giovedì 3 aprile 2025

Dirty Honey - Mayhem and Revelry Live (Dirt Records, 2025)

 


Oggi, essere giovani e suonare classic rock è quasi un atto rivoluzionario, una scelta coraggiosa e ostinata che non guarda le classifiche, non si piega all’hype e alle mode, che sceglie la nicchia e la qualità invece di puntare al successo commerciale. I Dirty Honey sono, in tal senso, la testimonianza che oltre alle truppe indie, trap e hip hop, esiste anche una gioventù alternativa, che suona, che suda, che restituisce vigore a un genere troppo stesso dato per autoreferenziale e incapace di rinnovarsi.

Potremmo definire i Dirty Honey “la salvezza del rock’n’roll”, se non fosse, questa, una locuzione frusta e troppo spesso abusata. E se non fosse che il rock, a dispetto del tempo che passa e di mode che spingono verso altri territori musicali, resta tutto sommato in buona salute, rappresentando l’unica musica ancora in grado di fare da collante fra le generazioni.

La band losangelina ha pubblicato solo due dischi in studio (oltre a singoli ed EP), ma ha già dimostrato di avere tutte le carte in regola per costruire un futuro luminoso, iniziando a spron battuto la scalata verso l’aristocrazia musicale che annovera i più grandi di sempre: un songwriting fresco e ispirato, un’urgenza espressiva travolgente e doti tecniche di livello.

Non è un caso, dunque, che, con una certa spavalderia, i Dirty Honey siano arrivati a pubblicare il loro primo album live dopo soli quattro anni di carriera, dimostrando che anche sul palco se la possono giocare ad armi pari con tutti.

Mayhem and Revelry Live contiene materiale registrato sui palchi del Nord America, del Regno Unito e dell’Europa (Italia compresa) durante il Can't Find the Brakes World Tour 2023-24. In scaletta, sedici canzoni che ben documentano (anche per chi non avesse avuto modo di assistere a un loro spettacolo) la forza travolgente di una band che dal vivo non fa prigionieri.

Si accendono i motori con "Won't Take Me Alive", ed è subito evidente che il frontman Marc LaBelle possiede delle capacità vocali che reggono il confronto con vecchi e nuovi eroi del genere, oltre a una consumata attitudine da mattatore, capace di coinvolgere il pubblico, che, finalmente, oserei dire, si sente, non come un rumore di sottofondo, ma come parte attiva dello show.

E’ tutta la band, comunque, a girare a mille. I riff di chitarra di John Notto in "California Dreamin'" e "Rollin' 7's" indicano che è stato innegabilmente influenzato da gente come Joe Perry e Rich Robinson, ma il suo talento distintivo risplende in tutto il disco, tra riff impetuosi, fraseggi coraggiosi e assoli pirotecnici. Nella nostalgica "Coming Home", una morbida pausa acustica piazzata tra tante sciabolate, Notto dimostra anche la sua abilità nella slide, mettendosi al servizio della magistrale prova vocale di LaBelle.

La sezione ritmica grintosa composta da Justin Smolian (basso) e Jaydon Bean (batteria) è il vero collante della band, e si sente benissimo in canzoni come "Don't Put Out the Fire" e "Scars", in cui i due esibiscono una coesione da manuale creando groove dalla qualità contagiosa.

La prima parte è composta da registrazioni prese da show tenutisi negli States e vanno segnalate almeno due grintosi highlight, "Heartbreaker" e "Dirty Mind", eseguiti a Cleveland, Ohio, che sono i momenti più intensi del primo disco. Il secondo disco include, invece, registrazioni effettuate nel Regno Unito e in Europa, tra cui merita di essere citata la conclusiva "You Make It Alright", registrata a Parigi.

Mayhem and Revelry Live fotografa i Dirty Honey alle prese con il meglio del loro repertorio, in un momento in cui la band sta spingendo forte sull’acceleratore per arrivare il più lontano possibile. Il risultato è un disco da ascoltare a tutto volume, diretto e asciutto, innervato di elettricità e adrenalina, e privo di riempitivi inutili: nessuna improvvisazione senza meta, nessun assolo di batteria gratuito, nessuna esasperazione tecnica fine a se stessa.

Eppure, nonostante la sua essenzialità, la scaletta incendiaria rievoca il passato in cui i live non erano un tassello da aggiungere per motivi commerciali alla discografia, ma una vera e propria celebrazione della propria arte in purezza, un rituale per condividere grande musica con il proprio pubblico, in un reciproco scambio di passione e sudore.

Voto: 8

Genere: Classic Rock, Rock, Hard Rock 




Blackswan, giovedì 03/04/2025

martedì 1 aprile 2025

Dust In The Wind - Kansas (Kirshner Records, 1977)

 

 


 

Siamo fragili e transitori, la nostra vita dura un attimo e non esiste bene materiale o denaro che renda più solida la nostra caducità. Siamo destinati a morire, siamo destinati a essere solo polvere nel vento. E’ questo il senso di Dust In The Wind, super hit degli statunitensi Kansas, scritta dal chitarrista Kerry Livgren, dopo aver letto un libro di poesie dei nativi americani, in cui una frase su tutte colpì la sua attenzione: "Perché tutto ciò che siamo è polvere nel vento".

 

Chiudo i miei occhi

Solo per un momento, e il momento è passato

Tutti i miei sogni

Passano davanti ai miei occhi…

Polvere nel vento

Sono solo polvere nel vento”

 

Questo verso spinse il musicista a farsi molte domande sul senso della vita, sul vero valore delle cose materiali e il significato del successo. In quegli anni, la band stava andando molto bene e guadagnava parecchi soldi; tuttavia, Livgren si rese conto che alla fine sarebbe morto proprio come tutti gli altri. Non contano i nostri possedimenti, le nostre ricchezze o i risultati che conseguiamo durante l’esistenza, perché, inevitabilmente, finiamo tutti sotto terra.

 

“Niente dura per sempre tranne la terra e il cielo…

E tutti i tuoi soldi non serviranno a comprare neanche un minuto

Polvere nel vento

Tutto ciò che siamo è polvere nel vento”

 

E’ indubbio che le toccanti liriche della canzone avessero anche un retroterra religioso e spirituale. La frase "polvere nel vento" compare, infatti, anche nella Bibbia: “Polvere sei e in polvere ritornerai” (Genesi, 3:17-19). Scrivere il brano, riflettere sulla natura transitoria della vita fisica, immaginare l’uomo come un pulviscolo di fronte all’immensità dell’universo e alla potenza di Dio, fu l’abbrivio per il chitarrista a convertirsi, visto che tre anni dopo, nel 1980, Livgren sarebbe diventato cristiano evangelico.

Il musicista scrisse questa canzone in un periodo in cui era sotto pressione, perché la casa discografica pretendeva una nuova hit, dopo il successo clamoroso di Carry On Wayward Son. I Kansas avevano quasi finito di scrivere e provare i brani per l'album Point of Know Return, quando il loro produttore, Jeff Glixman, convinto che il materiale non fosse sufficiente a chiudere il disco, chiese se avessero pronte altre canzoni. Livgren, allora, si mise a suonare con la chitarra acustica Dust In the Wind, premettendo, però, che la canzone non sarebbe piaciuta perché non era in linea con il sound dei Kansas.

Con sua grande sorpresa, il resto della band fu entusiasta e insistette per registrarla subito, mentre Livgren si opponeva, perché la canzone era lenta e acustica, e lui amava cose decisamente più movimentate e complesse. Insomma, si mise a combattere, solo contro tutti, contro la sua stessa canzone, e alla fine, fortunatamente per i Kansas, perse la battaglia.

Dust In The Wind, infatti, divenne il secondo più grande successo del gruppo, ed è, tuttora, considerata una delle canzoni rock acustiche più famose di tutti i tempi. Point of Know Return, l’album in cui il brano è contenuto, sarebbe, poi, diventato l'album dei Kansas posizionato più in alto in classifica negli Stati Uniti, raggiungendo la posizione n. 4 nel gennaio 1978, e, solo in patria, avrebbe venduto ben quattro milioni di copie in pochi mesi.

 


 

 

Blackswan, martedì 01/04/2025

lunedì 31 marzo 2025

Hangman's Chair - Saddiction (Nuclear Blast, 2025)

 


Saddiction, un titolo che nasce dalla crasi fra sadness e addiction, per creare un neologismo che indica la dipendenza dalla tristezza. Petrarca la chiamava “voluptas dolendi”, il piacere del dolore, la consapevolezza di esso, cercare e vivere la propria sofferenza interiore. Tale dolore, oramai, amico e puntale ospite dell’animo dell’uomo è diventato una presenza a tempo indeterminato che accompagna molte giornate dello spirito dell’uomo. Un dolore divenuto piacere. Un controsenso, potremmo dire. Ma è proprio questa l’essenza del dolore petrarchesco. Ed è anche quella rappresentata nel settimo album in studio dei francesi Hangman’s Chair, un disco, come spiega il titolo, malinconico, crepuscolare, depresso.  

Saddiction esplicita un ulteriore passo avanti nell’evoluzione del suono del quartetto transalpino, che ha progressivamente abbandonato il retroterra doom dei primi lavori, per abbracciare, come avvenuto in parte nel precedente A Loner (2022), una forma canzone più definita, un approccio meno pesante (il metal è presente ma non più predominante) e una maggiore inclinazione melodica declinata attraverso un suono che spesso si fa contiguo al post punk.

Fatte queste doverose premesse, la musica della band francese si tiene ben lontana da aprioristiche definizioni che non le renderebbero merito, e le nove canzoni in scaletta rappresentano un unicum personalissimo, in cui una versatilità pop mai così evidente si innesta alla perfezione in un terreno concimato da chitarre pesanti e da un basso prepotente, che ben si allinea a un drumming solido e quadrato.

In tal senso la doppietta iniziale, composta da "To Know The Night" e "The Worst Is Yet To Come" (due titoli che ammiccano all’oscurità e al pessimismo) intercetta perfettamente il mood del disco, tra riff gravi, melodie di immediata assimilazione (il ritornello uncinante di "The Worst Is Yet To Come") e atmosfere impregnate di sentori dark wave anni ’80 (sempre "The Worst Is Yet To Come", a tratti, strizza l’occhio ai Cure).

Il doom metal è ancora un elemento presente nel suono della band, e lo si può capire dalle chitarre distorte e riverberate che restano parte integrante della proposta, ma è anche evidente che non abbia più il predominio nelle trame musicali ricamate dal gruppo. I synth coldwave e le melodie gotiche si sono fatti strada nel sound degli Hangman’s Chair fin da This Is Not Supposed To Be Positive del 2015, ma, oggi, finalmente, sembra che la bilancia si sia decisamente inclinata a loro favore come principale elemento espressivo. Ciò che funziona davvero per la band transalpina, quindi, è il modo in cui la il quartetto riesce ad accostare la malinconia eterea dei synth atmosferici con la palpabile disperazione di chitarre alla continua ricerca dello sprofondo emotivo.

Una formula che funziona benissimo sia nei brani più ritmicamente incisivi come "Kowloon Light" (un brano che evoca i Grave Pleasures e i Katatonia) o la vibrante "2 AM Thoughts", in cui compare il prezioso contributo di Raven Von Dorts dei Dool, sia nei brani più smaccatamente melodici (la palpabile disperazione di "Canvas") che nelle derive più rarefatte e sognanti di "44 Yod".

Saddiction, nonostante una maggiore accessibilità e una preponderante inclinazione melodica, resta un disco di nicchia, indirizzato a un pubblico che cerca nella musica un accompagnamento al proprio tormento interiore. Ciò nonostante, è evidente che gli Hangman’s Chair siano una band consapevole dei propri mezzi e in continua crescita, capace di scrivere canzoni profonde, che fondono alla perfezione elettricità, malinconia e orecchiabilità, senza rinnegare le proprie radici, ma cercando semmai più complesse e variegate forme espressive. Una propensione al cambiamento che, forse, in futuro, sarà ripagato da una maggior visibilità mediatica.

Voto: 7,5

Genere: Goth Rock, Dark Wave, Doom

 


 


Blackswan, lunedì 31/03/2025

giovedì 27 marzo 2025

Sebastian Fitzek - Portami A Casa (Fazi, 2024)

 


È sabato sera, a Berlino. Sono da poco passate le 22. In un silenzioso appartamento d'epoca di Charlottenburg, Jules Tannberg è al telefono. Sta sostituendo un amico che lavora per una linea telefonica dedicata alle donne che tornano a casa di notte; donne che cercano una voce rassicurante che faccia loro compagnia lungo il tragitto, o anche qualcuno a cui chiedere aiuto in caso di bisogno. Finora nessuna chiamata ha mai riguardato una situazione di vero pericolo. Finora, appunto. Mentre guarda le ultime notizie in tv, Jules riceve una strana telefonata: all'altro capo della linea c'è una donna che sostiene di aver chiamato per sbaglio. Ma si capisce che è terrorizzata. Klara, questo è il suo nome, gli confida di essere seguita da un uomo che l'ha già aggredita e che ha dipinto con il sangue una data sul muro della sua camera da letto: la data della sua morte. E a quel giorno mancano poche ore. Là fuori, Jules lo sa bene, c'è un serial killer in libertà, noto come “il killer del calendario” per il suo modus operandi. Comincia così una lunga notte da incubo, una notte in cui niente è casuale e niente è come sembra, un diabolico gioco del gatto con il topo; ma chi è il gatto, e chi il topo?

 

L’idea di partenza che anima questo thriller a firma Sebastian Fitzek è estremamente suggestiva, anche se. A dire il vero, non originalissima, tanto da richiamare alla memoria il bel film del 2018 di Gustav Moller, Il Colpevole.

Jules, un giovane operatore telefonico con un passato drammatico, intercetta la telefonata di Klara che, dopo aver tergiversato, gli confida di essere seguita da un uomo, che l’ha minacciata di morte. Il giovane resta al telefono con la donna, che, nel corso della chiamata, manifesta anche intenti suicidi. Così, quella che sembrava una notte di routine si trasforma per i due protagonisti in un incubo a occhi aperti, soprattutto quando Jules inizia a convincersi che nella casa da cui sta telefonando si è introdotto un estraneo.

Portami a Casa è un romanzo che palesa pregi e difetti, pur raggiungendo esattamente lo scopo che si è prefissato, e cioè tenere il lettore incollato alle pagine del libro, esattamente come lo sono Jules e Klara al telefono. Eppure, c’è qualcosa che non quadra.

La prosa è buona, perfettamente adeguata al taglio snello e adrenalinico del thriller, ma come spesso capita nei libri di genere si muove solo in orizzontale, mancando totalmente di approfondire, se non grossolanamente, la psicologia di due personaggi che restano abbastanza stilizzati.

L’intento, poi, di puntare il dito sull’annoso problema dei maltrattamenti nei confronti del genere femminile è senz’altro commendevole, così come interessante è che il tema venga affrontato dalla prospettiva di un folle serial killer, le cui motivazioni, pur restando in superficie, potrebbero essere oggetto di discussione (e probabilmente l’intento è proprio quello), anche se nel romanzo non c’è spazio per un serio approfondimento e la questione resta sospesa.

Per converso, Portami a Casa, come si addice a ogni thriller che possa chiamarsi tale, tiene i ritmi altissimi e snocciola a ogni capitolo un colpo di scena, che risucchia in una trama, il cui mistero si dipana palpitante verso un finale (non troppo) inaspettato. Ciò nonostante, si ha l’impressione che la matassa sia eccessivamente ingarbugliata, e che per sbrogliarla siano necessarie delle forzature, che spesso appaiono improbabili, talvolta addirittura inverosimili. Non è un caso, quindi, che la trasposizione cinematografica del libro, Il Killer Del Calendario (lo potete guardare gratuitamente su Prime), rimescoli abbondantemente le carte, adattando la trama a una sceneggiatura più lineare, forse meno suggestiva, ma decisamente più realistica.

 

Blackswan, giovedì 27/03/2025

martedì 25 marzo 2025

The Lathums - Matter Does Not Define (Modern Sky Uk, 2025)

 


Sic transit gloria mundi. La celebre locuzione latina appare perfetta per definire la parabola artistica dei Lathums, quartetto originario di Wigan, giunto oggi al terzo album in studio, che a solo quattro anni di distanza dall’irresistibile esordio (How Beautiful Life Can Be del 2021), sembra essere stata incomprensibilmente dimenticata. Se quel disco, con cui la band inglese si affacciava allo star system in piena epoca covid, portando una sferzata di luminosa leggerezza in quei giorni così oscuri, fu celebrato dalla stampa specializzata e osannato dal pubblico, il nuovo Matter Does Not Define esce quasi nell’indifferenza generale, lontano dai radar che contano, vittima, evidentemente, della frenesia di un mondo che frulla tutto alla velocità della luce, e dimentica altrettanto velocemente, a causa, anche, dell’eccessiva saturazione dell’offerta.

I Lathums, però, hanno mantenuto alta la qualità di una proposta che vede il quartetto inglese, come per i due dischi precedenti, cimentarsi con un retrò pop (rock) che guarda agli anni ’80, quando gli alfieri di quel suono erano band come gli Smiths e gli Housemartins: chitarre sbarazzine, melodie irresistibili, un dolce amaro retrogusto malinconico e la capacità, non da tutti, di creare irresistibili inni da stadio.

Tuttavia, è cambiato l’approccio, decisamente più maturo, la profondità dell’introspezione di testi, tutti bellissimi, e la caratura tecnica dei quattro, mai così consapevoli della propria esuberante coesione.

Quando impareranno che non è la materia a definire un essere? Sono i riflessi delle lezioni che lasciano", canta Alex Moore nella splendida "Reflections of Lessons Left", una canzone che non avrebbe sfigurato tra le cose migliori del songbook degli Smiths, e che dà il tono a tutte le riflessioni liriche del disco, che esplora i temi della felicità e del dolore in una società dominata dall’effimero, dall’apparenza e da una dittatura materialista che tarpa le ali alla vera bellezza, trasformando gli essere umani in vuoti a rendere (e forse anche i vuoti fanno abbastanza schifo).

Ciò che rende i Lathums così unici e audaci, tuttavia, è che nonostante la prospettiva triste e la visione pessimistica, riescono a veicolare il loro messaggio attraverso melodie uncinanti e irresistibili, eludendo la tristezza attraverso la freschezza di canzoni agili, snelle, tutt’altro che frivole e, talvolta, indirizzate alla ricerca di una positività non sempre facile da trovare. In tal senso, non possono che tornare in mente gli Housemartins, evocati nel piglio accattivante di "Dynamite", una canzone che suona emozionante anche al decimo ascolto.

Che la band, pur mantenendo fede al proprio dna, abbia cercato, però, di uscire dalla trappola del deja vù è evidente in altri episodi del disco, a partire dalla ritmica arrembante e dai cori di "Heartbreaker", un’immersione in certo indie rock di metà anni ’00 (leggi Strokes), traboccante, in questo caso, di ottimismo e speranza, o nell’inaspettata "Stellar Cast", che suona come potrebbero suonare oggi gli Specials, alle prese con uno ska rock aggressivo, trainato da una poderosa linea di basso e inacidito da una folle assolo di chitarra.

E se nei tre quarti d’ora in cui si sviluppa Matter Does Not Define è la consueta, travolgente energia a farla da padrona, la band di Moore dimostra, tuttavia, anche si saper fare cose egregie rallentando il passo: "Unrequited Love" è una dolce amara ballata acustica in crescendo, di quelle che fanno battere il cuore fin dalla prima nota, mentre la conclusiva "Long Shadows", un midtempo che coagula grumi d’intimismo malinconico e atmosfere cinematografiche che deragliano in un finale pervaso da puro epos, è di sicuro una delle canzoni più belle mai scritte dalla band inglese.

Nonostante l’attenzione di pubblico e critica sia rivolta altrove, i Lathums continuano a scrivere grandi canzoni, e lo fanno con una coerenza e onestà invidiabile, tenendo fede alle proprie fonti d’ispirazione ma evitando accuratamente di replicare in modo frusto sempre la stessa formula. Il miglior modo per restare sul podio dellepiù interessanti indie band in circolazione. A dispetto di tutti.

Voto: 8

Genere: Pop, Rock




Blackswan, martedì 25/03/2025