sabato 4 maggio 2013

CLUTCH – EARTH ROCKER



Domandatevi quale potrebbe essere il suono di un rock che sgorga dalle viscere della terra. Primordiale, selvaggio, devastante. Un ruggito nel cuore della savana, uno schiantarsi di onde sotto un cielo nero come la pece, il forsennato soffiare della sabbia scatenato da una tempesta nel deserto, l’urlo del vento tra la pioggia che flagella incessantemente. Un rock terrorizzante e maestoso, travolgente e definitivo. Volete ascoltarlo ? Allora, mettete nel lettore Earth Rocker, decimo album in studio degli americani Clutch, eroi in patria, e sconosciuti, o quasi, dalle nostre parti. A meno che ovviamente non amiate quel rock costretto alla nicchia dall’italiota inconsapevolezza musicale. Perché, in questo caso, difficilmente vi saranno sfuggiti alcuni dischi spettacolari dei nostri eroi come Blast Tyrant del 2004 o From Beale Street To Oblivion del 2007. Oggi, dopo ormai vent’anni di onoratissima carriera, i Clutch sfornano il loro disco più bello e quello che, se non esistessero altri generi e non mancassero ancora parecchi mesi alla fine dell’anno, sarebbe fin da subito accreditabile come il migliore del 2013. Una sola ballata in acido, Gone Cold, posta esattamente a metà dell’album, in cui Neil Fallon, si traforma in un crooner di razza per dimostrarci che i “ragazzi” sanno rallentare i tempi con la stessa intensità con cui sanno accelerarli. Il resto, invece, fila via con la furia omicida di un serial killer assetato di sangue. Quindi, se cercate un attimo di tregua e amate il profumo delle mammole sfiorate dalla rugiada, girate al largo. Ma se volete farvi travolgere da uno tsunami hard, roba da farvi venire la permanente se lo ascoltate in cuffia, sono certo che consumerete il cd, perché in scaletta non c’è una sola canzone che non sia in grado di tramortire anche il rocker più scafato. Stoner, hard rock e una spruzzata di blues (la funambolica D.C. Sound Attack !: che goduria quel campanaccio strapazzato a metà brano!) e un lotto di canzoni da togliere il fiato, come il trittico iniziale (Earth Rocker, Crucial Velocity e Mr. Fredoom) che vince l’Oscar per la miglior iniezione di adrenalina in circolazione da mesi a questa parte. Roba che nemmeno Tarantino in Django Unchained.

VOTO : 8,5




Blackswan, sabato 04/05/2013

venerdì 3 maggio 2013

SIMONE DINNERSTEIN / TIFT MERRITT – NIGHT



Si potrà obiettare che far convivere in un disco, e nella forma di canzone, musica classica e folk sia un’impresa ardua e destinata a fallire. Troppo pretenziosa e stucchevole, potrà insinuare qualcuno. E immagino anche lo sguardo atterrito di melomani incalliti, disgustati dall’idea che Schubert o Bach vengano rivisitati da chi solitamente si muove in territori pop-rock. Eppure, a ben riflettere, se la musica contemporanea popolare riesce a esprimere qualcosa di nuovo e,  seppura a fatica, continua a evolversi, molto probabilmente lo dobbiamo a operazioni come questa. Che comportano delle inevitabili forzature e che per loro stessa natura sono destinate a scontentare i puristi dei due generi, ma che hanno anche il merito di tentare strade diverse, di provare a vedere se davvero diversi moduli di espressione musicale possano convivere, creando bellezza. Il rischio di pisciare fuori dal vaso è in re ipsa e probabilmente, a un primo approccio superficiale, Night potrebbe apparire fin troppo ambizioso e autoreferenziale. Il disco, tuttavia, ha il merito di crescere ascolto dopo ascolto, di creare suggestioni, e a tratti, se si entra in sintonia con le due musiciste e questo genere diverso di fare (e ascoltare) musica, di commuovere per l’intensità e la maestria d’esecuzione esibite. Simone Dinnerstein è una pianista classica newyorkese, che dopo gli studi, ha trovato un immediato riscontro di pubblico e critica con una splendida rilettura delle bachiane Variazioni di Goldberg (2007), disco schizzato al primo posto delle classifiche americane nel settore musica classica. 

Dopo altri album di successo, nel 2011 Simone pubblica Bach: A Strange Beauty, in cui tenta un primo approccio alla canzone pop-rock, reinterpretando brani di Bruno Mars, Black Keys e The Decemberists, scalando anche in questo caso i piani alti delle classifiche internazionali. Per Tift Merritt non servono invece grosse presentazioni, poichè da un decennio circa è una delle più applaudite autrici di alternative folk, tanto da essere spesso considerata l’erede naturale di Joni Mitchell e Lucinda Williams. Le due ragazze, che si stimano a distanza, finiscono per conoscersi e intuiscono che, a dispetto di ogni scetticismo, è possibile collaborare e suonare musica insieme. Il risultato sono le quattordi canzoni di The Night, nel quale Bach, Purcell e Schubert convivono con il jazz di Brad Mehldau e Billie Holiday e il cantautorato folk di Leonard Cohen e Johnny Nash. Ne poteva venir fuori un orrido guazzabuglio e invece il disco è davvero buono, soprattutto per l’omogeneità sonora e la coerenza esecutiva che smussa le differenze di genere per rendere protagonista l’unica cosa che davvero conta, la musica. 


Una musica senza confini e senza tempo, cesellata con grazia crepuscolare e palpiti elegiaci. Don’t Explain della Holliday è da brividi, lascia senza fiato, il groppo in gola e il cuore che perde colpi. Ma sono davvero convincenti anche il blues sotterraneo di I Shall Weep At Night di Mehldau, la tradizionale Wayfaring Stranger, Night di Patty Griffin e due delle quattro canzoni a firma Merritt presenti in scaletta, Only In Song e Feel Of The World. Meno centrato, perché un po’ troppo freddino, anche se tecnicamente ineffabile, è il tributo a Leonard Cohen (The Cohen Variations), in cui la Dinnerstein gioca con Bach e le sue variazioni. The Night non è un disco semplice, impone attenzione e richiede un ascolto scrupoloso, meglio se in cuffia. Tuttavia, superate le iniziali difficoltà, sono certo che tutti coloro che sono stanchi della solita sbobba, sapranno emozionarsi di fronte a una così ricca e inusitata proposta. Merita la musica e meritano le due interpreti. Bravissime.



VOTO : 8







Blackswan, venerdì 03/05/2013

giovedì 2 maggio 2013

JOE R. LANSDALE – LA SOTTILE LINEA SCURA



Nell'afosa estate texana del 1958, il tredicenne Stanley Mitchell lavora nel drive-in del padre, e mette il naso in un segreto che doveva rimanere celato. E la «perdita dell'innocenza» di Stanley, in quell'estate in cui il mondo per lui cambia per sempre, coincide con il miracolo di una resurrezione davvero magica. In perfetta naturalezza, Lansdale ricrea le voci, il sapore, la vita, di un tempo scomparso del tutto, come non fosse mai esistito. La «sottile linea scura», che segna per Stanley la scoperta del male, del dolore e della morte insieme con l'esplosione del sesso e la consapevolezza del conflitto razziale, diventa la parete trasparente da varcare per immergerci, stupiti e riconoscenti, in quegli anni Cinquanta lontani ormai come la preistoria.

Non so se sia ancora possibile parlare di romanzo di formazione in questi anni esasperati dalla tecnologia, dall’apprendimento in meno di un minuto, dal tutto e subito a portata di mouse. Tuttavia, qualora volessimo dare ancora credito alla letteratura come strumento di crescita e di conoscenza, La Sottile Linea Scura è uno di quei libri che letto a quattordici o quindici anni fa senz’altro la differenza in termini di consapevolezza. Non fraintendetemi : questo è un romanzo imperdibile anche per un adulto e vi innamorerete così tanto della storia di Stanley da cercare di protrarre il più a lungo possibile la lettura. D’altra parte, Lansdale, non sono certo io a scoprirlo, scrive divinamente e sa fondere con sapienza i ritmi del thriller e il fascino dell’avventura e del soprannaturale a una minuziosa ricostruzione storica e a una riflessione articolata sull’etica e la società. Eppure, sono convinto che per un ragazzino, questa storia di amicizia, di fantasmi e di vecchi delitti irrisolti, abbia la stessa potenza visiva di Stand By Me di Bob Reiner (pellicola con la quale il libro è strettamente imparentato) e lo stesso impatto emotivo di un classico senza tempo come le Avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain. Cambia la prospettiva, insomma, impone un nuovo sguardo. E non è solo per quella “perdita d’innocenza” di cui parla la quarta di copertina testè riportata. Stanley, in fin dei conti, resta innocente fino alla fine, non si macchia di peccati, scopre il mondo che lo circonda (la morte, il razzismo, la violenza sulle donne, il sesso) ma ciò avviene, a differenza dell’amico Richard, attraverso il filtro di un ambito familiare che lo protegge e lo ama. La vera rivelazione per Stanley è semmai la presa di consapevolezza del libero arbitrio, di una sottile linea scura sulla quale siamo tutti obbligati a camminare, una linea che divide i morti dai vivi, la giustizia dall’ingiustizia, la felicità dal dolore, l’ignoranza dalla conoscenza. Uscito dal guscio protettivo della famiglia, Stanley si troverà ad affrontare un percorso durissimo chiamato vita, che impone, ogni giorno, ogni singolo minuto, delle scelte, anche dolorose. Funziona così, prendere o lasciare. C’è una frase nel libro, pronunciata dal vecchio Buster, il proiezionista di colore che incarna l’esperienza e l’età adulta, e che riassume benissimo quanto fin qui affermato : “…Questa è la vita. Non sempre è una gran soddisfazione, infatti, ma quando c’è soddisfazione è proprio una gran cosa. L’unica cosa da tenere a mente è di godersela, la vita, perché carne e polvere, al tirar delle somme finiscono per rivelarsi la stessa cosa. Lo capisci questo? “. Sono le parole di Buster a spiegare a Stanley (e al lettore) che cosa significhi crescere : accettare la caducità, quell’essere carne e polvere al contempo, e scegliere la propria strada,  senza paura e al meglio che si può. Se Stanley ci riuscirà lo sapremo solo all’ultimo capitolo, quando il protagonista ormai invecchiato tirerà le somme della propria esistenza. Un finale spiazzante, con cui Lansdale ci coglie all’improvviso e ci riconsegna alla nostra realtà di adulti. Un finale che, soprattutto, ribalta la prospettiva dell’happy ending appena intravisto, adombra la storia di crepuscolare malinconia e, riga dopo riga, ci porta via un pezzo di cuore e ogni certezza. Lasciandoci solo la carne e la polvere. 

Blackswan, giovedì 02/05/2013

mercoledì 1 maggio 2013

STEVE EARLE & THE DUKES (AND DUCHESSES) - THE LOW HIGHWAY


Si può dire di tutto su Steve Earle, ma non che non sia stato coerente con sé stesso. Dischi memorabilli, undici nomination ai Grammy Awards, una schiera indomita di fans che non gli ha mai fatto mancare ammirazione e affetto anche nei momenti più difficili, sette mogli, tre figli, la dipendenza dalla droga, gli arresti, la detenzione, una difficile e sofferta disintossicazione rappresentano, in estrema sintesi, il bilancio di una vita vissuta sempre sopra le righe. Oggi, Steve, che ha 58 anni e porta un barbone che lo fa assomigliare a un santone indiano, potrebbe godersi la serenità raggiunta e gli agi conquistati tramite il successo commerciale. Invece, continua a mentenere viva la fiammella dell'impegno civile e politico che ne ha caretterizzato la carriera fin dagli esordi. Anche in The Low Highway, Earle non smette di raccontarci le piccole grandi storie della sua America, forse con maggior consapevolezza e disincanto, ma comunque senza scendere mai a compromessi, schierandosi, come tutti i partigiani della civiltà, dalla parte degli "invisibili" ("Invisible"), puntando il dito contro il disagio sociale, la crisi economica e il tema della disoccupazione, senza retrocedere di un passo. Ancora una volta non allineato, ancora una volta simbolo di controcultura e di lotta, Earle può essere definitivamente inserito nella schiera del grande cantautorato americano "dissidente ", quello che trova le sue radici nella "macchina che uccide i fascisti " di Woody Guthrie e in sonorità saldamente roots. E tutto ciò è esattamente quello che si ascolta in The Low Highway, un disco che ci riconsegna un artista ancora in grado di scrivere grandi canzoni (la title track e il folk-blues depresso della conclusiva Remember Me), di spaziare con proprietà di linguaggio fra rock, country e blues, e di ritrovare quel suono antico, forse oggi un pò risaputo, eppure sempre padroneggiato con sapienza artigianale (ad affiancarlo, tra gli altri duchi e duchesse, ci sono Chris Masterson alle chitarre e Eleanor Whitmore al violino, cioè i The Masterson al completo). Forse non tutto è perfettamente centrato (Calico County e Burnin' It Down le abbiamo già sentite migliaia di volte) e i tempi leggendari di Copperhead Road (1988) probabilmente sono finiti per sempre. Ma il pianoforte di Pocket Full Of Rain e la ruvidità springsteeniana di 21st Century Blues sono guizzi creativi di un artista che ha ancora molto da dire.
 
VOTO : 6,5
 
 
 
 
 
 
Blackswan, mercoledì 01/05/2013