di una disco, il cui ascolto riserva una sorpresa via l’altra.

Quando il grande camion condotto da Vincent arriva a destinazione, il desiderio è quello di salire nuovamente in cabina e affrontare un nuovo viaggio. Lontano dalle mete più battute, dalle strade trafficate e dai crocevia più famigliari. Un esordio inaspettato, che ci terremo in cuffia per parecchio tempo. Questa è grande musica.

Voto: 9

Genere: Indie Rock, Pop, Post Punk

 


 


Blackswan, lunedì 19/10/2026

venerdì 16 ottobre 2026

Brian Fallon & The Painkillers - Not Bad For New Jersey (Lesser Known Records, 2026)

 


Figlio del New Jersey, amico di lunga data di Bruce Springsteen, leader dei Gaslight Anthem, con cui ha pubblicato sei album (l’ultimo History Books del 2023), Brian Fallon ha speso una carriera a rinverdire i fasti del rock americano, quello crudo, diretto, senza fronzoli, materia per blue collar o per chi, dalla musica, pretende semplicità e passione. Insomma, Brian Fallon ha trascorso quasi trent'anni a consolidare la sua reputazione come una delle grandi voci rock della classe lavoratrice. Dai Gaslight Anthem alla carriera solista, le sue canzoni sono sempre caratterizzate da un'intensità emotiva sincera e dalla grinta tipica di chi lotta per emergere. Come il suo mentore Bruce Springsteen, per intenderci.

Not Bad For New Jersey, il suo quinto album solista, è un condensato rock, composto da un mix equilibrato di brani più aggressivi e ballate, confezionato con un tocco radiofonico dal sapore eighties, che apre a inevitabili paragoni con la musica del Boss e quella di Bryan Adams, tanto per suggerire i riferimenti più ovvi.

Un disco molto distante dal precedente Local Honey (il successivo album del 2021, Night Divine, è una raccolta di inni sacri e canzoni natalizie reinterpretate), che era caratterizzato da un intimismo acustico e vulnerabile, Qui, la scelta del produttore, Butch Walker, propende per un suono più corposo, che trabocca di quell’energia famigliare tipica dei Gaslight Anthem e che rende la scaletta il capitolo più divertente e vitale della carriera solista di Fallon.

Il cantante e chitarrista ci mette cuore, corpo e anima, tutti elementi che confluiscono in undici canzoni che non cambieranno il corso degli eventi, ma che hanno il merito di essere sincere e appassionate. La presenza, poi, di nomi illustri quali Donovan Woods, Lori McKenna, Brandon Flowers, Phil Collen e Marc Ribot, arricchisce di ulteriori spezie un disco semplice e appetitoso come un piatto di stufato con le patate.

La title track e "Better Before" aprono il disco con quell’impeto rock che ci si aspetta da chi il rock lo mastica con sapienza da tempo: energia a mille, chitarre in grande spolvero e ritornelli innodici, da cantare sotto il palco coi pugni alzati verso il cielo. Si spinge forte sull’acceleratore anche con "Somewhere You Shouldn’t Be", vigoroso esempio di arena rock, a cui contribuiscono un paio di assolo spettacolari di Phil Collen, chitarrista dei Def Leppard, e con l'energia di "Nobody Likes You In NYC" e "Big Sleep", due brani da ascoltare a tutto volume, mentre la macchina corre veloce verso l’orizzonte, in un impeto di libertà, i finestrini abbassati e il vento fra i capelli.

Non mancano, poi, le ballate, un registro che Fallon ha dimostrato in passato di saper maneggiare con equilibrato pathos; su tutte "Pearls", canzone d’amore con il cuore tenuto in mano, e "Love At The End Of The World", resa preziosa dalle armonie vocali intrecciate con l’amico Brandon Flowers.

Chiude il ringhio blues rock dell’oscura "Wolf By The River", scartavetrata dalla chitarra dell’immenso Marc Ribot, che piazza nel mezzo un assolo da brividi.

Not Bad For New Jersey, pur nella sua coerenza espressiva, propone una notevole varietà musicale e l'alternanza di stili valorizza l'atmosfera che ogni brano cerca di trasmettere. Nel complesso, si tratta di un ottimo lavoro da parte di Brian Fallon: l'artista conferma la grande sincerità dei suoi testi e delle emozioni che vi sono racchiuse, sfruttando al meglio il talento dei musicisti ospiti per comunicarle efficacemente. Il risultato è pienamente raggiunto, e se cercate quella veracità che avete trovato nei dischi di Springsteen (il termine di paragone più immediato), questo disco girerà spesso e volentieri sul vostro stereo di casa.

Voto: 7,5

Genere: Rock

 


 


Blackswan, venerdì 16/10/2026

mercoledì 14 ottobre 2026

25 Or 6 To 4 - Chicago (Columbia, 1970)


 

Ottava traccia da Chicago II, uno dei capolavori indiscussi della combo americana, "25 or 6 To 4" fu scritta da Robert Lamm, tastierista e cantante dei Chicago. Il brano parla del tentativo di scrivere una canzone a notte fonda, e il titolo si riferisce all'ora del giorno: le 3:35 del mattino (25 minuti alle 4:00) o le 3:34 del mattino (26 minuti alle 4:00).

Lamm ha spiegato che ai tempi viveva con un gruppo di hippie sopra Sunset Strip. Uno dei vantaggi di quella casa era che si trovava sulle Hollywood Hills e godeva di un bel panorama sulla città, che diventava addirittura splendido a tarda notte. L’intento di Lamm era quello di descrivere il processo di scrittura della canzone che stava componendo.

 

"Aspettando l'alba

Cercando qualcosa da dire

Luci intermittenti contro il cielo

Arrendendomi, chiudo gli occhi

Seduto a gambe incrociate sul pavimento"

 

Non certo un processo semplice, come si deduce dalle liriche, ma una ricerca febbrile di note e parole che sembrano non andare mai a posto. E mentre il musicista ci prova e ci riprova, un orologio al neon dall’altra parte della città, indica il tempo che passa, che poi finì cristallizzato nel titolo.

Nel 2019, in un’intervista alla rivista Mix, Lamm precisò: “Non riuscivo a capire bene dove puntassero le lancette dell'orologio. Erano le 4 meno 25 o 26 minuti. Non mi aspettavo di tenere quelle parole. Pensavo di sostituirle con un testo vero e proprio. Ma alla fine è andata bene”.

Ci sono molte voci infondate sul significato del testo di questa canzone. Una diceria popolare sostiene che "6 to 4" fosse un soprannome per l'LSD, perché se si assumeva la sostanza alle 18:00, gli effetti svanivano alle 4:00 del mattino, esattamente 10 ore dopo, mentre altri sostenevano, sempre a torto, che il titolo indicasse il nome di una persona famosa attraverso un codice numerico.

Il brano divenne rapidamente un pezzo forte del repertorio del gruppo, grazie anche alla loro sezione fiati (il trombettista Lee Loughnane, il sassofonista Walter Parazaider e il trombonista James Pankow), che fu protagonista di molti dei loro successi degli anni '60 e '70, ed è una delle canzoni più suonate dalle bande universitarie statunitensi, grazie proprio all’utilizzo degli ottoni ed al ritmo incalzante che lo rendono perfetto per gli eventi sportivi studenteschi.

La voce solista del brano è quella del cantante e bassista Peter Cetera che al momento della registrazione, però, aveva l’articolazione della mascella bloccata. Qualche mese prima della sessione di registrazione, infatti, la band andò a una partita di baseball al Dodger Stadium, dove la loro squadra del cuore, i Chicago Cubs, sconfisse i Dodgers, scatenando l'ira di quattro marines tifosi, pronti a sfogare la loro rabbia su qualcuno. Quel qualcuno fu Cetera, che venne individuato tanto per i suoi lunghi capelli quanto per il tifo sfegatato. La rissa che ne seguì lo mandò in terapia intensiva con la mascella rotta in tre punti, e quindi, quando arrivò il momento di registrare la canzone, aveva ancora la mascella bloccata. Cetera dovette imparare a cantare in modo diverso, tenendo i denti stretti, una tecnica assai complessa che, però, divenne ben presto il suo marchio di fabbrica.

Questo è solitamente l'ultimo brano che i Chicago suonano ai loro concerti. Negli anni successivi, i Chicago si sono spesso esibiti in tour con altri artisti di alto profilo che si univano a loro sul palco durante l'esecuzione del pezzo. Nei tour con gli Earth, Wind & Fire, questo brano ha offerto un'ottima vetrina per le sezioni di fiati di entrambe le band, e si adattava perfettamente anche alla voce di Philip Bailey. Tra gli altri artisti che, nel corso degli anni, si sono uniti a loro per questo gran finale si annoverano i Doobie Brothers e gli REO Speedwagon. 

Uno dei pregi della canzone è senz’altro il lavoro alla chitarra di Terry Kaith: il caratteristico riff della canzone è stato suonato attraverso un amplificatore Fender da concerto modificato, mentre lo splendido assolo è stato votato da Guitar World, nel 2015, uno dei migliori assoli di wah wah di tutti i tempi.

Una curiosità. Peter Cetera suonava il basso con le dita, ma il produttore James William Guercio pretese che suonasse la linea per la canzone utilizzando il plettro. Cetera non si diede per vinto, e dopo una lunga serie di alterchi, giunse al compromesso di suonare il basso con la parte posteriore dell’unghia.

 


 

 

Blackswan, mercoledì  14/10/2026

lunedì 12 ottobre 2026

George Thorogood And The Destroyers - The Baddest Show on Earth: Greatest Hits Live (Craft Records, 2026)

 


George Thorogood è una leggenda. A settantasei anni compiuti è entrato a far parte con i suoi Destroyers della Hall Of Fame, anche se, a causa delle condizioni di salute precarie la sua attività di musicista ha subito più di una battuta d’arresto. Per cinquant’anni, però, la sua chitarra ha fatto letteralmente scintille, contaminando il blues con il rock’n’roll, il boogie e l’hard rock, creando un suono ibrido, ma verace, che ha conquistato il cuore di schiere di aficionados.

Una musica diretta e senza fronzoli, un blues rock da bisboccia, buono per quei venerdì sera in cui, dopo una settimana di fatica, hai bisogno di sgombrare la mente dai brutti pensieri, scolarti qualche pinta in santa pace, cantare a squarciagola e muovere il culo a ritmo nel tuo pub preferito. Dove la musica dei Destroyers non manca mai, bonus compreso nella paga settimanale per gente semplice, colletti blu a cui qualche buona canzone riesce ancora ad aprire il cuore alla speranza. Come suggerisce il titolo, The Baddest Show on Earth: Greatest Hits Live, questa raccolta di undici brani celebra mezzo secolo di storia, attraverso un viaggio nella musica più graffiante, energica, sudata e adrenalinica di Thorogood, registrata dal vivo in varie occasioni tra il 1978 e il 2024. Blues rock per chi delle mode e dell’hype indie se ne fotte bellamente, e cerca negli ascolti sostanza, cuore e sudore.

Il ritmo martellante della cover di apertura, "Who Do You Love" di Bo Diddley, con Thorogood che infiamma la tastiera della chitarra in cinque minuti di blues-rock adrenalinico, è solo un assaggio di ciò che arriva nell'ora successiva.

In scaletta, sono presenti quasi tutti i suoi successi, catturati nel loro habitat naturale, e cioè, sul palco, di fronte a un pubblico in cerca di quella dose di roots-rock schietto e viscerale che Thorogood ha sempre suonato, tra chitarre graffianti e sassofoni brucianti. Com'era prevedibile, quasi ogni esecuzione risulta più lunga, intensa e trascinante rispetto alla versione in studio.

Un'interpretazione esplosiva del 1980 di "One Bourbon, One Scotch, One Beer" di John Lee Hooker si dilata fino a toccare quasi gli undici minuti di pura scarica di adrenalina, arricchita da testi improvvisati per aizzare la folla sul consumo delle bevande alcoliche citate nel titolo, il tutto a potenziare un'energia già alle stelle e assoli di chitarra dal ritmo boogie irresistibile.

Il brano viene superato di poco, in termini di durata, dal quarto d'ora abbondante dedicato a "Boogie Chillun'" (sempre di Hooker), in cui la band incalza alle spalle del chitarrista con la potenza di una locomotiva fuori controllo.

Il sax e la chitarra scatenano un frastuono travolgente su "Madison Blues" di Elmore James, mentre Howlin’ Wolf è omaggiato con una versione incandescente e sincopata di "Tail Dragger", che cresce d'intensità grazie al ritmo incalzante e preciso della chitarra. "Howlin’ for My Baby", anche questa dal repertorio di Wolf, dedicata a "tutte le donne presenti in sala", avanza con una carica bruciante e sensuale, "Ride On Josephine" di Bo Diddley spinge Thorogood a ringhiare il testo con una ferocia pari alla ruvidezza del suono della sua chitarra, e "Steppin’ Out" di Memphis Slim (brano reso celebre dalla versione dal vivo dei Cream) è ridotta a due minuti e mezzo, senza perdere, tuttavia, la sua primigenia bellezza.

D’altronde, non c’è tregua a quell’energia quasi inarrestabile, che scaturisce come scintille da un cortocircuito, mentre Thorogood fa ciò che gli riesce meglio: spingere ogni brano fino al punto di rottura, e oltre, spronato dall’amore per la musica e da un pubblico che non si aspetta nulla di meno. 

I fan di lunga data sanno bene che non mancano le registrazioni dal vivo tratte dalla sua vasta carriera cinquantennale, trascorsa quasi interamente on the road. Tuttavia, otto di questi brani sono esecuzioni inedite e di ottima qualità sonora, che coprono l’arco temporale di mezzo secolo trascorso a infiammare i palchi, testimoniando in modo convincente del talento di questo showman nel conquistare il pubblico, un’abilità che pochi altri sanno esprimere con pari efficacia.

Voto: 8

Genere: Blues, Rock

 


 

 

Blackswan, lunedì 12/110/2026

venerdì 9 ottobre 2026

Chris Whitaker - Tutti i Colori Del Buio (Einaudi, 2026)

 


Nel bosco di Monta Clare, Missouri, una mattina del 1975 un adolescente scompare. È l'inizio di un'epopea lunga trent'anni. La storia di un legame che nessun buio riuscirà a spegnere. Quando il tredicenne Joseph «Patch» Macauley viene rapito, Saint Brown, la sua compagna di scorribande, è determinata a riportarlo a casa. Ma Patch rimane prigioniero in uno scantinato per quasi un anno. Solo una ragazza di nome Grace gli fa visita di tanto in tanto e parla con lui, nascosta dall’oscurità. Tornato libero, Patch è ossessionato dall’idea di ritrovarla, e di dare la caccia all’uomo che gli ha rovinato l’esistenza. Mentre i mesi si trasformano in anni e la speranza diventa disperazione, Saint, nell’ombra, lo segue e lo protegge nella sua ricerca. Anche se scoprire la verità può significare perdersi per sempre.

Quando si arriva alla fine di Tutti i Colori Del Buio, la sensazione è quella che si prova ogni volta che finisce un grande romanzo, qualcosa che ha a che fare con il lutto. Non dipende solo dalla lunghezza del libro (nello specifico decisamente ponderoso) e dal tempo passato in sua compagnia, circostanza che procura un certo spaesamento, nel momento in cui si arriva all’ultima pagina. Soprattutto, dipende dal fatto che in quelle pagine il lettore viene letteralmente risucchiato, diventa egli stesso una parte del tutto. Ci sono romanzi, infatti, che in cambio della loro bellezza, pretendono qualcosa da chi li legge, una sorta di empatia, di condivisione di stati d’animo, un luogo dell' anima in cui i fatti narrati chiedono a gran voce di essere vissuti dalla nostra sensibilità e dal nostro impianto etico, così da essere sviscerati, e poi compresi, fino a quando non ci schieriamo e diveniamo noi stessi protagonisti.

Dipende, ovviamente, dal fatto che stiamo immergendoci in una letteratura alta, densa di significati, una letteratura che vive a più livelli, obbligando il lettore ad abbandonare la superficie, per scavare dentro il romanzo e dentro se stesso, per trovare un senso.

Su un primo piano di lettura, Tutti i Colori Del Buio è un thriller che si sviluppa in un arco di tempo di trent’anni: c’è un assassino seriale, c’è la caccia all’uomo, i colpi di scena abbondano e il ritmo è sostenuto, grazie anche all’escamotage di Whitaker di dividere la narrazione in brevi capitoli, che tengono alta la suspence e incollano alla lettura.

Il giallo, però, è solo il filo conduttore che tiene insieme le settecentocinquanta pagine di un libro che è anche romanzo di formazione, che vede gli adolescenti Patch e Saint diventare adulti, forgiati da una vita che non va esattamente come vorrebbero, e messi a dura prova da una tragedia che segna irrimediabilmente le loro esistenze, dalla disfunzionalità delle famiglie, da un contesto sociale, quello dell’America rurale, periferica e bigotta, che crea un legame fortissimo e un altrettanto forte desiderio di fuga.

I due giovani protagonisti, Saint così idealista, caparbia e leale, e Patch, tanto coraggioso quanto fragile, dilaniato dai sensi di colpa e contraddittorio nelle sue scelte esistenziali, impareranno a loro spese che crescere è, soprattutto, dolore, è assumersi le responsabilità delle proprie azioni, è venire a compromessi con il proprio habitus etico, e che trovare un posto nel mondo è una battaglia senza esclusione di colpi. E’ in questo che consiste la spasmodica e ininterrotta ricerca di Grace e del serial killer che ha stravolto le loro giovani vite, è questo che dà un senso a tutto: salvare Grace e arrestare l’assassino di tante giovani donne rappresenta l’eterna battaglia tra il bene e il male. Solo vincendola, costi quel che costi, le tessere del grande puzzle della vita si rimetteranno a posto.

Oltre ai due protagonisti, anche tutti i personaggi minori sono tratteggiati con colori così vividi, da essere destinati a restare impressi nella mente (e nel cuore) ben oltre la fine del romanzo. Grace, ovvero “tutti i colori del buio”, è l’incarnazione della speranza, di quel carburante nobile che fa arrivare ovunque, che aiuta a superare i propri limiti e le barriere che la parola “impossibile” erge sul cammino della vita.

E poi, ci sono Sammy, mercante d’arte gourmand e libertino, burbero e alcolista, sotto i cui modi spicci nasconde un cuore d’oro, il bel capitano Nix, solitario e taciturno, costretto a celare la propria vera natura e un segreto lacerante, la bellissima Misty, che trasforma la propria riconoscenza verso Patch in puro amore, Norma, la nonna enigmatica di Saint, combattuta tra buon senso pragmatico e conservatore e l’amore per la nipote ribelle, e, infine, la piccola, scontrosa e testarda Charlotte, a cui sono riservati alcuni dei passaggi più ironici e divertenti del libro.

E con loro molti altri, che scoprirete, pagina dopo pagina, insieme a tutte le altre sfumature che rendono questo romanzo, giustamente, il caso editoriale dell’anno.

 

Blackswan, venerdì 09/10/2026

mercoledì 7 ottobre 2026

Child - Rebirth (Heavy Psych Sounds Records, 2026)

 


I Child, trio australiano dedito a un mix di heavy blues e stoner rock, sono una delle band di genere più cool in circolazione. L’estetica è quella che riporta direttamente agli anni ’70 e che ha creato paragoni scomodi fra il loro sound e quello di band del calibro di Led Zeppelin e Black Sabbath. Capelli lunghi, volti irsuti, abbigliamento dimesso e stivaloni, i Child incarnano lo spirito di una musica antica, al cui centro si trova un blues primigenio, declinato però con un’attitudine hard, psichedelica e soul.

L’approccio, come si conviene al genere è minimal: basso, batteria e chitarra, fuzz a manetta, impianto scarno e francescano, pochi fronzoli e tanta sostanza. Tuttavia, rispetto a tante band in circolazione, gli australiani giocano un’altra partita. Pur non rinnegando nulla del genere che amano, lo reinterpretano con una consapevolezza unica, evitando pipponi chilometrici da jam band con l’assolo facile (gli assoli ci sono, ma tutti claibrati), e strutturando i brani come vere e proprie canzoni, capaci di coinvolgere con melodie catchy, senza tuttavia che il suono perda un grammo ruvidezza. Questo Rebirth, che ci accingiamo a raccontare, è il loro quarto attesissimo lavoro, il primo per l’iconica etichetta Heavy Psych Sounds.

Rispetto al precedente Soul Murder, album incensato dalla critica e apprezzatissimo dagli appassionati, Rebirth è leggermente più pesante, più ruvido e abrasivo, senza però sacrificare l'identità del gruppo. Il sound è inconfondibilmente quello dei Child, hanno semplicemente alzato ancora un po' il volume degli amplificatori.

Un disco, questo, che rappresenta tutto ciò che gli album di heavy blues e stoner rock promettono continuamente, ma che raramente riescono a offrire, e che cattura l'attenzione per  quell'atteggiamento senza tempo e intriso di blues, tipico delle grandi band hard rock degli anni '70. Eppure i Child non si limitano a prendere in prestito tali influenze, ma le incanalano in qualcosa che risulta al contempo familiare, contemporaneo e clamorosamente figo.

Non c'è nulla di superfluo nelle sei canzoni che compongono la scaletta, ogni riff, ogni groove e ogni transizione hanno una loro precisa funzione. L'album procede con sicurezza, catturandoti in un istante e colpendoti dritto in faccia quello successivo. È il tipo di disco che richiede volume alto e che ti sfida apertamente a restare seduto immobile.

Come accennato, sono solo sei canzoni per trentasei minuti di durata, e la breve distanza favorisce la coesione e la qualità della proposta, evitando inutili riempiti e torrenziali digressioni strumentali.

"Woman Like You" apre il disco sbattendo in faccia all’ascoltatore tutta la qualità della casa: passo pesante, chitarra distorta, ritmica quadrata, ma anche una bella melodia da mandare a memoria subito. Merito anche della voce di Mathis Northway, il cui timbro si discosta da quelli tipici del genere: è pulito, ammaliante, e incredibilmente soulful.

Sono i momenti in cui i Child allentano la tensione e si immergono più a fondo nelle loro radici blues a rappresentare i vertici del disco. È in questi brani ("Heavy Load", "I Tried", "Cold Shoulder") dal ritmo più disteso, infatti, che l'alchimia della band brilla davvero: i riff acquistano ancora più peso, le melodie respirano e la voce cattura l'attenzione con una sicurezza naturale. È in questi istanti che l'heavy blues e lo stoner rock si fondono in un'unica, perfetta creatura sonora.

La produzione è esattamente quella che esalta un disco di questo tipo: calda, organica e splendidamente vintage, nulla appare sovraprodotto o asettico, ogni musicista ha i propri spazi, permettendo a ogni strumento di farsi sentire senza venire soffocato da strati superflui. È un disco autentico e potente, dall'inizio alla fine.

Basta un solo ascolto per rendersi conto di trovarsi di fronte ad autentici fuoriclasse e a un album che, se siete amanti heavy blues/stoner rock, troverete tra i migliori pubblicati negli ultimi anni.

Voto: 8

Genere: Heavy Blues, Stoner

 


 


Blackswan, mercoledì 07/10/2026

lunedì 5 ottobre 2026

Barely Breathing - Dunkan Sheik (Atlantic, 1996)

 


Questa canzone sulla fine di una relazione ha segnato il successo (e la carriera) dell’esordiente Duncan Sheik, il quale aveva accompagnato artisti come Lisa Loeb e His Boy Elroy, prima di pubblicare il suo album di debutto omonimo nel 1996. Il brano non solo ha raggiunto la sedicesima posizione della Billboard Hot 100, ma è rimasto in classifica per un periodo record di 55 settimane consecutive. Ha inoltre toccato il secondo posto nella classifica Adult Top 40, il decimo nella Mainstream Top 40 e il diciannovesimo nella Adult Contemporary, raggiungendo un discreto successo anche in Europa e in Italia.

Grazie alla sua melodia ariosa, "Barely Breathing" ha, inoltre, trovato spazio nelle stazioni radio di mezzo mondo, tanto da vincere un premio BMI come canzone più trasmessa dell'anno nel 1997.

Sheik canta il brano dal punto di vista di un ragazzo che ha finalmente aperto gli occhi, rendendosi conto che le manifestazioni emotive manipolatorie della sua compagna non equivalgono all'amore. Si rimprovera per la sua ingenuità ("Beh, deve essere stato ieri il giorno in cui sono nato"), ma sa di dover andare via prima di soffocare:

 

"Perché respiro a stento

E non trovo l'aria

Non so chi sto prendendo in giro

Immaginando che a te importi"

 

Sheik ha avuto una carriera musicale lunga e prolifica, ma "Barely Breathing" rimane il suo unico successo da classifica. L'unica altra sua apparizione in classifica è avvenuta con il brano, dal titolo quanto mai appropriato, "Wishful Thinking", che nel 1998 si fermò alla posizione numero 103.

Considerando la durata della permanenza nella Hot 100, le 55 settimane di "Barely Breathing" rendono Sheik il più grande esempio di artista one-hit wonder (noto per un solo successo) di tutti i tempi. Al secondo posto si piazzano i Dishwalla, che nello stesso periodo rimasero in classifica per 48 settimane con "Counting Blue Cars".

Nel tempo, Duncan Sheik finì per stancarsi di quella canzone a cui veniva associato per antonomasia e che tutti gli chiedevano di suonare dal vivo. In un'intervista rilasciata qualche anno dopo, dichiarò: "È stata una cosa positiva per il mio manager, ma io ero arrivato al punto di pensare: 'Possiamo passare al prossimo singolo, per favore?'. Davvero. Mi chiedevo: 'Posso registrare un nuovo disco e andare avanti con la mia vita?'. Cosa che, ovviamente, poi ho fatto".

 

Per dirigere il videoclip fu ingaggiato Thom Oliphant, all'epoca noto soprattutto per il suo lavoro con artisti country come le Dixie Chicks e che fu ritenuto adatto dall’etichetta in quanto l’esordio di Sheik conteneva molte sonorità folk. Il video fu girato al Brooklyn Navy Yard, un'area che all'epoca era in fase di ristrutturazione dopo un lungo periodo di abbandono e gran parte delle riprese avvenne in spazi trovati sul posto. Oliphant lavorò con un direttore della fotografia inglese di nome Peter Selesnick, che era un grande appassionato della fotografia a colori degli anni Sessanta, ed è proprio da lui che derivarono gli effetti cromatici ottenuti con la tecnica del cross-processing (una tecnica di sviluppo fotografico che altera in modo imprevedibile i colori della foto su cui viene applicata).

Una curiosità. La canzone fu reinterpretata in italiano dal nostro Niccolò Fabi con il titolo "Il Male Minore" e la potete ascoltare sul suo secondo, omonimo disco, pubblicato nel 1998.

 

PS: Duncan Sheik ci ha lasciati per un arresto cardiaco, a soli 56 anni, il 17 settembre del 2026.

 


 

 

Blackswan, lunedì 05/10/2026

venerdì 2 ottobre 2026

Jeff Bucley - Live At Sin-è (Columbia, 2026)

 


Il 23 novembre del 1993, esce per la Colombia Records, Live At Sin-è EP, il primo lascito dell’angelo Jeff Buckley a noi umani. Da quel momento in avanti la sua storia artistica diventa leggenda, il figlio del grande Tim entra nell’empireo del rock e si trasforma in uno degli artisti musicali più iconici del decennio, nonostante la morte prematura, un solo vero album all’attivo (il successivo Grace, che uscirà ad agosto del 1994), e un disco postumo, Sketches For My Sweetheart The Drunk (1998), interessante ma frammentario, che avrebbe segnato, se portato a compimento, un allontanamento dal romanticismo disperato del suo predecessore.

Oggi, il mito di Jeff Buckley è più vivo che mai, come testimonia It's Never Over, lungometraggio uscito a marzo di quest’anno che ripercorre la vita, personale e artistica, del musicista californiano. La sua figura continua a catturare l’interesse degli appassionati, e a rinfocolare il rimpianto per la sua perdita in tutti coloro che l’hanno vissuto in prima persona, durante quella breve, ma esaltante stagione. Soprattutto, la sua musica continua a essere ascoltata, grazie a un pugno di canzoni toccate da imprimatur divino e a una voce vertiginosa, di cui nessuno al mondo ha saputo, poi, pareggiare la stordente e selvaggia bellezza.

In quel lontano 1993, però, tutto doveva essere ancora scritto, la gloria imperitura era solo una lontana speranza e il destino malevolo non aveva ancora mostrato il suo volto crudele.

Jeff Buckley era solo un ragazzo segnato dal rapporto conflittuale con il fantasma dell’iconico padre, un giovane musicista in cerca di fortuna, che suonava, accompagnato dalla sola chitarra elettrica, in piccoli locali newyorkesi. Un artista emergente, che viveva, probabilmente, il momento più felice della sua esistenza, come chiarì lui stesso quando il successo iniziò a tormentarlo.

"C'è stato un momento della mia vita non troppo tempo fa nel quale potevo semplicemente esibirmi in un café e fare ciò che mi piaceva fare, suonare musica, imparare esibendomi, esplorare cosa significasse per me, cioè divertirmi mentre irritavo e/o divertivo spettatori che non mi conoscevano. In questa situazione avevo il prezioso e insostituibile lusso del fallimento, del rischio, della resa. Ho lavorato duramente per mettere insieme queste cose, questo ambiente di lavoro. Mi piaceva e poi mi è mancato quando è sparito".  

Quell’EP, registrato nell’omonimo locale dell’East Village della Grande Mela, ci fece conoscere il talento smisurato di Buckley, nonostante contenesse solo quattro canzoni, due ("Mojo Pin" ed "Eternal Life"), che sarebbero confluite in Grace, e due cover, "Je n'en connais pas la fin", portata al successo da Edith Piaf, e "The Way Young Lovers Do" di Van Morrison.

Un breve antipasto di quello che poi avremmo ascoltato in Grace, ma sufficiente per lasciare tutti sbalorditi. Se ripenso a quell’ascolto (ero un ragazzo affamato di musica, esattamente come lo sono oggi), ho il ricordo di un’autentica folgorazione. Da quale mondo ultraterreno arrivava quella voce? Quanto in alto poteva spingersi? Come poteva Buckley, nella stessa canzone, alternare un falsetto angelico a un ringhio rabbioso, come era possibile, ascoltandolo, provare al contempo estasi mistica e il dolore lancinante di uno sprofondo emotivo senza fine?

Quando dopo la sua morte, si pensò bene di dare fondo agli archivi del cantante, con svariate pubblicazioni (live, raccolte, un box set), nel 2003, vide la luce una edizione estesa di Live At Sin-è, chiamata Legacy Edition, contenente due dischi e un DVD, che dilatano l’ascolto a trentaquattro tracce, tra monologhi, divertenti interazioni con il pubblico e, ovviamente, molte canzoni, tra cover e brani originali.

Oggi, cavalcando l’onda di successo ottenuto dal film It’s Never Over, quella legacy edition viene ristampata (senza DVD), in una versione integralmente rimasterizzata.

Basta accendere lo stereo e inserire il cd nel lettore, e la magia torna a rivivere. Sembra un miracolo, ma Buckley si spoglia dei panni di celestiale icona e torna in carne e ossa, a fianco a noi, con una serie di interpretazioni sbalorditive. Bastano i nove minuti di "Lover, You’ve Should Come Over" per essere proiettati in una dimensione trascendente, in cui il tempo è sospeso, lo spazio si fa immateriale e la musica diviene respiro condiviso.

E c’è molto di più: gli scherzi con il pubblico, una parodia dei Doors, le storielle raccontate, le cover di Nina Simone, Bob Dylan, Leonard Cohen, Van Morrison e Led Zeppelin, una versione embrionale di The Last Goodbye  e un’interpretazione da brividi di "Calling You" (dalla colonna sonora del film Bagdad Cafè).

Chi già possiede l’edizione pubblicata nel 2003, conosce ormai la cristallina bellezza di questa raccolta e, salvo aneliti completisti, può tranquillamente fare a meno di questa reissue. Coloro che, invece, se la fossero persa o non conoscono ancora la musica di Jeff Buckley, possono cogliere una ghiotta occasione per accostarsi a uno dei più grandi e sfortunati musicisti di tutti i tempi. E una volta che vi lascerete toccare l’anima da quella voce impetuosa e delicatissima, non ce ne sarà più per nessuno.

 


 

 

Blackswan, venerdì 02/10/2026