martedì 16 agosto 2022

ZZ TOP - RAW (BMG, 2022)


Raw è un nuovo album live della formazione originale degli ZZ Top (Billy F Gibbons, Frank Beard e il compianto Dusty Hill), suonato ad hoc per una singolare circostanza. Il disco, infatti, è stato registrato alla Gruene Hall in Texas, come colonna sonora del documentario, nominato ai Grammy, ZZ Top: That Little Ol' Band dal Texas. Pubblicato da Banger Films, il film offre uno spaccato della storia della classica incarnazione della band. Il regista canadese del film, Sam Dunn, ha cercato il giusto approccio per trasmettere visivamente il modo in cui gli ZZ Top hanno realizzato i loro album a inizio carriera, quando tutti e tre i membri si chiudevano nella stessa stanza per dare sfogo alla creatività e registrare.

La classica ambientazione honky-tonk di Gruene Hall, fondata nel 1878, è stata scelta come location suggestiva per questa sessione di registrazione, in cui la band, dopo tanti anni di successi, ritrova la sua versione più autentica e orientata alle radici, che è poi quella raccontata nel documentario. Un’idea semplice, ma al contempo efficace: celebrare le origini dell’iconica band texana, tenendosi lontani dal circuito rutilante dal classico show eseguito davanti a migliaia di persone, per ricreare la magia e la libertà espressiva di quei giorni, in cui si stava creando una delle leggende rock più amate dal pubblico americano, e non solo.

La Gruene Hall, la più antica sala da ballo del Texas, è stata scelta, quindi, come sfondo adatto per replicare la suggestione di un ritorno agli esordi e, come per miracolo, la band si è rituffata nel proprio passato, ritrovando un suono crudo, diretto, sanguigno e graffiante. Questa jam, che si percepisce essere figlia dell’improvvisazione e di una ritrovata voglia di divertirsi e di stare sugli strumenti, mentre il sudore scorre abbondante e l’energia è quasi fisicamente palpabile, è diventata la colonna sonora del film, ma anche un prezioso documento audio, per la gioia dei milioni di fan, che ritroveranno il suono di dischi memorabili come Rio Grande Mud (1972) e Tres Hombres (1973).

Le dodici tracce in scaletta includono "Certified Blues", tratta dal primo album degli ZZ Top datato 1971, così come "La Grange", il più grande successo della band risalente al 1973, e poi, "Tush", "Gimme All Your Lovin'", "Legs" e altri eterni brani presi dal songbook dei texani. Un disco imperdibile per i fan di lunga data, ma anche l’occasione per scoprire una delle band più longeve e iconiche del blues rock a stelle e strisce.

VOTO: 7,5 




Blackswan, martedì 16/08/2022

 

venerdì 12 agosto 2022

NEIL YOUNG - TOAST (Reprise, 2022)


 

Quanto siano profondi e ricchi gli archivi di Neil Young è una domanda a cui probabilmente non potremo dare mai una risposta. Quel che è certo è che il vecchio canadese, continua ad attingervi e a pubblicare dischi in quantità industriale, tanto che, anche un vecchio fan incallito come il sottoscritto, ha finito per perdere il conto, anche solo delle uscite dell’ultimo anno.

Toast è un disco risalente a più di vent’anni fa, quando Young, nell'autunno del 2000, con in animo di dare sfogo alla creatività elettrica dei suoi Crazy Horse, iniziò a registrare un pugno di canzoni presso gli ormai fatiscenti Toast Studios (da qui il titolo) di San Francisco. Non un gran periodo per il vecchio canadese, la cui relazione con la moglie Pegi era ormai al tracollo, circostanza che trasformò questi brani, dal minutaggio ponderoso e dalla struttura scarna e grezza, in qualcosa di estremamente doloroso, qualcosa di così intimo e lacerante da essere considerato inadatto alla pubblicazione.

Fino a oggi, almeno, quando la scaletta completa di Toast è stata riesumata e ripubblicata, dopo aver preso vent’anni di polvere negli infiniti sotterranei di casa Young. Un disco importante, certo, nella ricostruzione del lungo percorso artistico del grande canadese, ma anche un’opera discontinua, non del tutto centrata, anche se, sicuramente, assai appetibile per gli amanti del suono Crazy Horse. Alcuni dei brani presenti in Toast, meglio precisare, furono riproposti, qualche tempo dopo, nel disco Are You Passionate? (2002).

Uno di questi, "Quit", apre l'album creando una trasandata e rilassata atmosfera soul: un inizio piacevole ma poco coinvolgente e privo digrande incisività. Completamente all’opposto, il secondo brano in scaletta, "Standing In The Light of Love", mostra i muscoli attraverso il ringhio di chitarra e la voce tirata di Neil. Un brano quasi hard rock, grave e carico di elettricità, nella miglior tradizione Crazy Horse. Un'altra canzone ripresa da Are You Passionate? è "Goin' Home", una grintosa cavalcata costruita su chitarre nodose, che non suona molto diversa dalla sua incarnazione del 2002, ma che si distingue comunque per il riff sporco, graffiante, cupo, la ritmica quadratissima e i soliti assoli di Neil, parchi di note e incisivi.

Il passo pesante e gli abiti sudici di "Timberline", e i dieci minuti abbondanti di "Gateway Of Love", suonano esattamente come dovrebbero suonare dei brani dei Crazy Horse, anche se la seconda è più una sorta di jam a briglia sciolta, un canovaccio su cui sbizzarrirsi, libero nella forma e senza una precisa destinazione. "How Ya Doin?" è una riproposizione un po’ più ruvida di "Mr. Disappointment", mentre "Boom Boom Boom" è una versione ancora più lunga (ben tredici minuti) di "She’s a Healer", un altro brano che assume i connotati di jam, ottimo nelle finiture di chitarra, ma francamente troppo ripetitivo e abbastanza noioso.

Insomma, Toast è un disco che suona ondivago, che si muove per cinquantadue minuti fra alti e bassi, che regala cose preziose e altre sostanzialmente inutili. Il classico album imperdibile solo per i completisti dello zio Neil. Per tutti gli altri, assolutamente prescindibile.

VOTO: 6,5

 


 

 

Blackswan, venerdì 12/08/2022

giovedì 11 agosto 2022

JOURNEY - DON'T STOP BELIEVIN'' (Columbia, 1981)

 


Non è la canzone dei Journey che ha venduto di più, ma è sicuramente quella che può vantare lo status di ever green. Don’t Stop Believin’, traccia di apertura di Escape, nono album della band californiana, è un brano dalla struttura anomala, praticamente unica. Se, infatti, nella quasi totalità del pop/rock, il ritornello viene ripetuto più volte nel corso del minutaggio, in Don’t Stop Believin’ arriva solo alla fine, a circa tre minuti e venti secondi dall’inizio. Una sequenza particolare che si sviluppa così: strumentale, prima strofa, strumentale, seconda strofa, pre-ritornello, strumentale, terza strofa, pre-ritornello, strumentale, e infine il ritornello, fino alla dissolvenza in chiusura.

Nella frase “Strangers waitin', Up and down the boulevard” (“Stranieri in attesa, su e giù per il Boulevard“) è racchiusa la genesi del brano. Il Boulevard è, infatti, un esplicito riferimento al Sunset Boulevard di Hollywood, il luogo in cui, in quegli anni, i musicisti (e non solo) realizzavano (o cercavano di realizzare) i propri sogni. L’idea per la canzone venne al tastierista Jonathan Cain, che si era trasferito a Hollywood in cerca di successo. Le cose, però, non andavano affatto bene, e la possibilità di fare carriera era solo un lontano miraggio. Jonathan ricorda che in quei momenti difficili parlava spesso con il padre, chiedendogli se non fosse il caso di fare ritorno a casa, a Chicago, e mollare tutto. E il padre, gli rispondeva sempre: "No, figliolo. Mantieni la rotta. Hai una visione. Accadrà. Non smettere di crederci.". Ovviamente, accadde e Cain divenne il tastierista dei Journey.

Durante una prova del gruppo, il riff della canzone sgorgò improvvisamente e Cain suggerì che ben si poteva adattare alla sua esperienza di vita a Hollywood, invitando il cantante Steve Perry (coautore del brano insieme a Cain e al chitarrista Neal Schon) a scrivere un testo che parlasse di tutti i sognatori che sognavano di diventare attori, produttori, artisti, avvocati, e che bazzicavano il Sunset nel fine settimana. Nacque così, quel bellissimo verso, scritto da Perry, in una stanza d’albergo a Detroit: “Stranieri in attesa, su e giù per il viale, Le loro ombre che cercano nella notte, Gente lampione, che vive solo per trovare emozioni, Nascoste, da qualche parte nella notte”.

La canzone, come scritto, non ebbe un grande successo commerciale, ma divenne popolare più avanti, quando nel 2003, venne inserita nella colonna sonora di Monster, film per la regia di Patty Jenkins, basato sulla vera storia della serial killer Aileen Wuornos, interpretata da Charlize Theron, vincitrice anche di un premio Oscar. Don’t Stop Believin’ fu inserita nella sequenza in cui la Wuornos e Selby Wall (interpretata da Christina Ricci) stanno pattinando, e sulle note del brano, capiscono di essere innamorate e finiscono per baciarsi fuori dalla pista. L'uso della canzone in questa scena adorata dalla critica, attirò l’attenzione dei media, e da quel momento furono tantissime le richieste per inserire Don’t Stop Believin’ in film, pubblicità e programmi TV.

Negli Stati Uniti, la canzone è tornata in auge di recente, durante la pandemia del 2020, in quanto alcuni ospedali usavano Don’t Stop Believin’ come inno d’incoraggiamento per i pazienti che si stavano riprendendo dal COVID-19 e per coloro che li curavano. Il New York-Presbyterian Queens Hospital, ad esempio, ha suonato Don't Stop Believin' in tutto l'edificio, ogni volta che dimetteva un paziente affetto da coronavirus.

 


 

 

Blackswan, giovedì 11/08/2022

martedì 9 agosto 2022

ROLLING BLACKOUTS COASTAL FEVER - ENDLESS ROOMS (Sub Pop, 2022)

 


Con la pubblicazione del terzo album in studio, l’impressione era che qualcosa potesse cambiare, che questo nuovo Endless Rooms avrebbe visto Rolling Blackouts Coastal Fever intraprendere un nuovo percorso artistico. Forse era la splendida atmosfera notturna dell'artwork di copertina, a indurre a nuove sensazioni, e a evocare un mood in netto contrasto con il divertissement da spiaggia assolata che aveva caratterizzato i primi due full-lenght del gruppo. O forse, semplicemente, visto che il secondo disco degli RBCF, Sideways To New Italy, rappresentava un passo di lato, invece che avanti, rispetto allo splendido esordio Hope Downs, di cui aveva riproposto le atmosfere, senza possederne, però, lo stesso irresistibile fascino, era plausibile che il gruppo australiano cercasse nuove direzioni verso cui portare il proprio progetto.

In realtà, Endless Rooms è, per gran parte delle canzoni in scaletta, un album che vede il quintetto navigare nelle stesse affidabili acque di sempre: jangle pop e indie rock tintinnante, attraversati dalla leggerezza del divertimento e illuminati da raggi di sole che evocano scenari estivi. In tal senso, questo è un lavoro prevedibile, che ripropone, a volte anche bene, i medesimi ganci melodici contagiosi (la contagiosa "The Way It Shatters") che avevano reso memorabili alcuni brani del passato più o meno recente. La maggior parte delle canzoni in scaletta, quindi, ripropone, senza deviazioni, una formula tanto affidabile quanto piacevole.

Tuttavia, qui e là, la band trova anche il coraggio di scartare dall’ovvio e proporre piccole variazioni sul tema, che sono poi quelle che rendono l’ascolto di Endless Rooms decisamente più intrigante. Una piccola apertura strumentale, senza precedenti nella discografia del gruppo, posta a inizio album ("Pearl Like You"), l’incedere trasognato di "Caught Low", il cui irresistibile luccichio melodico si pone a metà strada fra dream pop e americana, le atmosfere deliziosamente scazzate di "Open Up Your Window", l’inaspettata "Saw You At The Eastern Beach", che ammicca a sonorità vagamente post punk (anche se le tenebre sono tenute ben lontano) o i riverberi psichedelici della title track, sono spezie inaspettate di un piatto, altrimenti, dai sapori ben definiti. Insomma, piccoli scarti dal consueto, che mostrano il potenziale di una band che sarebbe, probabilmente, in grado, di muoversi anche in una direzione più atmosferica e psichedelica.

Il risultato complessivo non stupisce, certo, ma regge il confronto con i dischi precedenti e, per quanto questo possa essere considerato un album di transizione, è comunque difficile non essere sedotti dalla freschezza di melodie che, spesso e volentieri, fanno immediatamente breccia. Ciò premesso, si può discutere sul futuro di una band che forse potrebbe uscire dalla propria comfort zone e trovare un diverso approccio espressivo. In Endless Rooms alcune idee nuove hanno iniziato a prendere forma e lasciano intravvedere percorsi altri e decisamente intriganti. Occorrerà attendere il quarto disco per capire effettivamente di che pasta sono fatti questi cinque ragazzi, che amano le chitarre, le melodie sbarazzine e la leggerezza di una giornata di sole. Per il momento, teniamoci questo pugno di canzoni che hanno il merito di portare un po' di freschezza nel clima torrido di quest’estate senza fine.

VOTO: 7

 


 

 

Blackswan, martedì 09/08/2022

lunedì 8 agosto 2022

THE ROLLING STONES - LICKED LIVE IN NEW YORK CITY (Mercury/Universal, 2022)

 


Licked Live in New York, registrato dal vivo al Madison Square Garden nel gennaio 2003, rappresentò, all'epoca, un evento straordinario, in quanto parte di un tour mondiale, che generò 117 spettacoli per celebrare il 40° anniversario della band. Non sorprende che fossero ancora al top della forma; dopotutto, gli Stones non sono solo una macchina ben oliata, ma anche apparentemente invincibile. La cosa più impressionante è che non solo sono stati così formidabili per quattro decenni interi, ma ora, circa vent’anni dopo, sono ancora inarrestabili. Come sempre lo sono stati.

Se uno dovesse giudicare l’interesse per questo live semplicemente dalla forza della scaletta, che include standard senza tempo come "Street Fighting Man", "Start Me Up", "Honky Tonk Woman", "It's Only Rock and Roll (But I Like It)", "Angie", "Let It Bleed" e, naturalmente, "Satisfaction", probabilmente lo troverebbe scontato e superfluo. D’altra parte, i Rolling Stones, seppur immarcescibili (e forse proprio per questo), sono tutt’oggi un gruppo piuttosto prevedibile. Si sa cosa aspettarsi da loro prima che le luci si accendano e la band inizi a sgambettare sul palco. Di conseguenza, nonostante una miriade di album dal vivo pubblicati nel corso della loro carriera, c'è una coerenza espressiva che non prevede molti cambiamenti, a parte i luoghi e le date in cui è stato registrato un dato concerto. Sembra assurdo, ma per la maggior parte della scaletta, a parte l'inclusione di alcune canzoni più recenti, Licked Live in NYC e Get Yer Ya Yas Out (1970) hanno molto più in comune di quanto l'arco di trentadue anni potrebbe suggerire.

Naturalmente, ci sono alcuni episodi che permettono di collocare il live negli anni in cui è stato suonato e che introducono qualche piccola novità rispetto al consueto. Charlie Watts e il sassofonista Bobby Keys erano ancora vivi e in forma decisamente smagliante. La perdita di Watts, in particolare, aggiunge una certa tristezza in retrospettiva, ma detto questo, gli Stones non sono mai stati una band che suscita nostalgia. Perché, molto semplicemente, sono. Ancora. A dispetto di tutto.

Quindi, è inevitabile che assaporare questo concerto di vent’anni fa, tramite il cofanetto di due CD/Dvd (che include anche tre bonus track registrate dal vivo ad Amsterdam, filmati delle prove, il documentario Tip of the Tongue e filmati aggiunti nel backstage) o semplicemente nel formato audio di due cd, produca ancora eccitazione ed entusiasmo, anche in quei fan che posseggono proprio tutto della band.

Anche perché, come sempre, nonostante una scaletta prevedibilissima, è tutta una questione di atteggiamento, di come la band sta sul palco, di quanta energia emana (e qui, vi assicuro, ne troverete tantissima), della convinzione con cui suona. Ci sono anche sorprese musicali estemporanee: il duetto sfacciato e frizzante di Sheryl Crow con Jagger in Honky Tonk Women e la prova solista di Richards sul lento "Thru and Thru", una traccia da Voodoo Lounge, eseguita molto raramente.

Sulla scia di Live At The El Mocambo, un set storico che scava ulteriormente negli archivi degli Stones, Licked Live a New York potrebbe essere considerato l'ennesimo collegamento a un'eredità che continua a girare molto più a lungo di quanto chiunque avrebbe potuto immaginare. Il fatto che Mick e Keef siano alla vigilia di compiere 80 anni e ancora determinati come sempre a suonare sui palchi di mezzo mondo, è di per sé sbalorditivo. E se è vero che Licked Live offre un ulteriore prova della loro immortalità, anche il fatto che quasi vent’anni dopo questi ingrigiti ragazzacci non trovino motivo per smettere, è in qualche modo rassicurante. Perché, di sicuro, ci saranno altri live per la felicità di chi non ha mai smesso e non smetterà mai di amarli.

VOTO: 8

 


 

 

Blackswan, lunedì 08/08/2022