martedì 31 maggio 2022

SPIRAL SKIES - DEATH IS BUT A DOOR (AOP Records, 2022)

 


A distanza di quattro anni dall’ottimo esordio Blues For A Dying Planet, tornano gli svedesi Spiral Skies, con un disco che, pur ricalcando le sonorità contenute nel primo lavoro, ne accentua decisamente gli spigoli più hard. Se la base portante del suono della band è la psichedelia degli anni ’70, declinata sul confine che separa rock e folk, Death Is But A Door mescola maggiormente le carte, inserendo elementi hard rock, metal (con riferimento alla NWOBHM) e doom.

L'album si apre con "The Endless Sea", che inizia con un arpeggio sognante e la calda voce di Frida Eurenius (il cui timbro è una via di mezzo fra quello di Grace Slicks e quello di Annie Haslam dei Renaissance) e che poi si sviluppa su riff di chitarra elettrica granitici e una massiccia sessione ritmica. Arricchito dai cambi di tempo, il brano mescola sonorità anni '70 con il tocco personale della band, esaltando il talento della cantante e mettendo in evidenza la capacità degli Spiral Skies di creare atmosfere coinvolgenti con passaggi stilistici raffinati.

Riff di chitarra fuzzy aprono “While the Devil Is Asleep”, un brano caratterizzato da continui cambi di tempo, che apre nuovamente una finestra temporale sui primi anni '70. Qui, le parti più delicate si intrecciano con quelle più dure, e la voce della Eurenius e la chitarra offrono un buon inserto solistico nell’incedere strumentale. "Into the Night" inizia con una batteria galoppante e una linea di basso accelerata, mentre i ruvidi riff di chitarra evocano l'energia del Metal anni '80 con un tiro energico e coinvolgente.

La traccia più breve dell'album, "Somewhere in the Dark", possiede un approccio più moderno, con ritornelli corali coinvolgenti e un buon piglio melodico, mentre "Heart of Darkness" presenta riff di chitarra ispirati al doom, e un mood più oscuro, che ricorda i maestri del genere dei primi anni '70 (ogni riferimento ai Black Sabbath è puramente casuale). Un brano molto intenso, che esalta le doti vocali della Eurenius e si sviluppa attraverso riff pesanti e coinvolgenti, mentre il ritmo, in continuo mutamento, è caratterizzato da improvvise accelerazioni che aumentano l'intensità del brano.

Se “Nattmaran” prosegue su una cupa scia doom con accenti fortemente psichedelici, "Time" si apre, invece, con un morbidissimo arpeggio di chitarra, parte lenta, avviluppata nel cantato pieno di pathos di Frida e poi cresce d’intensità in una seconda parte più acida, in cui sono ancora i cambi tempo a farla da padrone. “Mirage” mescola psichedelia e rock, evocando gli anni ’60 e un vago clima far-west, mentre la conclusiva “Mirror Of Illusion”, con il suo incedere epico e bluesy riporta ai giorni nostri atmosfere rock anni ’70, con ottime trame di chitarra e la consueta voce calda ed espressiva.

Death Is But A Door è chiaramente un disco per nostalgici, completamente immerso in atmosfere antiche e citazioni continue, che suscitano spesso la sensazione del deja vù. La mancanza di originalità è comunque compensata dalla capacità della band di gestire ogni singolo brano con abili cambi tempo e un apprezzabile lavoro sulle chitarre elettriche, esaltati dalla straordinaria voce della Eurenius, che è l’elemento distintivo di un suono prevedibile ma plasmato con sapienza e passione.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, mercoledì 31/05/2022

lunedì 30 maggio 2022

EASY LOVER - PHILIP BAILEY feat. PHIL COLLINS (Columbia, 1984)

 


E’ il 1984, quando Phil Collins, che vive un momento d’oro della carriera grazie all’exploit dei suoi dischi solisti (Face Value e Hello, I Must Be Going!), viene chiamato a produrre il nuovo disco di Philip Bailey, musicista noto per essere la voce degli Earth, Wind And Fire. Il disco, che s’intitola Chinese Wall, grazie anche all’apporto del leader dei Genesis (che vi suona anche batteria e tastiere), ha un ottimo riscontro commerciale e di critica, e si guadagna anche una nomination ai Grammy per la miglior interpretazione vocale R&B maschile. E' però il singolo Easy Lover, cantato da Bailey proprio in duetto con Collins, a fare sfracelli, diventando disco d'oro e piazzandosi alla posizione 2 di Billboard 200, subito dietro a I Want To Know What Love Is dei Foreigner.

L’idea per la canzone venne a Bailey che, verso la fine delle sessioni di registrazione, chiese al batterista di provare a incidere qualcosa insieme. Detto, fatto. I due si attardano in studio ben oltre l’orario di lavoro e cominciano a jammare, fino a quando, piano piano, si trovarono ad avere in mano una strofa, poi, un’altra, quindi, un ritornello e un groove irresistibili. Che il clima fosse rilassato e divertito, e che i due, dopo aver lavorato insieme parecchie settimane, avessero trovato una perfetta sintonia, è del tutto evidente nel tiro melodico del brano, così sbarazzino, leggero, eppure carico di una vibrante adrenalina, e nel video che lo accompagna, in cui i due musicisti gigioneggiano come amici di lunga data.  

E fu proprio il feeling fra Bailey e Collins a far scattare la scintilla per le liriche del brano, in cui viene rappresentato l’immaginario dialogo fra due amici riguardo a una Easy Lover, espressione gergale per indicare una mangiatrice d’uomini, una donna che gioca con i sentimenti dei suoi innamorati, per poi scaricarli senza pietà. Uno dei due, che è stato appena lasciato da questa splendida ragazza, e ha evidentemente il cuore in pezzi e il morale a terra, cerca di avvertire l’altro che, a sua volta, se ne è innamorato, e lo mette in guardia, lo invita a desistere dal fare stupidaggini: “Prima che tu te ne accorga, sarai in ginocchio…Ti prenderà il cuore, ma tu non lo capirai. Nessun altra è come lei. E sto solo cercando di farti vedere, è il tipo di ragazza che sogni, che sogni di tenerti stretta. Faresti meglio a dimenticarla. Non lo capirai mai, lei giocherà e ti lascerà. Lasciarti e ingannarti…”.

E ancora: “Faresti meglio a dimenticarla, Non lo capirai mai Perché lei dirà che non c'è nessun altro, Finché non ne troverà un altro. Meglio dimenticarla, o te ne pentirai. E non cercare di cambiarla, lasciala, lasciala”. Cosa, poi, sarà successo non si sa: l’amico non risponde e non è dato sapere se abbia seguito il consiglio del suo interlocutore o se, nonostante tutto, abbia preferito seguire il suo istinto. Poco importa, vien da pensare, uomo avvisato, mezzo salvato, affari suoi.

Quel che importa, invece, è che Easy Lover resta una divertentissima canzone, di quelle che alzano il tono dell’umore e insufflano l’anima di vibrante energia, grazie anche al fantastico assolo di chitarra eseguito da Daryl Stuermer, collaboratore di lunga data e amico fraterno di Phil Collins.

 


 

Blackswan, lunedì 30/05/2022

venerdì 27 maggio 2022

BONNIE RAITT - JUST LIKE THAT...(RedWing Records, 2022)

 


Just Like That è il diciottesimo album in studio della venerata cantautrice e chitarrista americana, Bonnie Raitt, e arriva a sei anni dalla sua ultima fatica, il convincente Dig In Deep. Un nuovo lavoro che, come molti usciti in questo periodo storico, è inevitabilmente figlio della pandemia e di una società che, per ovvi motivi, ha cambiato profondamente i lineamenti del proprio volto.

Anche la Raitt ha subito forti ripercussioni a seguito del Covid, perdendo amici e mentori, affetti e persone a cui non ha potuto dire addio. Non è un caso, allora, che la malattia getti ombra sulla maggior parte delle canzoni di Just Like That, anche su quei brani che parlano d’altro, magari d’amore. A volte, la maledetta pandemia occupa ogni spazio con la sua inquietante presenza, in altri casi, invece, è un tragico spunto che aiuta semplicemente ad approfondire la comprensione di quanto l’esistenza umana sia incerta e caduca. "Non credo che torneremo quelli di una volta", canta Raitt in "Livin' for the Ones", uno dei quattro brani originali di questo album, "Inutile cercare di misurare la perdita." Tra queste perdite immense, c’è John Prine, l’amico pianto a lungo prima di iniziare le registrazioni dell’album, e Toots Hibbert, il frontman dei Toots And The Maytals, omaggiato, qui, con una versione della sua "Love So Strong".

Just Like That, tuttavia, non è un disco monotematico, perché la Raitt sposta l’attenzione anche su temi più convenzionali, come storie d’amore che hanno collassato ("Made Up Mind", scritta dai fratelli Landreth, David e Joseph Sydney), amori ritrovati (“Something Got A Hold Of My Heart”) e amori che se ne vanno per sempre, lasciando addosso sensi di colpa (“Blame It On Me”). Così come, nella title track, in cui Bonnie apre il cuore alla speranza e al senso di fratellanza, raccontando la storia di una madre afflitta, che ha perso il proprio figlio, e che trova conforto alla perdita, abbracciando l’uomo che ha ricevuto il suo cuore ed è sopravvissuto grazie al trapianto.

Tuttavia, è inevitabile che il dramma della pandemia circoli per tutta la durata del disco, che l’immobilismo di quei giorni torni in versi che ricordano come il tempo “è versato come sabbia attraverso le mie mani e le tue”, e che quei momenti traumatici e la sofferenza che ne è derivata, facciano emergere il dolore di addii non dati, come un peso quasi insostenibile ("When We Say Goodnight"). Eppure questo disco non cede mai completamente nell'oscurità, queste sono, semmai, storie di accettazione, storie di resistenza, in cui il dolore non soverchia mai completamente la speranza. C’è il ricordo, per quanto mesto, di chi non c’è più (“Sto vivendo per quelli che non ce l'hanno fatta, abbattuti senza alcuna colpa”, canta la Raitt sul tiro stonesiano delle chitarre di “Livin’ For The Ones”) ma c’è anche lo sprone a chi è rimasto, l’invito a non piangersi addosso e a continuare a vivere, con coraggio (“Se mai inizi a lamentarti, ricorda solo quelli che non sentiranno mai più il sole sui loro volti.")

Just Like That è un classicissimo disco di rock blues, quello che ti aspetti da un’artista come Bonnie Raitt, da sempre fedele alla propria visione e indifferente alle mode. Alla songwriter di Burbank, sulle scene ormai da mezzo secolo, si può, quindi, rimproverare, forse, la mancanza di originalità, anche se molti la leggerebbero la cosa come coerenza artistica. Di sicuro, pur in un canovaccio assolutamente prevedibile, la Raitt possiede una straordinaria eleganza formale (quell’essere così incredibilmente diretta nonostante un approccio classicissimo) e, quel che più conta, un’ardente passione, che continua a farcela amare, nonostante di lei, sappiamo ormai tutto quello che c’è da sapere.

VOTO: 7

 


 


Blackswan, venerdì 27/05/2022

mercoledì 25 maggio 2022

WALKING ON SUNSHINE - KATRINA AND THE WAVES (Capitol, 1985)

 


Se c’è una canzone che sembra essere stata scritta appositamente per trasmettere allegria e gioia di vivere, per risollevare il morale e lenire il dolore, questa è Walking On Sunshine dei Kathrina And The Waves: una botta di adrenalina capace di smuovere anche le montagne e uno dei successi commerciali più eclatanti di sempre.

La band nasce a Cambridge nel lontano 1975, dall’incontro il chitarrista Kimberley Rew e il batterista Alex Cooper. Tre anni dopo, alla coppia, ancora in cerca di una propria identità artistica, si unì la cantante Katrina Leskanich (che era americana e che viveva coi genitori in una base militare statunitense) e il bassista Vince de la Cruz, entrambi facenti parte dei Mama’s Cookin’, una cover band che si esibiva reinterpretando brani di artisti come Heart, Foreigner, Linda Ronstadt e ZZ Top.

Nel 1983, il gruppo, che aveva iniziato a esibirsi con il nome di Waves, fu ufficialmente ribattezzato Katrina and the Waves e pubblicò il suo omonimo album di debutto sotto l’egida della Attic Records, che distribuì il vinile solo in Canada, dove ebbe ottimi riscontri di vendite. Nel 1985, la band venne notata dalla Capitol, con cui firmò un contratto per la distribuzione internazionale del disco, il quale diede in breve tempo notorietà al gruppo, grazie a un accattivante mix di new wave, pop e rock, trainato dal  singolo principale: "Walking on Sunshine". Che, originariamente, aveva l’insolita veste di ballata, e solo al momento della registrazione, si trasformò nel brano ritmato e frizzante che tutti conosciamo.

La canzone fu scritta dal chitarrista Kimberly Rew, il quale a proposito delle circostanze che lo ispirarono, in un’intervista rilasciata a The Guardian nel 2015, raccontò: “Mi piacerebbe dire che 'Walking on Sunshine' si riferisse a un evento significativo della mia vita, come uscire dalla porta di casa, vedere una cometa ed essere ispirato. Ma è solo un pezzo di semplice divertimento, una canzone ottimista, nonostante, ai tempi, non fossimo persone particolarmente allegre". Ciò nonostante, è fuor di dubbio che Walking On Sunshine sia una canzone che trasmette allegria e benessere, un toccasana per l’umore e un’iniezione di travolgente euforia.

Un brano che parla della felicità che si prova a essere innamorati, di quella leggerezza del cuore che ti fa letteralmente levitare da terra, tanto da avere la sensazione di camminare sulla luce del sole: “Pensavo che forse ora mi ami, piccola, ne sono sicuro. E non vedo l'ora che arrivi il giorno in cui busserai alla mia porta Ora, ogni volta che vado alla cassetta delle lettere, devo trattenermi Perché non vedo l'ora che tu mi scrivi che stai tornando, Sto camminando sulla luce del sole, Sto camminando sotto il sole”.

Quella melodia spensierata e il ritmo rimbalzante si mangiarono in breve le classifiche di mezzo mondo, raggiungendo la nona piazza di Billboard Hot 100, l’ottava piazza nel Regno Unito,  la quarta in Australia, e facendo guadagnare alla band una nomination ai Grammy nella categoria Best New Artist. "Walking On Sunshine" è anche diventata un punto fermo della cultura pop per quasi quattro decenni, tanto che la canzone è comparsa in dozzine di spot pubblicitari e nella colonna sonora di film come American Psycho e Alta Fedeltà.

Un successo costante e inesauribile che, nell’agosto del 2015, spinse la BMG Rights Management ad acquistare i diritti della canzone per la cifra esorbitante di dieci milioni di sterline.

Sembra quasi assurdo, ma quella che è riconosciuta universalmente tra le canzoni più allegre della storia, nel 2005 fu accostata alla tragedia che colpì il Golfo degli Stati Uniti. Quando, infatti, il devastante uragano Katrina si abbattè sulle coste americane, parte della stampa definì l’evento chiamandolo “Katrina And The Waves”. Intervistata sul fatto da un giornalista del New York Times, Katrina Leskanich, disse: "La prima volta che ho aperto il giornale e ho visto il nostro nome accostato all’uragano è stato uno shock. ... Spero che il vero spirito di 'Walking on Sunshine ' prevarrà. Odierei che il titolo si tingesse di tristezza.”  




Blackswan, mercoledì 25/05/2022

martedì 24 maggio 2022

HALESTORM - BACK FROM THE DEAD (Atlantic, 2022)

 


A prescindere dalla qualità artistica di quello che stiamo ascoltando in questo periodo, è indubbio che il covid e la conseguente pandemia aleggino come fantasmi su molti dei dischi usciti nel 2022. Non ne sono esenti gli americani Halestorm, che quattro anni dopo l’ottimo Vicious, tornano con un nuovo disco, probabilmente il loro migliore a livello di energia espressa e resa sonora (Back From The Dead, guarda caso, è prodotto da Nick Raskulinecz, già al lavoro con Foo Fighters, Mastodon e Alice In Chains).

Gli Halestorm, rispetto a molti colleghi, hanno, però, fatto di necessità virtù, convogliando l’energia repressa di due anni vissuti in apnea, in una scaletta vibrante e rabbiosa, che veicola un incontenibile afflato vitale e  un bruciante desiderio di “resurrezione” dal mondo dei morti (in tal senso il titolo dell’album è assai esplicito). Il risultato è, quindi, il disco più heavy della band, come se una valvola di sfogo fosse stata aperta per poter liberare tutte le frustrazioni, il malessere accumulato negli ultimi due anni e un surplus di vitalità repressa.

Non a caso, il disco inizia con Lzzy Hale che urla "I'm Back From the Dead", un grido liberatorio, che suona tanto come una chiamata alle armi, quanto come una perentoria dichiarazione di esistenza in vita. Potente e devastante, senza tuttavia perdere una certa dimensione melodica, la title track traina concettualmente tutto il resto del disco, e possiede la forza di un pugno in piena faccia, indispensabile per scuotersi dal torpore.

L’impressione è quella di una band che stia spingendo al massimo il pedale dell’acceleratore, per provare a superare i propri limiti, per vedere l’effetto che fa a suonare duro e cattivo. Nove pezzi su undici, quindi, vestono l’armatura metallica di una corazzata rock, sferragliante e senza fronzoli, capace anche di momenti piacioni e un po' telefonati ("Brightside" e "The Steeple"), per poi spazzare ogni resistenza, con il fiume in piena di brani distruttivi quale "Bombshell", la title track e "Wicked Ways". Un tiro notevolissimo, spinto dalla voce devastante della splendida Lzzy Hale, la cui voce graffia e ruggisce con belluina energia.

Ci sono anche due riuscite ballate, la meditabonda e acustica "Terrible Things", e la conclusiva "Raise Your Horns", un inno alla ritrovata normalità, per pianoforte dagli accenti gospel e la voce spettacolare di Lzzy Hale a far vibrare le corde dell’emozione.

L'originalità non passa certo da queste parti, ma la travolgente elettricità che attraversa la scaletta, farà sicuramente felice chi ama le chitarre e preferisce la sostanza rock all'hype modaiolo. Da ascoltare a tutto volume.

VOTO: 7

 


 

Blackswan, martedì 24/05/2022