Oggi, essere giovani e suonare classic rock è quasi un atto rivoluzionario, una scelta coraggiosa e ostinata che non guarda le classifiche, non si piega all’hype e alle mode, che sceglie la nicchia e la qualità invece di puntare al successo commerciale. I Dirty Honey sono, in tal senso, la testimonianza che oltre alle truppe indie, trap e hip hop, esiste anche una gioventù alternativa, che suona, che suda, che restituisce vigore a un genere troppo stesso dato per autoreferenziale e incapace di rinnovarsi.
Potremmo definire i Dirty Honey “la salvezza del rock’n’roll”,
se non fosse, questa, una locuzione frusta e troppo spesso abusata. E
se non fosse che il rock, a dispetto del tempo che passa e di mode che
spingono verso altri territori musicali, resta tutto sommato in buona
salute, rappresentando l’unica musica ancora in grado di fare da
collante fra le generazioni.
La band losangelina ha pubblicato solo due dischi in studio (oltre a singoli ed EP), ma ha già dimostrato di avere tutte le carte in regola per costruire un futuro luminoso, iniziando a spron battuto la scalata verso l’aristocrazia musicale che annovera i più grandi di sempre: un songwriting fresco e ispirato, un’urgenza espressiva travolgente e doti tecniche di livello.
Non
è un caso, dunque, che, con una certa spavalderia, i Dirty Honey siano
arrivati a pubblicare il loro primo album live dopo soli quattro anni di
carriera, dimostrando che anche sul palco se la possono giocare ad armi
pari con tutti.
Mayhem and Revelry Live contiene materiale registrato sui palchi del Nord America, del Regno Unito e dell’Europa (Italia compresa) durante il Can't Find the Brakes World Tour 2023-24. In scaletta, sedici canzoni che ben documentano (anche per chi non avesse avuto modo di assistere a un loro spettacolo) la forza travolgente di una band che dal vivo non fa prigionieri.
Si accendono i motori con "Won't Take Me Alive", ed è subito evidente che il frontman Marc LaBelle possiede delle capacità vocali che reggono il confronto con vecchi e nuovi eroi del genere, oltre a una consumata attitudine da mattatore, capace di coinvolgere il pubblico, che, finalmente, oserei dire, si sente, non come un rumore di sottofondo, ma come parte attiva dello show.
E’ tutta la band, comunque, a girare a mille. I riff di chitarra di John Notto in "California Dreamin'" e "Rollin' 7's" indicano che è stato innegabilmente influenzato da gente come Joe Perry e Rich Robinson, ma il suo talento distintivo risplende in tutto il disco, tra riff impetuosi, fraseggi coraggiosi e assoli pirotecnici. Nella nostalgica "Coming Home", una morbida pausa acustica piazzata tra tante sciabolate, Notto dimostra anche la sua abilità nella slide, mettendosi al servizio della magistrale prova vocale di LaBelle.
La
sezione ritmica grintosa composta da Justin Smolian (basso) e Jaydon
Bean (batteria) è il vero collante della band, e si sente benissimo in
canzoni come "Don't Put Out the Fire" e "Scars", in cui i due esibiscono
una coesione da manuale creando groove dalla qualità contagiosa.
La prima parte è composta da registrazioni prese da show tenutisi negli States e vanno segnalate almeno due grintosi highlight, "Heartbreaker" e "Dirty Mind", eseguiti a Cleveland, Ohio, che sono i momenti più intensi del primo disco. Il secondo disco include, invece, registrazioni effettuate nel Regno Unito e in Europa, tra cui merita di essere citata la conclusiva "You Make It Alright", registrata a Parigi.
Mayhem and Revelry Live fotografa i Dirty Honey alle prese con il meglio del loro repertorio, in un momento in cui la band sta spingendo forte sull’acceleratore per arrivare il più lontano possibile. Il risultato è un disco da ascoltare a tutto volume, diretto e asciutto, innervato di elettricità e adrenalina, e privo di riempitivi inutili: nessuna improvvisazione senza meta, nessun assolo di batteria gratuito, nessuna esasperazione tecnica fine a se stessa.
Eppure, nonostante la sua essenzialità, la scaletta incendiaria rievoca il passato in cui i live non erano un tassello da aggiungere per motivi commerciali alla discografia, ma una vera e propria celebrazione della propria arte in purezza, un rituale per condividere grande musica con il proprio pubblico, in un reciproco scambio di passione e sudore.
Voto: 8
Genere: Classic Rock, Rock, Hard Rock
Blackswan, giovedì 03/04/2025