martedì 5 maggio 2026

Something In The Air - Thunderclap Newman (Track, 1969)

 


John "Speedy" Keen è un batterista di talento, che sa cantare molto bene e possiede un istintivo talento per la scrittura. Suona in giro come sessionista e nel tempo libero si dedica alla composizione. Per arrotondare, però, guida camion, perché il futuro come musicista è incerto, un lavoro stabile dà sicurezza, e soprattutto perchè quel poco che guadagna suonando la batteria non è sufficiente a sbarcare il lunario.

Poi, il colpo di culo. Viene chiamato a lavorare come autista per Pete Townsend degli Who, i due fanno amicizia, e il chitarrista si interessa alla musica che Keen compone nei ritagli di tempo. Una canzone, soprattutto, sembra scritta apposta per gli Who, s’intitola "Armenia City in the Sky" (un viaggio acido ricco di sovraincisioni: chitarre e fiati al contrario, droni raga, e numerosi feedback) e confluirà come traccia d’apertura dell’album The Who Sell Out del 1967. Il legame fra i due si consolida, tanto che Townsend convince il batterista a mettere in piedi una band, che vedrà nella line up anche il sedicenne chitarrista Jimmy McCulloch e, soprattutto, il pianista jazz Andy "Thunderclap" Newman, da cui il nome della band.

A Keen, che non ha alcuna fiducia nel proprio talento, sembra tutto un gioco, ma il chitarrista degli Who, che era già decisamente navigato, intuisce una possibilità di successo in una composizione del batterista, intitolata "Something In The Air". 

 

Call out the instigators

Because there's something in the air

We got to get together sooner or later

Because the revolution's here

And you know it's right

And you know that it's right

 

Questa orecchiabilissima canzone dal testo fortemente politicizzato, non solo fu un sorprendente successo nel Regno Unito, dove rimase al primo posto per tre settimane nell'estate del 1969, ma divenne anche un piccolo classico della canzone di protesta in lingua inglese, venendo utilizzata come inno e simbolo delle rivolte giovanili del 1968 - '69. "Something In The Air" confluì nell’unico disco pubblicato dalla band, Hollywood Dream, uscito nel 1970, e fu prodotta e arrangiata da Pete Townshend, che vi ha anche suonato il basso usando lo pseudonimo "Bijou Drains".

Incredibile ma vero, gli Who non hanno mai raggiunto il primo posto in classifica né nel Regno Unito né negli Stati Uniti, mentre "Something In The Air" è stata l'unica canzone su cui ha lavorato Townsend che sia arrivata in cima alle charts britanniche. In America, invece, il brano ebbe una tiepida accoglienza, e solo anni dopo, quando fu inserita nella colonna sonora di Kingpin (1996) e Almost Famous (2000), gli americani si accorsero per la prima volta della bellezza della canzone.

I Thunderclap Newman, formati in fretta e furia, non erano all'altezza di suonare dal vivo, ma quando questo brano ebbe successo, furono mandati in un lungo tour che si rivelò la loro rovina. I loro concerti furono accolti male e il tempo trascorso in tour significava tempo lontano dallo studio e dalla scrittura di canzoni, unico elemento di forza della band. La cui avventura durò solo due anni, e si chiuse, più o meno, dopo la pubblicazione di un altro singolo prodotto da Townsend, "Accidents", che si fermò alla piazza numero quarantasei delle classifiche inglesi.  

Newman prese a suonare il sassofono e tornò al circuito dei pub, McCulloch si unì al gruppo di Paul McCartney, i Wings, prima di morire di infarto nel 1979, e Speedy Keen pubblicò due album da solista e continuò a lavorare come turnista, ma non tornò più a guidare camion.

 


 

 

Blackswan, martedì 05/05/2026

lunedì 4 maggio 2026

Black Label Society - Engines Of Demolition (Spinefarm, 2026)

 


Zakk Wylde non solo è una delle figure più vitali, influenti e instancabilmente attive del panorama heavy metal, ma per tanti fan ancora in lutto, rappresenta un’estensione in vita del compianto Ozzy. Non solo per aver firmato con la sua funambolica chitarra ben sette dischi del leggendario vocalist, ma perché, soprattutto, il suo modo di comporre, suonare e cantare sembra ogni volta di più riportarlo in vita. Uno stile ben definito e immediatamente riconoscibile che è diventato tanto pregio, quanto limite del quasi sessantenne chitarrista. Il quale, in qualche intervista ci ha anche scherzato su, sembra, infatti, pubblicare sempre lo stesso disco. E a ben vedere, chi conosce la discografia dei Black Label Society, potrebbe considerare questa coerenza un ineludibile dato di fatto, se non fosse che, per qualche strana alchimia, ogni volta il vecchio Zakk fa centro, e i suoi album si ascoltano con le antenne dritte e il cuore in tumulto.  

E così, mentre si avvicinano al traguardo dei trent'anni di carriera, i Black Label Society rimangono tra i più stimati alfieri del panorama heavy metal, grazie a un suono molto Ozzy ma sempre arricchito da una sana dose di influenze southern e blues rock. È passato un po' di tempo dall'uscita del loro precedente album, Doom Crew Inc. del 2021, dato che Zakk Wylde si è tenuto impegnato con la sua versione dei Black Sabbath (Zakk Sabbath), la reunion dei Pantera e la collaborazione con Ozzy Osbourne per quello che sarebbe poi diventato l'ultimo album solista di quest'ultimo.

Tutto ciò non ha impedito all’irsuto musicista di concentrarsi anche sul suo progetto principale, dando così vita a questo nuovo Engines of Demolition che suona come una perfetta sintesi di quanto accaduto negli ultimi anni. Alternando riff pesanti e veloci, assoli virtuosi e ballate più oscure ed emozionanti, il disco non si discosta molto da uno stile consolidato, ma mostra un'intensità e una grinta pari a quelle dei lavori più celebri della band.

Engines of Demolition non cerca di reinventare la ruota, e soprattutto non ne ha bisogno. Offre invece un'espressione sicura e pienamente realizzata del sound che Wylde ha affinato nel corso dei decenni: un disco intriso di nostalgia ma al tempo stesso animato da una forza innegabile. Ascoltandolo, come detto poc’anzi, è impossibile non pensare a Ozzy, la cui voce si integrerebbe perfettamente con questi brani, se non fosse che il timbro di Wylde nel tempo abbia acquisito un’affinità espressiva simile a quella dell’ex cantante dei Sabbath.

Si percepisce chiaramente che Wylde ha pensato al suo amico e collaboratore di lunga data durante tutto il processo di scrittura, e non è un caso che la scaletta si concluda con la nostalgica "Ozzy's Song", una struggente ballata per pianoforte e chitarra, in grado di crepare il cuore anche del più truce dei metallari (soprattutto se la si ascolta guardando il video clip che l’accompagna).

Da sempre, le ballate sono uno dei fiori all’occhiello del songbook targato BLS, e qui, oltre a quella conclusiva appena citata, sono da segnalare anche "Better Days & Wiser Times", dall’andamento quasi cinematografico e dalle sonorità a metà strada tra southern e country, o la malinconica "Back To Me", un brano caratterizzato dal perfetto interplay fra chitarra acustica ed elettrica.

A parte questi momenti deliziosamente morbidi, fin dal brano d'apertura "Name in Blood", Wylde chiarisce che nelle vene della band pulsa ancora una forte componente heavy metal. Il brano si apre con un arpeggio quasi soft, ma una volta che entra nel vivo, il ritmo incalzante e i groove potenti sprigionano un'energia immediatamente contagiosa, come gli assoli, che sono assolutamente micidiali. "Gatherer of Souls" prosegue in modo simile, assestandosi su una cadenza leggermente più lenta che lascia trasparire maggiormente l'attitudine southern e blues.

Una caratteristica distintiva dell'album è la sua incessante presenza di riff, talvolta veri e propri cazzotti in pieno volto, come avviene nella pesantissima "The Gallows" o nella più scattante "Lord Humungus". Il caratteristico lavoro chitarristico di Wylde è ovviamente protagonista, impetuoso, grezzo al punto giusto ed estremamente brillante negli assoli, quasi tutti brevi, ma dannatamente incisivi.

Questo non è certo un disco per chi cerca innovazione o una reinvenzione moderna del genere, ma si rivolge direttamente agli ascoltatori che apprezzano l'heavy metal soprattutto come esperienza emotiva. Engines of Demolition offre proprio questo: virtuosismo musicale, ma anche una forte sensibilità retrò e un potente senso di profonda condivisione.

A questo punto della loro carriera, i Black Label Society possiedono un sound ben definito dal quale non si discostano, ma la qualità dei brani di Engines of Demolition dimostra che la loro formula può ancora essere entusiasmante anche dopo tanti anni di carriera.

Voto: 7,5

Genere: Hard Rock, Metal

 


 


Blackswan, lunedì 04/05/2026

giovedì 30 aprile 2026

Tyler Ballgame - For The First Time Again (Rough Trade, 2026)


 

La storia di Tyler Ballgame, all’anagrafe Tyler Perry, a grandi linee, è simile a quella di tanti altri musicisti, parecchi dei quali rimasti nell’ombra, mentre alcuni, molti meno, riusciti a emergere, a farsi notare, e, alla fine, a incidere un disco. Esattamente come il nostro eroe, uscito dall’anonimato grazie a un mix di talento, pertinacia e fortuna. Tyler Perry è nato nel Rhode Island nel 1987. Da bambino era appassionato di musical, il che lo portò a frequentare per un periodo la Berklee School of Music, dove studiò composizione musicale. 

All’università, però, incontrò parecchie difficoltà, in parte dovute a una profonda depressione. Così, dopo aver abbandonato gli studi, tornò a casa, vivendo nel seminterrato della madre e lavorando per il padre. Da questo momento inizia quella che può essere definita una sorta di rinascita. Il ragazzo, infatti, si sottopose a un percorso di terapia psicologica per combattere la depressione e i problemi di immagine legati al peso, e in qualche mese, abbandonò il lungo tunnel in cui si era infilato, acquisendo maggior sicurezza e autostima. A ventinove anni, d'impulso, si trasferì a Los Angeles per dedicarsi seriamente alla musica, lavorando di giorno per un'agenzia immobiliare e frequentando serate open mic, in cui suonava il proprio repertorio, concludendolo con Cryin' di Roy Orbison, un brano sempre molto apprezzato dal pubblico.

Tyler sviluppò, così, il suo alter ego, Tyler Ballgame, ispirandosi al grande giocatore di baseball Ted Williams, noto come "Teddy Ballgame". Il nome era pura autoironia, visto che richiamava un personaggio che lui non era e non sarebbe mai stato.

Alla fine, e qui arriva la botta di culo, Tyler ha attirato l'attenzione del produttore Jonathan Rado, che ha lavorato con artisti del calibro di Miley Cyrus e The Killers. Nel giro di poche settimane, i due hanno scritto e registrato materiale inedito sufficiente per più di un album.

Il punto di forza di Tyler, considerazione che diventa un’ovvietà, appena messo il disco sul piatto, è la sua incredibile voce che, con tutti i distinguo del caso, può essere paragonata a quella di autentiche leggende come Roy Orbison, Harry Nilsson o Elvis Presley. Una voce matura, profonda, ricca, piena di calore e assolutamente autentica. Come Orbison, Perry possiede un'ampia estensione vocale che gli permette di librarsi verso note altissime, toccando le corde del cuore, pur mantenendo un fascino giocoso nei momenti più leggeri dell'album e un mood ombroso e malinconico quando veste i panni del crooner.

I produttori Jonathan Rado e Ryan Pollie mettono saggiamente la voce di Ballgame in primo piano, utilizzando la stessa tecnologia analogica dei classici album degli anni '60 e '70, e utilizzano armonie ricche e sovrapposte, effetti eco, una chitarra acustica incalzante, e talvolta, il pianoforte, che richiama alla mente certi passaggi armonici propri di John Lennon. 

Le dodici canzoni sono connotate da un gusto retrò per il pop, il rock e il folk dei decenni poc’anzi citati, e raccontano, dal punto di vista delle liriche, il percorso di Ballgame dal Rhode Island fino alla decisione di rischiare e scommettere sul suo talento trasferendosi a Los Angeles. 

L'album si apre con la title track, chitarra acustica e il tempo tenuto con le bacchette, mentre Tyler sfodera il suo limpido tenore, prima che la voci si alzi di un paio di ottave, aprendosi alla vulnerabilità dei sentimenti. Il singolo di lancio I Believe In Love nasce da un’intuizione di Rado, quella di miscelare con sapienza melodie vocali alla Orbison e un ritornello ammaliante in stile Fab Four. 

La modalità pop-rock contenuta nelle note di For The First Time Again è familiare e orecchiabile, e rende piacevolissimo l’ascolto, mentre il cuore aperto di Tyler offre alle canzoni un surplus di autenticità, che è l’altro punto di forza di un artista che parla della sua vita, dei dolori e delle gioie, senza riserve.

Ecco, allora, che in You're Not My Baby Tonight, la sua voce si abbassa di registro, per descrivere la malinconia che suscita un amore non sbocciato, passando nuovamente al falsetto per esprimere con incisività il dolore dell’anima, mentre nella straziante Goodbye My Love il cantante dichiara con mestizia di averne abbastanza di vivere nei sogni, poco prima di abbandonarsi all'umorismo allegro e autoironico di Got A New Car, metafora del risveglio spirituale e della realizzazione delle sue ambizioni.

Sono tante le canzoni che entrano in testa e di cui si sente il bisogno di cibarsi di continuo. Matter of Taste è un brano rock energico e trascinante guidato dalla chitarra, che mi ha ricordato i momenti più tirati di Elton John, Down So Bad, invece, è un delizioso esempio di jangle pop in stile beat, che ricorda i Beatles e gli anni ’60, mentre nella conclusiva Waiting So Long, tra coretti gioiosi e un sassofono rock, il cantante canta la propria soddisfazione di aver lasciato la lotta alle spalle e di avercela finalmente fatta. 

Fortuna nostra che possiamo godere di un disco così fresco e accattivante, e di una voce, la cui estensione e versatilità si faranno strada, lo speriamo sinceramente, nell’inflazionato panorama pop internazionale. 

Voto: 8

Genere: Pop, Rock

 


 

Blackswan, giovedì 30/04/2026

martedì 28 aprile 2026

Seal - Kiss From a Rose (Warner, 1994)

 


"Kiss From A Rose" di Seal (all’anagrafe: Seal Henry Olusegun Olumide Adeola Samuel) è una delle canzoni più criptiche e misteriose mai scritte, tanto da aver suscitato diverse speculazioni sul suo reale significato: molti pensano che abbia a che fare con la droga, mentre altri la interpretano come un'espressione d'amore o un viaggio nell'aldilà. Seal non ha mai spiegato di cosa parli la canzone, limitandosi a dire che c'era "una sorta di relazione che ha ispirato il testo".

Tra l’altro, il musicista di origini nigeriane e brasiliane ha infranto le convenzioni non includendo il testo stampato nell'album, cosa che ha deciso volutamente perché desiderava lasciare all’ascoltatore libera interpretazione sul senso delle liriche. Seal, infatti, ha sempre affermato che le sue canzoni spesso hanno più di un significato, quindi attribuirne uno specifico sarebbe stato troppo semplicistico: "Penso che sia l'atmosfera generale di ciò che dico a essere importante, non l'esatta traduzione letterale. La canzone è sempre più importante nella mente dell'ascoltatore perché le associa immagini relative alla sua esperienza personale. Quindi la chiave è la percezione di ciò che dico, piuttosto che ciò che dico realmente." 

Seal scrisse il brano intorno al 1988, quando viveva in uno squat a Kensal Green, Londra. Lui stesso racconta che fu un periodo di totale libertà, esistenziale e creativa, dal momento che ancora non aveva un contratto discografico e quindi non subiva alcun tipo di pressione. Quando compose il brano, Seal non sapeva suonare alcun strumento, e quindi si limitò a cantare le parti strumentali su un registratore a 4 tracce, così, quasi per gioco. Poi, mise il nastro in un cassetto, e non ci pensò più, nemmeno quando registrò il suo album di debutto del 1991.

La canzone fu ripresa due anni dopo, quando Seal la suonò una sera per farla ascoltare al suo migliore amico, il quale, letteralmente conquistato, ne parlò al produttore del musicista, che, a quei tempi, era Trevor Horn. La canzone fu, dunque, registrata per il suo secondo album (Seal, 1994), anche se inizialmente fu scartata dalla scaletta finale, perché ritenuta troppo elaborata per il disco che stava vedendo la luce. Seal e Horn fecero un passo indietro, però, dopo che la loro amica Lynne Franks, ascoltando l’album in lavorazione, disse loro di essersi letteralmente innamorata "di quella canzone che parlava di una rosa".

Il brano fu pubblicato come singolo nel Regno Unito, dove raggiunse il ventesimo posto nel luglio 1994, entrando anche nella top ten di mezzo mondo: Australia, Austria, Danimarca, Paesi Bassi, Francia, Irlanda, Norvegia, Svezia, Svizzera e Italia. Nulla, invece, negli Stati Uniti, almeno finché la canzone non fu inserita nei titoli di coda del film Batman Forever e inclusa nella relativa colonna sonora. Il film esordì nelle sale nel maggio 1995, quasi un anno dopo l'uscita dell'album di Seal, e "Kiss From A Rose" fu , quindi, pubblicata come singolo nel giugno 1995, raggiungendo il primo posto in classifica ad agosto.

Nonostante il suo curioso tempo di valzer, le sontuose armonie e l’arrangiamento orchestrale la rendessero anomala e poca adatta a trasmissioni radiofoniche, fu proprio grazie alle radio che "Kiss From A Rose" sbancò ovunque, facendo vincere a Seal, nel 1996, due Grammy come Disco dell’Anno e Canzone dell’Anno.

Una curiosità. La canzone è una delle poche hit della storia a contenere un assolo di oboe. 




Blackswan, martedì 28/04/2026

lunedì 27 aprile 2026

The Twilight Sad - IT'S THE LONG GOODBYE (Rock Action 2026)

 


Nonostante più di vent’anni di carriera e ben sette dischi in studio pubblicati, gli scozzesi Twilight Sad non sono mai riusciti a sfondare veramente, rimanendo nel novero di quelle che si definiscono band di culto. In parte, per una naturale propensione all’understatement, un po’ per una proposta musicale mai davvero distintiva, e in parte per una qualità compositiva più che dignitosa ma mai davvero all’altezza delle aspettative. Tant’è che si potrebbe sostenere, senza il rischio di sbagliarsi, due affermazioni tra loro contrastanti, e cioè che la band originaria di Kilsyth non abbia mai pubblicato un disco brutto, e, per converso, che non ne abbia mai pubblicato uno davvero bellissimo.

Tra coloro che amano visceralmente il lavoro del duo spicca Robert Smith, un nome che non molti posso vantare nella propria fanbase. Dopo che il leader dei Cure ha invitato i Twilight Sad a unirsi al suo tour nel 2016, fra i musicisti è nata una naturale alchimia che ha portato a una collaborazione costante, sia come compagni di tour che in studio. Non è un caso, quindi, che i membri principali del gruppo scozzese, James Graham e Andy MacFarlane, considerino Smith alla stregua di un componente della line up, visto che lo stesso ha contribuito e supervisionato a questo nuovo IT’S THE LONG GOODBYE (si, tutto maiuscolo, non è un refuso), anche se in un modo, a dire il vero, abbastanza impercettibile.

La storia di IT’S THE LONG GOODBYE parte nel 2019, quando Graham ha iniziato a scrivere dei contrasti della sua vita: le gioie del matrimonio e della paternità si contrapponevano alle crudeli emozioni legate alla malattia diagnosticata a sua madre (demenza frontotemporale) e al suo successivo, inesorabile declino. Durante la pandemia Covid, poi, Graham e MacFarlane (che ora vive a Londra) si scambiavano idee, e le canzoni iniziavano gradualmente a prendere forma. Quando nel 2024 la madre del cantante decedette, il lutto ha finito per incidere pesantemente sul mood doloroso e malinconico dell’album.

Non è un caso che dal punto di vista delle liriche IT’S THE LONG GOODBYE rappresenta la raccolta di canzoni più personale del repertorio dei The Twilight Sad, un’amara riflessione sull’impotenza di fronte all’aggravarsi della patologia materna, sul tormento della perdita, sulla difficoltà a rielaborare il lutto e la necessità, nonostante tutto, di andare avanti.

Un album in qualche modo catartico, dunque, a cui, come detto, contribuisce Smith in tre canzoni, e che si avvale del contributo di David Jeans (Arab Strap) e Alex MacKay (Mogwai) che suonano rispettivamente batteria e basso.

Dal momento in cui "GET AWAY FROM IT ALL" apre il disco, irrompendo con un muro di fremente elettricità shoegaze, non c'è tregua allo strazio (“Andiamocene via, Andremo via da tutto, io sono il figlio che conosci, tu sei mia madre”). Qui, c’è già tutto: l’impotenza, la paura per l’ineluttabile, e un dolore scrosciante, come le chitarre che prendono a sportellate la melodia agrodolce. È uno dei primi brani scritti per l'album e, una volta completato, era inevitabile che ne diventasse la canzone d'apertura, facendo da cornice alla scaletta insieme al brano di chiusura "TV PEOPLE STILL THROWING TVS AT PEOPLE", una ballata claustrofobica percossa nel finale dallo sferragliare aggressivo della chitarra di MacFarlane, su cui Graham ripete come un mantra senza pace: “No, non voglio sentirmi così, Non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, No, non voglio sentirmi così, Va bene che ti senta così?”. 

Nel mezzo, un filotto di canzoni che, ognuna a modo suo, riesce a intrappolare il cuore in una morsa: la profonda linea di basso di "DESIGNED TO LOSE" spinge la malinconia in territori post punk, "ATTEMPT A CRASH LANDING – THEME" aggiunge sonorità più rock e viscerali alla Placebo, la lunga "DEAD FLOWERS", una delle canzoni a cui Robert Smith ha contribuito con chitarra e tastiere, si sviluppa attraverso una scorbutica new wave densa di disperazione, "WAITING FOR THEPHONE TO CALL" cita la synth wave alla Depeche Mode, ipnotizzando l’ascoltatore con un beat che sa di sprofondo emotivo, "THE CEILING UNDERGROUND" e "INHOSPITABLE/HOSPITAL" elevano alla perfezione quel rock tutto malinconia che band come Interpol e Editors non sanno più scrivere, mentre l’elettricità di "CHEST WOUND TO THE CHEST" raccoglie l’eredità di band come My Bloody Valentine e Slowdive, con le chitarre ricche di effetti di MacFarlane in primo piano, mentre Graham si confronta con le proprie struggenti emozioni.

Resta da citare la penultima traccia, "BACK TO FOURTEEN", un ascolto claustrofobico e inquietante, che vede Smith al basso, in cui Graham gioca con il numero 14, che si riferisce alla casa in cui Graham viveva con sua madre, ma anche all’età dell’adolescenza, un periodo di serenità che confligge con il dolore del presente (“Sono l'unico che ti vede ancora? Sono l'unico che ti ama ancora? C'è qualcuno dietro quegli occhi. E non portatela via, non portatela via da me”).

Gli elementi principali che troviamo in IT’S THE LONG GOODBYE non si discostano drasticamente dal resto della loro discografia, ma, a ben vedere, gli arrangiamenti strumentali e la crudezza dell'interpretazione vocale sono così incisivi che questo album difficilmente uscirà dall’heavy rotation di chi avrà occasione di ascoltarlo.

E se la discografia dei Twilight Sad, come accennato all’inizio, poteva suscitare pareri discordanti, questo nuovo album metterà tutti d’accordo definitivamente: è il loro capolavoro, senza se e senza ma.

Voto: 8,5

Genere: Post Punk, New Wave, Shoegaze

 


 


Blackswan, lunedì 27/04/2026